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Le religioni sono o non sono vie di pace?

A metterlo in dubbio è Paolo Naso. Dimenticandosi la dimensione dello spirito e gli innumerevoli esempi di fede e carità di profeti, santi e martiri


23/09/2019

di Giambattista Pepi


La religione è più forte della politica. In che senso? Nel senso che la promessa di un al di là, un altro mondo, un paradiso di pace, amore, armonia, perfezione, cui chi crede dovrebbe aspirare e impegnarsi a raggiungere, che sta nel “cuore” di tutte le religioni, si contrappone spesso al mondo della Terra: imperfetto, disarmonico, disordinato, privo di amore, fratellanza, tolleranza, rispetto reciproco tra gli uomini e i popoli, che sarebbe attribuibile alla politica. 
Ma le religioni sono veramente “vie di pace”? Se lo chiede Paolo Naso nel libro Le religioni sono vie di pace? Falso (Laterza, pagg. 127, euro 12,00) e la risposta è che le religioni rinnegano nei fatti ciò che postulano nelle dottrine e negli insegnamenti. 
“È falso - scrive l’autore - che le religioni siano modelli irenici; è falso che si debba a loro quel fragile concetto di “tolleranza” che, a partire dall’età moderna, ha permesso una certa coesistenza nella diversità delle appartenenza confessionali; è falso che al cuore delle religioni vi sia un’unica regola d’oro che le orienta verso la pacifica e costruttiva convivenza delle une con le altre; è falso, infine, che le religioni siano solo vittime di strumentalizzazioni di ordine politico o economico, queste sì “vere cause di ogni guerra”. 
Certo all’autore (insegna scienza politica all’Università di Roma, dove coordina il master in Religioni e mediazione culturale) non dispiacerebbe poter affermare il contrario, ma le “dure repliche” della storia purtroppo ne confermano la tesi. 
La storia, infatti, è piena di turpitudini, scempi, stragi, guerre combattute sempre nel nome di Dio (quello dei cristiani, degli ebrei e dei mussulmani, per fermarci alle tre grandi religioni monoteiste, ma potremmo citare anche le altre grandi religioni orientali, Induismo, Confucianesimo, Shintoismo, quelle animiste dell’Africa o quelle antiche che venivano praticate dalle civiltà precolombiane dell’America centrale e meridionale), ma che in realtà celavano e celano al loro interno -  come il mitico cavallo di Troia dell’astuto Ulisse che, con il favore degli Dei, trasse in inganno i troiani e consentì ai guerrieri greci di espugnare e distruggere l’antica città di Ilio contro la quale avevano inutilmente combattuto per dieci anni  - solo l’ambizioso disegno di affermare con l’inganno e la violenza il desiderio di conquista, di supremazia e di potere. 
Un esempio classico è quello del Jihad (significa guerra santa). Allorché Maometto si trovava a La Mecca il Jihad si riferiva essenzialmente alla lotta non violenta e personale, quindi a quello sforzo interiore necessario per la comprensione dei misteri divini.  In seguito alla fuga del profeta da La Mecca a Medina nel 622 dopo Cristo e alla fondazione di uno Stato islamico il Corano (22:39) autorizzò il combattimento difensivo. Il Corano iniziò a incorporare la parola qitāl (combattimento o stato di guerra) per scopo difensivo. 
Ma, successivamente, quando l’Islam si espanse con le orde di Maometto e dei successori nel Mediterraneo arrivando fino alle porte di Parigi, la Jihad assunse il significato di guerra agli infedeli, alle loro autorità, alle loro nazioni, che dovevano essere sottomesse ei loro abitanti convertiti con la forza alla fede in Allah. Un significato analogo a quello con cui l’Occidente considera oggi il Jihad proclamata e sostenuta da diverse organizzazioni terroristiche di matrice islamica che hanno insanguinato con stragi e attentati innumerevoli regioni e città dell’Oriente e dell’Occidente. 
Anche le Crociate sono state guerre religiose promosse dalla Chiesa cattolica in nome di Dio combattute tra l’XI ed il XIII secolo. Le più note sono le campagne avvenute nel Vicino oriente volte a riconquistare la Terra Santa dal dominio islamico, principalmente sul terreno dell’Anatolia e del Levante nel Mediterraneo orientale, ma anche in Egitto e in Tunisia. Ma la Chiesa cattolica avrebbe promosso altre guerre per una serie di motivi diversi, tra cui sopprimere il paganesimo e i movimenti eretici, risolvere i conflitti tra gruppi cattolici rivali o per ottenere vantaggi politici e territoriali. 
E sempre nel nome di Dio, con missionari e sacerdoti cattolici al seguito, i comandanti Hernan Cortés e Francisco Pizarro dell’Impero spagnolo nel XVI secolo si imposero con le armi e l’inganno alle antiche popolazioni native di quello che a quel tempo era conosciuto, dopo la scoperta di Cristoforo Colombo, Nuovo Mondo, in realtà l’America Latina: gli Atzechi, i Maya e gli Inca. L’obiettivo era conquistarne il territorio, depredarne le enormi ricchezze, ridurli in schiavitù, convertirli con la forza (molti sarebbero stati decimati non solo con le armi ma anche a causa delle epidemie provocate dai conquistadores, che dall’Europa portavano anche batteri e virus, non solo armi e valori…)  ai precetti della loro fede sempre e solo in nome di Dio. 
E potremmo continuare con le stragi commesse dagli Indù, dagli Shintoisti, e da molti altri appartenenti alle religioni in tutti i tempi e in tutti i continenti: dall’Asia, all’America, dall’Europa all’Africa. 
E se queste storie provano l’assunto dell’autore, non si possono tuttavia non ricordare tutte quelle autorità religiose (alcuni Papi della Chiesa cattolica, alcuni rabbini dell’ebraismo, il Dalai Lama, semplici sacerdoti, missionarie di molti ordini religiosi, senza dimenticare i profeti, i santi ed i martiri) che, nel corso dei secoli, hanno cercato di mettere in pratica il fine autentico della loro religione, impegnandosi come operatori di pace, solidarietà, assistenza, fraternità divenendo esempi fulgidi di fede e di carità. 
Ecco allora l’altra dimensione della religione, di cui l’autore non parla, che si oppone antiteticamente a quella che ha fomentato, influenzato, istigato, organizzato e condotto, direttamente e indirettamente, guerre e rivolte. 
La dimensione di cui parliamo è quella dello spirito, dove la fede viene esaltata attraverso lo spirito di servizio e di abnegazione verso il prossimo, soprattutto nei confronti delle persone che versano nel bisogno, nella disperazione e nel dolore. 
Noi crediamo che questa debba essere (non che lo sia o lo sia stata nel corso della storia) la missione autentica delle religioni: servire a promuovere e favorire la pace, a unire e far dialogare popoli e nazioni, a portare ovunque ce ne sia bisogno una parola di speranza, di carità, di conforto, un aiuto materiale. 
Leggendo le pagine di questo libro, ci si indigna a pensare che le religioni abbiamo potuto fare così tanto male, ma, ad un tempo, come abbiamo appena detto, sono esistiti ed esistono uomini e donne profondamente religiose che hanno dedicato e dedicano la loro esistenza per contribuire a cambiare il mondo rendendolo più equo, più giusto, più unito dove ognuno sia qualcuno da amare!

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