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Libertà di stampa: l'Italia è la pecora nera? No, ma lo diranno ancora

Le classifiche ci collocano al 52.mo posto, in coda agli altri Paesi dell’Europa continentale. Vediamo allora come sono compilate, da chi e come si potrebbero correggere


26/01/2018

di Alberto Spampinato*


Nel 2017, Reporters Sans Frontieres ha collocato l’Italia al 52.mo posto nella sua classifica della libertà di stampa nei 180 Paesi esaminati, dietro Malta (49.ma), Francia (39.ma), Spagna (29.ma), Germania (19.ma). Nel 2016, la stessa organizzazione francese aveva collocato l’Italia molto più indietro, al 73.mo posto. L’anno prima ancora più giù, in 77.ma posizione. Non si capisce bene perché, in quanto la metodologia non è scientifica e il processo di valutazione non è trasparente. Comunque, da almeno un decennio, l’Italia appare dietro tutti gli altri paesi dell’Europa continentale. 
Da tempo, la patria di Dante Alighieri non fa miglior figura neppure nelle classifiche di Freedom House, anch’esse prodotte con procedure non verificabili. Secondo questo autorevole osservatorio statunitense, l’Italia sarebbe uno dei pochi Paesi europei in cui la libertà di stampa è libera solo “parzialmente”. Ed è prevedibile che anche nella classifica 2018, che sarà pubblicata a maggio, l’Italia otterrà un pessimo posto in graduatoria che sarà difficile capire e spiegare, come negli anni scorsi. 
L’Italia non è la pecora nera, ma appare tale perché si usano due pesi e due misure, due bilance. Una per l’Italia, una diversa per gli altri. Quindi, se non cambiano le cose, anche quest’anno, le violazioni più palesi della libertà di stampa peseranno nel giudizio sull’Italia più di quanto pesano per gli altri. 
Anzi, peseranno di più: il numero di giornalisti minacciati (sono 423 quelli certificati da Ossigeno nel 2017), i diciannove altri che vivono sotto scorta, protetti 24 ore al giorno da agenti armati, gli altri 167 che (secondo dati ufficiali del Governo, forniti il 6 dicembre scorso) sono difesi dalla polizia con forme più blande di vigilanza, i circa cinquemila prosciolti da querele pretestuose in fase istruttoria. Di conseguenza è altamente probabile che, ancora una volta, l’Italia sia dipinta non soltanto come un Paese in cui la libertà di informazione è in seria difficoltà, ma addirittura come la pecora nera, come l’ultima carrozza del treno europeo, come la nazione europea in cui c’è meno libertà di stampa. Probabilmente le cose andranno così, anche se le cose non stanno proprio così. 
Ossigeno fa osservare da tempo che l’Italia non farebbe questa pessima figura se il livello della libertà di stampa fosse misurato allo stesso modo e con lo stesso metro nei singoli Paesi e se le classifiche fossero stilate in modo scientifico e con una procedura trasparente. Siamo ancora in tempo per evitare tutto questo ed è per questo che Ossigeno ripete le sue obiezioni sperando di trovare orecchie più attente che in passato. 
È vero che in nessun altro Stato europeo vengono pubblicati dati altrettanto preoccupanti sulle minacce rivolte ai giornalisti. È vero che la situazione italiana è altamente preoccupante. Siamo i primi a dirlo e a dimostrarlo con dati di fatto. Ma per fare paragoni con gli altri Paesi bisognerebbe disporre di dati omogenei, di accertamenti altrettanto attivi e puntuali. E questi dati mancano, fino a prova contraria. 
Inoltre sarebbe necessario utilizzare una metodologia di confronto oggettiva, trasparente, verificabile. E anche questa metodologia manca, come Ossigeno fa osservare da tempo. 
Che senso ha continuare a procedere in questo modo? Dichiarare che l’Italia è dieci, venti, quaranta posti dietro altri Stati europei in cui la libertà di stampa non gode buona salute? A chi giova? A cosa serve procedere con tanta approssimazione? 
Se le cose andranno secondo le facili previsioni, Ossigeno dovrà prendere nuovamente le distanze da valutazioni che danneggiano il suo lavoro, che non hanno il crisma della metodologia scientifica, che non fotografano la realtà oggettiva, che non aiutano chi si batte per rompere il silenzio sulle più gravi violazioni che avvengono nel proprio paese, chi fa leva sui dati di fatto per rimuovere le cause di quelle violazioni. 
Sarebbe ora di evitare tutto ciò. E si potrebbe fare rileggendo attentamente i dati sull’Italia, che sono pubblici e diffusi da Ossigeno in dettaglio, e spiegando che se da noi vengono alla luce così tante violazioni, così numerosi e gravi attacchi ai cronisti, è soltanto perché, a differenza di altri Paesi in apparente miglior salute, un osservatorio scientifico lavora attivamente per portarle alla luce penetrando la cortina di silenzio che li avvolge e li nasconde. 
