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Lo specchio nell’arte: una doppia realtà fra verità e inganni

Un mondo fuorviante, illusorio, che gioca a rimpiattino con la vanità e la superbia; che apre e asseconda le porte del sogno e dell’immaginazione; che regala fama al mito di Narciso; che ruba, in una versione moderna, il passaggio delle nuvole. Complici grandi geni: dal Parmigianino a Tiziano, dal Caravaggio a Velasquez, da Manet a Kapoor


04/03/2021

di DONATELLA GALLIONE MOLINARI

Affascinante, mutevole e misterioso lo specchio è capace di rappresentare la realtà nel modo più veritiero e fedele o in quello più ingannevole e menzognero.  Sprovvisto di una sua fisionomia, di un’identità propria, la ruba al mondo: alle persone, al paesaggio, al cielo, a tutto ciò che lo circonda o che gli passa accanto, anche solo per un momento fugace. Ma quello che noi vediamo è un luogo che non esiste, un ambiente illusorio in cui ci è vietato entrare, uno spazio in cui nulla può essere toccato e nulla può essere vissuto. 
Secondo le tradizioni popolari
, per la sua capacità di creare una doppia realtà, lo specchio sarebbe in grado di rubare l’anima nell’immagine riflessa, da qui la credenza per cui i vampiri non riflettono la propria immagine perché privi di anima. 
Sempre secondo le stesse tradizioni esisterebbero specchi magici che rivelano il futuro (ad esempio lo specchio di Grimilde ne “Biancaneve e i sette nani”) o capaci di metterci in contatto con persone lontane, compresi i defunti. In pratica lo specchio è un occhio magico che riuscirebbe a vedere ciò che è invisibile all’occhio umano. È una porta di passaggio tra il mondo reale e quello immaginario (pensiamo al romanzo di Lewis Carrol “Attraverso lo specchio” in cui Alice, la sua eroina, attraversandolo, si ritrova in un mondo fantastico popolato da fiori parlanti e personaggi improbabili). 
Lo specchio, inoltre, ha significati spesso contrastanti. Ad esempio è sinonimo di conoscenza, in quanto ci consente di guardare il nostro aspetto che altrimenti ci risulterebbe sconosciuto. Di fatto nello specchio l’immagine è il perfetto doppio del soggetto: somigliante, fedele nei gesti, è un vero e proprio alter ego. La visione del nostro aspetto che ci regala ci dà la prova della nostra esistenza, ma è anche menzognera perché restituisce un’immagine inversa a quella reale, invertendo destra e sinistra. 
Per non parlare degli specchi concavi o convessi che mostrano l’immagine e lo spazio capovolti, oppure ampliati o comunque deformati. Così quello convesso è stato utilizzato all’interno dei dipinti fin dalla metà del 1400 e risulta molto amato dai pittori fiamminghi che lo avevano spesso impiegato per dilatare lo spazio o per far vedere ciò che avviene anche fuori dalla scena ritratta. 
Anche gli artisti italiani amano cimentarsi con lo specchio convesso, come ad esempio Parmigianino (Parma 1503 - Casalmaggiore 1540) pittore manierista che nel suo piccolo autoritratto si ritrae elegantissimo a soli vent’anni e dove sono evidenti le forme distorte della stanza e della finestra, la mano in primo piano enorme ed oblunga. Questo piccolo gioiello è un vero saggio delle abilità pittoriche del Parmigianino che vediamo anche nella grazia e nella raffinatezza del disegno, nel morbido sfumato dei contorni e nei delicati ed armoniosi accordi cromatici.


Girolamo Francesco Mazzola detto Parmigianino: Autoritratto entro uno specchio convesso - 1524 - olio su tavola convessa, 24,4x24,4 cm., Kunsthistorisches Museum di Vienna

Lo specchio è anche il simbolo della prudenza che troviamo in molti dipinti tra 1400 e 1500, dove essa è rappresentata da una figura femminile che tiene uno specchio in una mano per guardarsi le spalle e non farsi ingannare dal male sempre in agguato. Sovente nell’altra mano tiene un serpente anch’esso simbolo di cautela e di accortezza. 
Ma è anche simbolo di vanità e di superbia. Va da sé che la vanità viene rappresentata al meglio dalla dea Venere e quindi da tutte le donne che si ammirano allo specchio. 
Famose e numerosissime nella storia dell’arte sono le Veneri allo specchio come questa di Tiziano (Pieve di Cadore 1488/90 - Venezia 1576).


Tiziano Vecellio: Venere allo specchio - 1555 - olio su tavola, 105,5x124,5 cm., National Gallery of Art di Washington.

