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Lo scontroso, lunatico, eccentrico Allen Iverson, che amava correre sull’orlo dell’abisso

Dalla penna di Kent Babb, giornalista del Washington Post, la storia del ribelle della Nba, genio e sregolatezza del basket. E della cultura hip hop


16/11/2020

di LUCIO MALRESTA


Dall’angolo tornò in palleggio verso il centro del campo, fermandosi fuori dall’arco. Gli spettatori erano tutti in piedi. Che ne fossero consapevoli o meno, stavano assistendo al cambio della guardia, al passaggio di testimone tra il vecchio e il nuovo: Allen Iverson, ventun anni, di fronte a Michael Jordan, trentaquattro, il suo modello e l’immagine della Nba dell’epoca. Era quello il cambio della guardia fra due grandi protagonisti della pallacanestro mondiale: il primo stella nascente, il secondo - dopo una carriera da numero uno dei numeri uno - sulla via del tramonto, benché la sua grandezza non facesse ancora una grinza. 
Da allora di anni ne sarebbero passati, regalando grandi emozioni ai tifosi, ma anche identificandosi con la vita turbolenta di un protagonista fuori dalle righe. Appunto lo scontroso, lunatico, rissoso, eccentrico Allen Iverson, un concentrato di genio e sregolatezza come pochi altri nella storia del basket americano. Un cestista di colore, nato ad Hampton il 7 giugno 1975, passato dalle stelle (pur essendo alto soltanto un  metro e 83 per cinque stagioni aveva superato la media dei trenta punti a partita e per quattro stagioni era stato top scorer della Lega) alle stalle, dalle luci della ribalta al dimenticatoio, dalla ricchezza alla povertà (dopo aver accumulato un patrimonio in soli ingaggi di 150 milioni di dollari, si era trovato a mendicare un prestito a un suo ex compagno di squadra), da marito e padre di una famiglia felice a uomo abbandonato in una sin troppo grande casa… 
Magari nel ricordo di quella madre che era rimasta incinta a soli quindici anni, festeggiati andando a letto con Allen Broughton, un ragazzo che sembrava incapace di tenersi lontano dai guai e al quale lei non sembrava proprio resistere (Primo amore, primo bacio, prima scopata. Tutto in una volta). E quando quel figlio dalle braccia lunghe venne al mondo pensò subito che sarebbe diventato un giocatore di basket come il padre. Che se n’era andato senza farsi più vedere dopo aver messo incinta anche la sua istruttrice di pallacanestro… 
Della storia di questo grande campione si è occupato Ken Nabb, giornalista in forza alla redazione sportiva del Washington Post, che proprio da un longform (un articolo lungo quanto ben articolato) pubblicato sul sito del suo giornale, e cliccato da migliaia di lettori, avrebbe preso lo spunto per scrivere Not a game. Storia di Allen Iverson, il ribella della Nba (66thand2nd, pagg. 328, euro 20,00, traduzione di Lorenzo Vetta). Peraltro basandosi su centinaia di articoli e interviste, oltre che su una mole preziosa di documenti processuali, per ripercorre la parabola di un’icona del basket e della cultura hip hop, un talento eccentrico e dirompente, le cui fortune erano virate più in fretta del suo irresistibile crossover
Per la cronaca Nabb ha studiato giorrnalismo e comunicazione di massa presso l’University of South Carolina, per poi lavorare cinque anni come reporter al The State e al Kansas City Star, occupandosi di variegate tematiche: dalla campagna elettorale di Hillary Clinton al tornado che aveva devastato la città di Joplin, nel Missouri. Lavoro peraltro molto apprezzato, tanto da essere incluso nel The Best American Sports Writing 2013
Detto questo attingiamo dalla sinossi che va subito dritto filato sul caratterino del personaggio: “We talkin’ about practice, man. Not a game”. Stiamo parlando di un allenamento, amico. Non di una partita. Era questo il ritornello che Allen Iverson, in preda ai fumi dell'alcol, pronunciò all’infinito in una famigerata conferenza stampa del 2002. I suoi Sixers erano stati buttati fuori dai playoff e lui si era scontrato per l’ennesima volta con il coach Larry Brown. 
Ed è appunto attorno a questo episodio, presagio di una vertiginosa caduta, che si avvolge come una spirale l’irrequieta esistenza di Allen Iverson, ovvero The Answer (la risposta) com’era stato battezzato a quei tempi. La maglia numero 3, le treccine, i tatuaggi, i quattro titoli, le Finals da protagonista contro i Lakers di Bryant e O’Neal; ma anche le violenze coniugali, l’infanzia senza padre, un patrimonio immenso sperperato per mantenere amici, parenti e auto di lusso… 
Qui c’è tutto Iverson, scontroso, lunatico, ribelle: il cestista più elettrico della Nba, forse il più amato dai tifosi (che nei suoi difetti e nella sua statura si identificavano), il ragazzo dal sorriso disarmante che amava correre sul ciglio dell’abisso. 
E nell’abisso, alla fine, ci sarebbe precipitato dopo averlo già assaporato quando, a soli 17 anni, si trovò coinvolto in una gigantesca rissa fra bianchi e neri, venne accusato di aver colpito alla testa una donna con una sedia e per questo condannato a 15 anni. Ma, dopo aver trascorso quattro mesi nella struttura carceraria del Newport News City Farm, gli fu concessa la grazia dal governatore della Virginia, Douglas Wilder, mentre la Corte d’appello ribaltò l’iniziale verdetto assolvendolo per insufficienza di prove.

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