Ossigeno non contesta la gravità della condizione della libertà di informazione in Italia. Ma dice un “no” netto ai paragoni impropri e alle conclusioni sbagliate. 
Ricordiamo a chi ancora non lo sa, che gli impressionanti dati italiani sono frutto di una impietosa attività di monitoraggio delle violazioni della libertà di espressione e di stampa, di una ricerca che impegna ogni giorno una dozzina di specialisti. 
Qualcuno spieghi, se può, come si possono paragonare sic et simpliciter questi dati con quelli molto più rassicuranti di altre nazioni, nelle quali nessun osservatorio mette in campo le stesse energie e lo stesso impegno per raccoglierli. 
A noi risulta che nei Paesi che vengono contrapposti all’Italia classificandoli più liberi e virtuosi, non c’è alcun osservatorio che operi un disvelamento paragonabile a Ossigeno per capacità di raccolta, verifica e credibilità. Nessun Osservatorio in grado di indurre il Governo e altre autorità ad ammettere la vasta dimensione del problema e ad assumere impegni per affrontarlo. 
A noi risulta che altrove le violazioni della libertà di stampa e i più gravi attacchi a giornalisti e blogger sono individuati e raccolti in modo sporadico, basandosi quasi esclusivamente sulle notizie riferite dai giornali. A noi risulta che chi compila le graduatorie non ha strumenti di rilevamento autonomi e giudica il livello della libertà di stampa basandosi su una raccolta di opinioni, sulla percezione soggettiva del problema di esperti intervistati nei singoli paesi: quindi in base a informazioni non verificate e non verificabili. 
Ossigeno lo ha già fatto osservare alle grandi organizzazioni che pubblicano le graduatorie sulla libertà di stampa operando in questo modo. Ha fatto notare che le classifiche così compilate non sono affidabili. Magari conquistano qualche titolo sui giornali, ma allo stesso tempo danneggiano le organizzazioni indipendenti che operano sul terreno per promuovere la libertà di stampa. 
Non è un piccolo problema. È il problema numero uno, mentre assistiamo alla progressiva restrizione dello spazio concesso alla libertà di stampa in tutto il mondo, anche nei paesi democratici, e vediamo che questo trend negativo non scuote le autorità, sebbene sia coralmente segnalato, da tempo, da tutti i centri di osservazione nazionali e internazionali. Evidentemente le statistiche approssimative e gli appelli generici non sono incisivi. Dobbiamo quindi superare questa disarmante situazione. E possiamo farlo rendendo credibili questi appelli, rendendoli incisivi con la forza dei fatti. Possiamo farlo promuovendo in ogni paese un monitoraggio attivo delle violazioni, una raccolta uniforme dei dati, una classificazione trasparente. Quando disporremo di dati affidabili e omogenei convinceremo le autorità a prendere le misure dovute e i necessari aggiornamenti legislativi. 
In Italia, facendo leva su dati oggettivi, su dati che non possono essere smentiti perché basati sulla ricostruzione degli eventi accaduti, Ossigeno ha fatto crescere, anno dopo anno, l’attenzione pubblica. Ha fatto crescere la pressioni per ottenere interventi risolutivi, in grado di contrastare le minacce persistenti e affrontare le loro cause profonde. 
Questa campagna ha già prodotto i primi significativi risultati. 
Nel 2016, un rapporto AgCom (l’autorità italiana per le comunicazioni) ha affermato che la pressione nei confronti degli operatori dell’informazione, a causa di intimidazioni e minacce, è uno dei due problemi più rilevanti per i giornalisti italiani: l’altro problema è la diffusa condizione di lavoro precario con paghe molto basse per i cronisti. 
Nel mese di dicembre 2017 il ministero dell’Interno ha istituito un tavolo di consultazione sulle minacce contro i giornalisti, con la partecipazione delle istituzioni rappresentative dei giornalisti. 
La Commissione antimafia del Parlamento italiano, la prima volta nel 2012, e nuovamente nel 2015, ha tenuto conto dei dati forniti da Ossigeno per l’Informazione e, dopo un’inchiesta di dodici mesi, ha consegnato al Parlamento rapporti dettagliati che documentano la situazione attuale e contengono raccomandazioni formali per introdurre innovazioni legislative e per fornire un ambiente più sicuro per i giornalisti.

*Ossigeno

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