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Letta: “Basta divisioni, serve unità per sconfiggere il virus e far uscire l’Italia dall’incubo”

L’ex premier approva la linea dell’Esecutivo nella gestione della pandemia, ma con un distinguo: Governo e Regioni, pur avendo competenze distinte, devono remare nella stessa direzione. E per quanto riguarda la Brexit? Il Regno Unito l’ha voluta ma non si sa dove voglia andare a parare. Mentre per l’Unione europea sostiene che…


16/11/2020

di Giambattista Pepi


Enrico Letta

“Criticare sempre e comunque il Governo senza avere proposte alternative non serve a niente. Adesso è il momento dell’unità. Occorre collaborare contro un nemico comune: il virus”. Enrico Letta, ex presidente del consiglio dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 e attualmente direttore dell’École d’affaires internationales (Psia - Scuola di affari internazionali) a Parigi, promuove l’azione dell’Esecutivo nella lotta contro la pandemia e la crisi che ne è seguita, ma con qualche distinguo. 
In questa conversazione con Economia Italiana.it non manca infatti di osservare come il coordinamento tra Stato e Autonomie locali sia stato talora inefficace e abbia generato “conflitti di competenze” che hanno provocato “smarrimento, disorientamento, confusione che non agevola la lotta ad un nemico comune: il virus”. 
Ricordiamo ai lettori che Letta è stato anche ministro per le Politiche comunitarie nel Gabinetto D’Alema, dell’Industria nei Governi D’Alema II e Amato II nonché sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio nel Governo Prodi II. È stato inoltre parlamentare europeo dal 2004 al 2006, deputato dal 2001 al 2005 e vicesegretario nazionale del Pd dal 2009 al 2013. Inoltre parte del nuovo Comitè Action Publique 2022, una Commissione pubblica per la riforma dello Stato e della Pubblica amministrazione in Francia voluta dal presidente Emmanuel Macron. Sposato in seconde nozze con la giornalista Gianna Fregonara del Corriere della Sera, ha tre figli e vive a Parigi.  

Pandemia atto secondo. L’Italia si allinea agli altri Paesi per arginare la corsa del virus e scongiurare un nuovo lockdown che avrebbe effetti devastanti per l’economia. Eppure le critiche si sprecano. Sono giustificate? 
No. Direi di no. Non invidio chi ha responsabilità in questo momento. A chi critica il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro della Pubblica istruzione Lucia Azzolina o il delegato alla lotta contro il coronavirus, Domenico Arcuri, vorrei che pensassero cosa avrebbero potuto fare al posto loro. È quindi il momento di collaborare, non di fare polemiche, perché dobbiamo portare il Paese fuori da un incubo.

Il Governo ha fatto ciò che andava fatto? O doveva agire prima in modo diverso? 
Davanti a una crisi sanitaria e nello stesso tempo economica e sociale inedita il Governo ha messo in campo la strumentazione per gestirla, proteggendo la salute pubblica, che è un bene fondamentale e, nello stesso tempo, apprestando gli interventi indispensabili per aiutare famiglie, lavoratori e imprenditori colpiti dalle misure di contenimento della pandemia: reddito di emergenza, contributi a fondo perduto, crediti di imposta, moratoria sui crediti e sui mutui, oltre all’acquisto e alla distribuzione di dispositivi di protezione e respiratori per aumentare i posti letto nei reparti di terapia intensiva e subintensiva. 
Poi, per carità, si potevano fare meglio alcune cose, ma va tenuto conto che si è trattato di un’emergenza planetaria e, per di più, l’Italia è stato il primo Paese d’Europa a trovarsi di fronte al virus, senza avere precedenti modelli di riferimento. Anzi, il nostro Paese è stato lodato a più riprese e portato addirittura ad esempio, su come agire in simili circostanze, dall’Organizzazione mondiale della sanità. Altre nazioni hanno infatti guardato a come avevamo agito noi e adottato provvedimenti e misure analoghe.

Eppure sembra essere mancato il coordinamento con le Regioni e le altre autonomie locali. 
Probabilmente la linea di demarcazione tra i poteri del Governo centrale e le competenze delle Regioni non è sempre chiara. L’esempio calzante è quanto avvenuto ad Alzano Lombardo e Nembro nella Bergamasca. Spettava alla Regione Lombardia o all’Esecutivo dichiararle zone rosse? Abbiamo assistito a un certo punto a ordinanze adottate dai presidenti di alcune Regioni, sulle riaperture dopo il lockdown di marzo, che andavano in contrasto con quanto disposto dal Governo, al punto da costringere Roma a impugnarle.

