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Lo chiamavano il "mitico Palpa", ed era il più forte di tutti

Miracoli e leggende su Roberto Palpacelli, il più grande talento mancato del tennis italiano. A fronte di una vita condita di alcol, sigarette fumate fra un set e l’altro, eroina, soldi buttati, tre anni di Daspo e il rischio concreto di morire di overdose nel 2006


25/02/2019

di Massimo Mistero


Chi mastica un po’ di tennis l’avrà senz’altro sentito nominare. Non tanto per i successi conseguiti in carriera, quanto per quella genialità che si portava al seguito; quella stessa che, se fosse stata coltivata a dovere, l’avrebbe potuto incoronare fra i primi della classe a livello internazionale. Un vero e proprio talento inespresso, che sino a poco tempo fa aveva sempre evitato di raccontare a un estraneo, e men che meno a un giornalista, i particolari della sua vita. Lui che, finalmente verrebbe da dire, è uscito allo scoperto. Picchiando duro sul suo percorso sportivo e non solo. Così eccolo andare subito al sodo. 
“Sul mio conto ne sono state dette tante, ad esempio che avevo battuto in due o tre occasioni Boris Backer. Storie inverosimili, leggende metropolitane che mi fanno andare in bestia, perché non capisco chi le abbia messe in giro. Però direi una bugia se fingessi di non sapere che intorno a me ho sempre percepito un’attenzione morbosa, un misto di ammirazione e repulsione. In effetti i direttori dei tornei facevano a gara per avermi. Non era cosa comune per un giocatore di serie B. Alcuni parlavano di me come del “mitico Palpa” e venivo considerato come una della più talentuose racchette italiane: ma di quei traguardi che tutti sostenevano avrei raggiunto senza problemi, non ne ho visto neanche uno. Invece sono stato bravissimo a bruciare me stesso. In tutti i sensi”. 
Di chi stiamo parlando? Di Roberto Palpacelli, nato a Pescara nel 1970 (città dove tuttora vive con la compagna Enza e un figlio), il quale strada facendo avrebbe conquistato un solo punto nella classifica Atp, peraltro giocando in doppio con Pietro Angelini. Guadagnando novanta dollari lordi di monte premi, da dividere in due. 
In ogni caso la sua storia spericolata - condita di alcol e birra, sigarette fumate fra un set e l’altro, eroina (con un soggiorno in comunità fra i 22 e i 24 anni dopo essere finito in strada), soldi (buttati), tre anni di Daspo (il divieto di assistere agli eventi sportivi) e il rischio concreto di morire di overdose nel 2006 - meritava davvero di essere raccontata. E a contribuire alla stesura de Il Palpa. Il più forte di tutti (Rizzoli, pagg. 220, euro 18,00) è stato Federico Ferrero, voce di Eurosport 2005 e firma storica de Il Tennis Italiano, nonché collaboratore del dorso torinese del Corriere della Sera dopo esperienze legate a l’Unità, l’Espresso e pagina 99. Oltre ad aver pubblicato nel 2012 Alla fine della fiera. Tangentopoli vent’anni dopo
Roberto Pappacelli, si diceva. Che a cinque anni aveva preso la sua prima lezione di tennis con il maestro del circolo di Pescara, Giacarlo Iezzi, che ancora oggi, a settant’anni suonati, continua ad avviare i ragazzini allo sport. Il quale lo costringeva a fare esercizi senza palla, “impugnando un attrezzo da denuncia per tentate lesioni a minori, una greve Dunlop Maxply manico 5. Perché allora si faceva così”. Fortuna voleva che le bacchettate sulle dita ai mancini fossero state abolite e che pertanto il braccio sinistro di Roberto non fosse più “quello armato dal Diavolo”. 
Guarda caso, in quel periodo, a trainare le nascenti passioni giovanili era un campione del calibro di Adriano Panatta, che aveva vinto gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros. Il quale, affiancato da Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli, avrebbe conquistato anche la prima e unica “Insalatiera” vincendo la Coppa Davis. 