Nei dipinti di Tiziano tutto è morbido e sensuale. La dea, che ricorda una tipica bellezza veneziana, ha un’elaborata acconciatura con fili di perle che si intrecciano ai suoi biondissimi capelli. È seduta tra sontuose stoffe e preziose pellicce nell’atto di ammirare la propria immagine in uno specchio sostenuto da un amorino, mentre un altro puttino regge una ghirlanda di fiori. Ma in base all’orientamento dello specchio e alle leggi dell’ottica è impossibile che lei possa ammirare la propria immagine riflessa se contemporaneamente la vediamo anche noi. Questa illusione ottica è conosciuta proprio come “effetto Venere”. 
Se l’osservatore vede il volto di Venere nello specchio, la dea sta guardando non se stessa ma l’osservatore o il pittore che quindi sono a loro volta osservati. Di fatto quando la vanità è portata all’eccesso diventa narcisismo. 
La mitologia greca descrive Narciso come un giovane bellissimo che, secondo una profezia, avrebbe potuto raggiungere la vecchiaia solo se non avesse mai conosciuto se stesso. Il ragazzo di cui tutti si innamorano cresce insensibile, superbo e crudele, e rifiuta sdegnosamente tutti coloro che si innamorano di lui, compresa la ninfa Eco che per il dolore deperisce fino a lasciare di sé solo l’eco della sua voce. 
Vista la sua crudeltà e la sua impudenza che lo portano a rifiutare persino Eros, il dio dell’amore cui tutti soggiacciono compresi gli dei, questi decidono di punirlo. Contemplando la sua immagine riflessa in uno stagno, Narciso finalmente conosce se stesso e ne rimane incantato, innamorandosi perdutamente di colui che l’acqua rispecchia ovvero un essere incorporeo, inesistente, un’illusione.  
Rendendosi conto dell’impossibilità di questo amore Narciso si uccide, trafiggendosi il petto. Dalle gocce del suo sangue nasceranno i narcisi, fiori belli quanto tossici (dal loro nome deriva la parola narcotico), o secondo un’altra versione muore, cadendo in acqua mentre tenta di abbracciare l’immagine di cui si è invaghito. 
Caravaggio (Milano 1571 - Porto Ercole 1610), cui dopo lunghe dispute viene attribuito il dipinto, ci offre un’interpretazione molto intensa e coinvolgente del mito di Narciso.


Michelangelo Merisi da Caravaggio: Narciso - 1597/99 - olio su tela, 112x92 cm.- Galleria Nazionale d’arte antica (palazzo Barberini) a Roma

A prevalere, come avviene spesso nei dipinti di Caravaggio, è l’ombra da cui emergono, ben illuminati, un ginocchio e parte della gamba, le maniche a sbuffo della camicia che inquadrano il viso del giovane, i ricami del vestito elegantissimo, e alcune zone del viso, del collo e delle braccia. Il tutto si riflette specularmente nello stagno. 
Il giovane ha la bocca appena dischiusa come se fosse sul punto di baciare la propria immagine ed è solo nel buio. Non ci sono particolari che si riferiscano alla caccia che l’aveva occupato fino a poco prima; il pittore concentra tutto sul momento culminante della storia, descritta in modo poetico in un’atmosfera silenziosa e concentrata. 
Dimentico del mondo, Narciso è preso soltanto dalla scoperta della sua immagine che guarda con dolcezza struggente e desolata. Qui non vediamo né arroganza né superbia, ma un giovane dall’espressione malinconica e accorata che ama e capisce che non potrà mai essere ricambiato. Caravaggio non giudica quell’amore tutto rinchiuso in se stesso, ma ne coglie solo l’aspetto che genera dolore e pena, perché il ragazzo che Narciso vede riflesso nell’acqua non esiste. 
Uno dei quadri più affascinanti in cui l’uso dello specchio risulta particolarmente intrigante è “Las meninas” del pittore spagnolo Diego Velazquez (Siviglia 1599 - Madrid 1660). Quest’opera, il cui titolo è stato dato posteriormente e non dal pittore, va osservata con molta attenzione per capire il gioco sottile ed astuto in cui si cimenta l’artista e che noi cercheremo di seguire, lasciandoci volentieri ingannare dai suoi trucchi.


Diego Velazquez: Las Meninas - 1656 - olio su tela, 318x276 cm. Museo del Prado a Madrid.