Alcune Regioni e anche il presidente dell’Anci, De Caro (sindaco di Bari), hanno polemizzato duramente con il Governo per il Dpcm del 4 novembre che prevede tre scenari di rischio cui corrispondono tre diversi colori di allarme: giallo, arancione e rosso.  
Anche in questo caso penso che avrebbero fatto bene a non eccedere. Perché poi la verità viene a galla. Infatti il ministro della Salute, Roberto Speranza, è dovuto intervenire ricordando ai presidenti delle Regioni che sono loro a fornire i dati sulla situazione epidemiologica regionale e che nella cabina di regia ci sono tre rappresentanti da loro designati. Quindi le Regioni sapevano tutto. Il Governo e il ministero della Salute hanno adottato i provvedimenti di competenza dopo averli concordati nella cabina di regia dove le Regioni e le autonomie locali sono rappresentati.

A volte si è avuta l’impressione che Stato e Regioni si sovrapponessero e che l’uno anticipasse le altre in una sorta di gara a chi fa prima, chi fa di più o di meno… 
Questa è la riprova che si assiste a una sorta di concorrenza tra Stato e Regioni. Ma il nostro Paese non è uno Stato federale, in quanto ci sono competenze esclusive del Governo centrale, altre riservate alle Regioni e altre ancora condivise. Occorre sempre e, in questo caso in modo particolare, ricordare e ricordarsi dove cominciano le prime e dove iniziano le seconde. Evitando conflitti di competenze che creano smarrimento, disorientamento, confusione. E non si agevola in questo modo la lotta a un nemico comune: il virus.

Bisogna ricorrere o no alle nuove linee di credito del Mes pensate per le spese sanitarie e, per questo, senza condizionalità? 
Il Meccanismo europeo di stabilità da noi ha una cattiva fama, peraltro legata alla vicenda del default della Grecia, ma stiamo parlando di qualcosa di completamente diverso. Il Mes è un intervento a lungo termine destinato alla sanità, attorno al quale c’è stato un grande dibattito politico solo in Italia, che va collocato nella giusta dimensione. In effetti non è la cosa più importante da discutere, in quanto rappresenta un 20% degli interventi complessivi. Quindi un’appendice piccola e non molto importante. Ma di fronte alla situazione abbiamo bisogno di tutto, anche di quei 36 miliardi in modo da riformare la nostra sanità”.

E l’Unione europea? Ha fatto quello che andava fatto? 
Sì. Ha trovato sia pure faticosamente l’accordo sul Recovery Plan e sul Bilancio. Destinare 750 miliardi di euro alla ricostruzione delle economie degli Stati membri colpiti dalla pandemia è stato qualcosa di straordinario, in aggiunta al Sure, ai prestiti della Banca europea degli investimenti e al Mes sanitario.

Qual è il ruolo svolto oggi dall’Unione europea? Quanto conta nel panorama internazionale? 
L’Europa deve rafforzarsi nella sua capacità di stare insieme perché solo così è in grado di reggere lo scontro tra titani, cioè tra Stati Uniti e Cina. Altrimenti, se non sarà abbastanza unita, finirà per obbligare i singoli Paesi a dover scegliere di essere una “colonia” americana o cinese nei prossimi dieci anni. Questo è il senso, anche un po’ nuovo, che ci porta a stare insieme.

C’è stata la Brexit, ma manca l’accordo con l’Ue… 
Io francamente non ho capito dove vuole andare il Regno Unito. Credo che sia una vicenda incomprensibile: hanno deciso di uscire, ma il referendum poneva secondo me una domanda falsa. Non basta dire: vuoi lasciare l’Unione europea? Devi anche dire dove vuoi andare. Oggi si è capito che chi ha votato a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Ue era poi diviso su dove andare. E oggi non si sa quale deve essere l’esito: andare a contrattare una forma di relazione come quella della Norvegia, della Svizzera o della Turchia? Cioè con Paesi non facenti parte dell’Unione europea, ma che hanno un rapporto di un certo tipo con l’Ue. Non si riesce a capire dove vogliono andare a parare gli inglesi. La situazione è tuttora molto confusa, eppure bisognerebbe trovare un’intesa che tarda a trovarsi. Francamente è la dimostrazione che quel referendum era impostato male e con una domanda sbagliata. E quando le cose sono impostate male fin dall’inizio poi raddrizzarle risulta difficilissimo.

Quali sono le sfide che l’Ue dovrà affrontare in futuro? 
Ne indico due: la sfida della sostenibilità e quella dell’umanesimo tecnologico. Due grandi questioni del futuro, grandi e nuove, sulle quali sono convinto che i giovani avranno un protagonismo essenziale e sulle quali l’Europa può avere un ruolo guida. Sulla sostenibilità la leadership europea è nei fatti: siamo la parte del mondo più avanzata; ma anche sulla tecnologia non siamo da meno: da noi la tecnologia cresce e si sviluppa non a scapito della persona. La persona in Europa è al centro, mentre negli Stati Uniti lo sono il mercato e le aziende, e in Cina è lo Stato il proprietario. Questo ci fa capire perché l’Europa può avere la leadership nel mondo.

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