Sta di fatto che, sulla scia di un sogno impossibile, quel ragazzino dotato di estro e talento avrebbe fatto sognare il suo maestro, visto che aveva “il dono di dare del tu alla palla”. Ma con la passione al seguito anche per il pallone, per via del padre Cecio, di professione calciatore. Il quale, quando lui aveva dodici anni, venne trasferito a L’Aquila, complice un migliore ingaggio. E fu in quel periodo che il ragazzino non mancò di lasciare un suo ricordino alla città: la sera di Capodanno lanciò infatti un petardo contro una palma secca che si incendiò e ci mancò poco che il suo Club venisse raso al suolo dal fuoco. E quella - irrequieto com’era - non rimase certo l’unica impresa degli anni pescaresi. Ma per via delle sue doti gli veniva perdonato un po’ tutto. 
In effetti era davvero un personaggino sale e pepe il nostro Palpa. Sul quale sarebbero ben presto fiorite leggende a bizzeffe. Ad esempio che a 16 anni, per prendere in giro l’avversario e dare interesse a una partita senza storia, prese a colpire la pallina con il manico della racchetta (perdendo così l’incontro); che a 17 abbia buttato alle ortiche la sua grande occasione facendosi cacciare dal ritiro della Nazionale per eccesso di confidenza con l’alcol e con un gruppetto di giovani svedesi (già, le donne, altra  sua grande passione); che in seguito sia finito a giocare in India sui campi di sterco di vacca prima di dilapidare in due settimane i soldi di un mese e dover tornare precipitosamente a casa. Con un unico rammarico al seguito: quello di “aver fatto soffrire i suoi genitori”. 
Eppure il mitico Pippa era stato dotato dalla natura di tutto quello che un atleta poteva desiderare. Così eccolo ricordare: “Avevo le caviglie sottili dello scattista, le spalle larghe, fibre rosse in quantità, massa grassa da maratoneta, anche se di mio non mi ero guadagnato niente. Anzi, quello che avevo cercavo di sfasciarlo con le mie giornate dissolute. E quando giocavo ero da un’altra parte con la testa e con il cuore”. 
Grandi doti, ripetiamo, che avrebbe potuto sfruttare al meglio avendo a un certo punto a disposizione un maestro dai metodi innovativi, che si chiamava Roiati e che si era inventato un sistema, spiccio quanto concreto, per far sviluppare un servizio potente ai suoi allievi. “Non accettava infatti che i suoi ragazzi servissero piano in quanto sosteneva che la battuta sarebbe diventata un colpo decisivo nel tennis del futuro”. E così sarebbe stato. 
Insomma, aveva capito prima degli altri che il tennis si stava modernizzando, e “fu da lui che sentii parlare per la prima volta di open stance: al contrario degli insegnamenti classici, ora negli Stati Uniti si diceva che per tirare più forte di dritto si dovesse stare non più di fianco alla palla, col peso spostato sulla gamba opposta rispetto al braccio che reggeva la racchetta, ma quasi paralleli alla rete, girando solo le spalle e appoggiando il peso del corpo sulla gamba corrispondente al braccio dominante. Un ragazzo della mia età, Andre Agassi, giocava proprio così, seguendo gli insegnamenti di un coach italo-americano, Nick Bollettieri. E con quella soluzione eretica tirava delle botte micidiali, in barba a cinquant’anni di scuola tradizionale”. 
Ma essere un fenomeno potenziale e fantasioso non bastava a supplire le sue eccentricità, che l’avrebbero relegato al ruolo di speranza mancata, di scavezzacollo ingovernabile, di un atleta che “quando era fatto non ragionava più”. Un ribelle senza causa, refrattario a qualsiasi disciplina, innamorato degli eccessi. Eccessi che, nello sport, purtroppo non pagano mai. E il fisico, a un certo punto, finisce ovviamente per chiederti il conto. 
Tuttavia, a dispetto di tutto e di tutti, Roberto si sarebbe presa qualche altra soddisfazione. Successe quando, rimessosi in riga, a 42 anni suonati, nel secondo anno di serie B, avrebbe perso soltanto un set per poi dare il suo meglio l’anno successivo, nel giugno del 2012, in un incontro che era valso la promozione in A2 del “suo” Mosciano. Ma una settimana dopo si sarebbe perso nuovamente. Fortuna volle - allora e in seguito - che a salvarlo fosse la sua Enza…

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