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Le strade sbagliate di una donna troppo bella e corteggiata per essere una buona madre

Ispirandosi a un controverso caso di cronaca nera, e rielaborandolo da prima della classe, l’inglese Emma Flint ha dato voce a una storia che lascia senza fiato, “un gioiello - secondo il Library Journal - della narrativa crime


03/06/2019

di Valentina Zirpoli


Una stesura sofferta - “Scrissi le prime pagine di Tutta la verità su Ruth Malone (Piemme, pagg. 330, euro 18,50, traduzione di Velia Februari) quando non ero ancora trentaseienne, per poi impiegare altri sei anni per completarlo” - a fronte di una storia che si ispira a un fatto di cronaca nera realmente accaduto negli Stati Uniti: quello di “Alice Crimmins, una cameriera divorziata, bella quanto disponibile, che nel 1965 era stata accusata di aver ucciso i suoi due figli (la piccola Alice Marie fu rinvenuta strangolata alcuni giorni dopo la sua scomparsa, mentre Eddie fu trovato morto in circostanze mai stabilite). Per questo si era dovuta sobbarcare anni e anni in tribunale fra condanne e assoluzioni: fu infatti ritenuta colpevole nel 1969, poi liberata, poi ancora condannata, quindi di nuovo assolta perché i giudici non riuscivano a decidersi”. 
Risultato? Un lavoro d’esordio scoppiettante, quello di Emma Flint, conteso da ben nove agenti letterari e che ha conquistato, a partire dal 2017, una vasta platea di critici e lettori. Così il Library Journal non ha mancato di etichettare il suo libro come “un gioiello della narrativa crime” mentre quel geniaccio di Jeffery Deaver lo ha benedetto alla stregua di “uno di quei rari lavori in grado di far volare le pagine e far battere il cuore”. 
Ma chi è Emma Flint? Una new entry sugli scaffali nata nel 1974 a Newcastle upon Tyne, nel nord-est dell’Inghilterra; che ha studiato Lettere (inglese e storia) presso la prestigiosa St. Andrews University (“Anche se da ragazza mi intrigava la professione del medico legale”); che a soli dieci anni aveva scritto il suo primo romanzetto scimmiottando Agatha Christrie (“Ma ovviamente era illeggibile”); che a sedici anni, sedotta dai thriller, si era abbonata a Murder Casebook, con qualche divagazione al seguito legata alla stesura di “orrende poesie”. In seguito, “per tirare avanti”, si sarebbe attivata nel campo dei manuali tecnici, “lasciandosi andare ai sogni soltanto nel tempo libero”. Senza peraltro trascurare la frequenza di un corso di scrittura presso la Faber Academy di Londra, scuola che ha sfornato autori del calibro di Renée Knight e S.J. Watson. 
Detto questo, mirino puntato sulla storia, ambientata in un quartiere popolare di New York, il Queens, negli anni Sessanta e Settanta. “La qual cosa - tiene a precisare - mi è costata un duro lavoro di ricerca sia per poter ricostruire le ambientazioni che per dare voce credibile ai personaggi”. Ed è appunto all’ombra della Grande Mela che incontriamo Ruth Malone, la Marylin Monroe del quartiere: capelli cotonati rosso fuoco, pantaloni Capri, sigaretta tra le labbra. Una tipa che fa girare la testa, ma anche una giovane donna con i suoi problemi, divorziata e madre di due bambini. 
Certo, non è un esempio di virtù: le piace infatti bere, uscire, frequentare uomini diversi (non a caso lavora come cameriera in un locale equivoco), specie ora che ha dato il benservito a suo marito Frank, con il quale è in guerra per la custodia dei bambini: ovvero Cindy e Frank Jr., i suoi piccoli tesori, i capelli che pettina ogni mattina e le bocche che sfama ogni giorno stando attenta che mangino abbastanza verdura. 
Succede però che un brutto giorno Ruth non li trovi più nei loro lettini. La polizia si mette a indagare e nota subito che qualcosa non quadra. In casa vengono infatti trovate bottiglie di bourbon vuote, nonché bigliettini d’amore di troppi uomini in una valigetta sotto il letto. Ma soprattutto a sorprendere gli agenti è la sua bellezza, resa più provocante da un pesante trucco, sul quale hanno da ridire anche le vicine di casa. E non solo, in quanto l’intero quartiere sembra traboccare di pettegolezzi, di mezzi sussurri, di attacchi più o meno velati. 
Sta di fatto che “pian piano Ruth si accorgerà che la verità degli altri - senza prove a suffragarla, ma solo illazioni - le si sta chiudendo sopra come il coperchio di una bara”. Soltanto Pete Wonicke, un giornalista in cerca di storie (“Ma si tratta di un personaggio di fantasia - tiene a precisare l’autrice - che mi sono inventato per raccontare parti della vicenda che la mia Ruth non poteva sapere”), cercherà di guardare oltre le apparenze. Innamorandosi peraltro di questa donna sbagliata, che pagherà la propria vita al limite in un modo terribile. 
In sintesi: una storia che graffia e cattura al tempo stesso; che induce alla riflessione su quanto le apparenze possano pesare sul nostro quotidiano; che sorprende e intriga non lasciando vie di scampo al lettore; che farà sì che della disperazione della protagonista si faccia carico lo stesso lettore. Il quale non mancherà di sorridere quando la scure dell’autrice si abbassa su “tutti i suoi terribili datori di lavoro”, coloro che hanno trasformato le sue giornate lavorative “in un incubo” così da spingerla a cercare rifugio, ogni sera e ogni fine settimana, nel mondo di Ruth. Regalandole però in questo modo “la giusta determinazione”. 
Detto questo un occhio rivolto al domani narrativo di Emma Flint, a suo dire già al lavoro sul secondo romanzo, sebbene pronta a mettersi sulla difensiva: “Quando la prima volta si è baciati dal successo, tutti sono lì a pretendere meraviglie. In realtà devo ammettere che questa mia nuova storia mi sta facendo davvero penare…”.

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