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Le tante verità e le troppe bugie sulla "questione" catalana

Eduardo Mendoza, nel suo pamphlet Che cosa succede in Catalogna, ne ripercorre a ritroso le pulsioni separatiste facendo giustizia delle mistificazioni, delle assurdità e della confusione generate 


04/06/2018

di Giambattista Pepi


“Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze”: lo sosteneva in Invito al colloquio (pubblicato da Einaudi nel 1956) Norberto Bobbio, il massimo teorico e filosofo del diritto della seconda metà del Novecento. Cosa intendeva dire questo “grande” italiano, che per vent’anni (dal 1984 al 2004) fu anche senatore a vita nominato dall’indimenticabile presidente della Repubblica Sandro Pertini?  Egli riteneva fosse un suo dovere (e, quindi, un dovere per ogni pensatore) considerare sempre “il pro e il contro” di ogni questione, sulla quale era chiamato a discutere, poiché ogni suo “ragionamento su una delle grandi domande si concludeva quasi sempre, o esponendo la gamma delle possibili risposte, o ponendo ancora un’altra grande domanda”. 
Esattamente come Bobbio, anche Eduardo Mendoza (scrittore e intellettuale catalano, grande romanziere, vincitore nel 2016 del massimo riconoscimento letterario spagnolo, il Premio Cervantes), nel suo recente pamphlet Che cosa succede in Catalogna (Utet, pagg. 10, euro 10,00), ci parla della sua terra, la Catalogna, assurta, sua malgrado, a simbolo di quest’Europa turbolenta, tra crisi greca, Brexit e ascesa dei populismi, in modo differente. Consapevole che se tutto può essere frainteso e manipolato, se ogni traccia storica può ridursi a pezza d’appoggio per una fazione o l’altra, lo scrittore non deve schierarsi ma indurre il lettore a riflettere anche a costo di trovarsi isolato. 
Nonostante corra questo rischio, Mendoza, in questo piccolo ma denso libro, ripercorre la storia delle pulsioni separatiste catalane per rispondere alle assurdità, alle mistificazioni e alla confusione generale che c’è intorno al tema. 
L’autore non solo non si immischia con l’attualità politica, ma contrasta ogni mito e contro-mito dell’indipendentismo catalano: dal fantasma sovradimensionato di Francisco Franco (“in Catalogna la figura di Franco e la sua dittatura vengono esibiti in processione per giustificare determinati comportamenti, o invalidare quelli degli avversari ...”, ma “il franchismo, così come oggi viene evocato, sia una superficiale manipolazione di un concetto applicabile a molte cose diverse e che, fortunatamente, non abbia nulla a che vedere con il prodotto originale”), al favolistico quadretto della Catalogna rurale (“la Catalogna è stata per secoli una società chiusa. Aveva timore dell’estraneo e lo giustificava con la frase: “Non sono come noi” rivolta verso i catalani provenienti dalle zone rurali”), dall’immagine turistica della Barcellona modernista e cosmopolita (“Per nascondere quelle che ritenevano le proprie vergogne, l’immaginazione e il talento catalani si misero a inventare il passato che la società avrebbe voluto avere. 
Un’architettura teatrale delle gesta medioevali di dubbia veridicità e dei Parsifal d’importazione gettarono le fondamenta di un sogno che non convince nessuno fino a che un turismo eccentrico lo riscoprì quando ormai nessuno lo ricordava più”), fino allo spauracchio della democrazia minacciata, agitato sia dai separatisti, sia dal governo di Madrid (“La democrazia era un fantasma che toglieva il sonno a Franco… Il sogno della democrazia consiste nel credere che la democrazia sia una condizione superiore, che sia sufficiente invocarla come se fosse un sortilegio per risolvere tutti i problemi. Ma non è così. È soltanto la regolazione di un sistema spietato come qualunque altro”).  
Sebbene oggi siano ben altri i problemi al centro della scena internazionale (le misure protezionistiche dell’amministrazione Trump e il timore di una “guerra” tariffaria su larga scala che possa produrre uno choc all’economia internazionale, la guerra civile in Siria dove le grandi potenze cercano di imporre i loro interessi geo-politici e strategici, l’embargo nei confronti di Mosca e la “guerra” diplomatica, la denuclearizzazione della penisola coreana, il Medio oriente), la “questione” catalana per diversi mesi ha tenuto banco in Spagna con echi in Europa, aggiungendosi ad altri problemi ben noti: la Brexit, la marea montante dei populismi, la tenuta dell’Unione Europea  e dell’area dell’euro di fronte allo scollamento tra le opinioni pubbliche di larghi strati delle popolazioni europee e le Istituzioni comunitarie. E se l’Europa ha esorcizzato la “questione” catalana non fornendo alcun alibi agli indipendentisti, che attraverso Carles Puigdemont, l’ex presidente della Generalitat (il Governo autonomo catalano) una qualche forma di riconoscimento e di legittimazione per la loro causa fuori dalla Spagna, Barcellona e Madrid si sono sfidate portando lo scontro alle estreme conseguenze. 
Insomma, si sono spinti troppo avanti e ora è difficile poter tornare indietro. “Né gli uni, né gli altri - scrive Mendoza nell’ultimo capitoletto del libro - credevano che si sarebbe arrivati tanto lontano e che la spinta separatista sarebbe diventata così estesa e dinamica”. E il governo spagnolo, secondo lo scrittore, ha una grande responsabilità nella radicalizzazione dello scontro. “Ha visto l’indipendentismo come un progetto impraticabile accarezzato da pochi. Siccome aveva dalla sua parte la legge e la forza non ha voluto affrontare il problema quando ancora di fatto era inesistente”. Mendoza ricorda inoltre che, approfittando di “periodi di calma e prosperità… si sarebbe potuto mettere la casa in ordine invece di perdere tempo con questioni stravaganti”. 
Ora il panorama è cupo. “Ci troviamo in una catena di azioni e reazioni che non si sa dove condurrà”. Spesso si ha l’impressione che entrambe le parti vorrebbero mettere fine ad una tensione che non avvantaggia più nessuno, che logora i suoi protagonisti, discredita l’insieme del paese e provoca perdite economiche reali, visibili e molto difficili da correggere a breve termine. Ora, mentre il Governo di Rajoy sta per cadere travolto dallo scandalo della corruzione e a Madrid ci sarà molto verosimilmente un nuovo Governo oppure nuove elezioni richieste dai partiti Ciudadanos e PSOE, a Barcellona è tornata la calma. Ma l’incendio divampato è stato violentissimo e ha “bruciato” la fiducia reciproca, ha alzato un muro di diffidenza tra indipendentisti e nazionalisti, ne ha esacerbato gli animi, ha creato una contrapposizione tra Barcellona e Madrid. Di fatto il fuoco è stato domato, ma non è stato spento, e prima o poi tornerà a divampare.

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