A un primo sguardo abbiamo la sensazione di essere di fronte al ritratto di una bella bambina vestita di un elegantissimo abito bianco. È l’infanta Margherita, figlia dei sovrani di Spagna Filippo IV e Marianna d’Austria, circondata dalle sue damigelle d’onore (Las Meninas, appunto), dai suoi nani, da un grosso cane e da alcuni dignitari. Quasi tutti guardano verso di noi, ovvero fuori dal quadro. 
Ma subito, a sinistra della bimba, il nostro sguardo è catturato dall’immagine, a figura intera, del pittore Diego Velazquez, con in mano tavolozza e pennelli, che sembra appena sbucato da dietro l’enorme tela che sta dipingendo e, come gli altri, sta guardando fuori dal quadro. 
L’artista ci sta dicendo che essendo anche lui dentro al dipinto, a fianco e non di fronte all’infanta e alle sue damigelle, non è possibile che le possa ritrarre. 
Ma allora cosa sta dipingendo? Noi non possiamo saperlo perché la grande tela rivolge verso di noi la sua parte posteriore. Evidentemente il pittore sta ritraendo qualcuno posto fuori dal quadro, che lui vede, insieme a tutti coloro che sono nel quadro con lui, ma che noi non possiamo vedere. O forse sì. Se osserviamo con attenzione ci accorgiamo che sulla parete di fondo c’è uno specchio che riflette le figure rimpicciolite dei sovrani che Velazquez sta ritraendo. Quindi ciò che a un primo sguardo sembra il soggetto del quadro, cioè “Las Meninas”, in pratica non lo è. 
Con questo dipinto l’artista ha realizzato un artificio complesso, ha costruito una visione ingegnosa, capovolgendo la posizione degli attori nello spazio. Guardando e dipingendo i reali (posti dove normalmente dovrebbe trovarsi il pittore) Velazquez sta osservando anche noi che ci troviamo nello stesso campo dei sovrani e quindi ci sentiamo confusi dalla posizione inconsueta del pittore collocato in uno spazio non suo. Tutto ciò crea una sorta di disorientamento come quando si cammina e ci si perde in un labirinto. 
Non per nulla il 1600 aveva segnato la nascita del teatro, la grande illusione, la magia per cui la realtà diventava finzione e la finzione realtà. Ed è proprio questo che l’artista riesce a fare con quest’opera ineguagliabile. 
A sua volta il pittore francese Eduard Manet (Parigi 1832 - 1883) ha precorso le novità pittoriche degli impressionisti raffigurando, non più soggetti storici o mitologici, ma la vita reale del suo tempo con tratti rapidi e forme essenziali. Anche lui è affascinato dagli specchi tanto che nel 1881/82 realizza un dipinto mirabile dal titolo: “Il caffè delle Folies Bergère” che sarà anche la sua ultima opera in quanto morirà l’anno successivo.


Edouard Manet: Il bar delle Folies Bergère - 1881 - 1882 - olio su tela, 96x 130cm. Courtauld Gallery a Londra

In primissimo piano spicca un bancone di marmo bianco su cui poggia una splendida natura morta. Ci sono diverse bottiglie, un’elegante alzata di cristallo piena di mandarini arancioni che costituiscono l’unico tocco di colore deciso, in un dipinto tutto giocato sui toni dei neri, dei bianchi dei grigi e dei bruni, e infine un calice trasparente con due rose dalle tenui tonalità rosate e aranciate. Perfettamente al centro della scena, con le mani appoggiate al bancone, stretta in un’elegante giacca nera che mette in risalto la vita sottile e il seno fiorente, vediamo una giovane e bella ragazza dai capelli chiari. 
È Suzon, una cameriera delle Folies Bergère, caffè concerto un po’ trasgressivo e molto alla moda a Parigi, in cui la borghesia di fine ottocento trascorreva le sue ore di svago, assistendo a concerti e a spettacoli vari, bevendo e fumando. 
Alle spalle della ragazza un enorme specchio ci permette di vedere la folla brulicante e chiassosa che riempie il locale, resa dall’artista con pennellate veloci e macchie solo apparentemente disordinate. Infatti, a una certa distanza, assumono un effetto palpitante tanto che par di sentire le risate, gli applausi e il frastuono della gente che si diverte sotto la luce di sfavillanti ed imponenti lampadari di cristallo, mentre il fumo di sigari e sigarette riempie la sala. 
Un’acrobata, di cui si vedono solo le gambe in alto a sinistra,si esibisce sul trapezio mentre una dama la osserva col binocolo. All’estrema destra vediamo un attempato signore col cilindro che si sta rivolgendo proprio a Suzon. 
Se osserviamo attentamente la ragazza ci accorgiamo che, in mezzo a tanta allegria e spensieratezza, il suo volto è malinconico e pensieroso e, nonostante l’eleganza del suo abito, percepiamo l’espressione di una   giovane semplice, impreparata alle malizie e alle scaltrezze della grande città. Forse Suzon si rende conto che tutti gli uomini eleganti presenti nella sala, che la guardano con ammirazione e desiderio, sono sicuramente disponibili a comprare il suo amore anche a caro prezzo, ma non altrettanto disposti a ricambiarlo con un sentimento sincero e autentico. 
Quel mondo scintillante che si gode la vita non sarà mai il suo, più faticoso e grigio, e per lei non è altro che un miraggio irraggiungibile, una dorata illusione come quella riflessa nel grande specchio alle sue spalle. 
Chi altro? Anish Kapoor, uno scultore contemporaneo inglese, di origini indiane famoso per le sue monumentali installazioni. Una delle sue opere più note - e sicuramente più scenografiche - è lo Sky Mirror, cioè lo Specchio del cielo, costituita da un grande disco riflettente in acciaio inossidabile. 
Ne esistono diverse versioni in altrettante città del mondo, ma una delle più poetiche è forse quella installata, per un certo periodo, nel giardino della Hougton Hall di Norfolk, in Inghilterra, dove il grande specchio appoggiato a terra e rivolto al cielo, ne registra i continui cambiamenti.


Anish Kapoor: Sky Mirror - 2020 - acciaio inossidabile, diametro 5 metri. Houghton Hall Norfolk, in Inghilterra.

In questo caso non è più l’artista a creare l’opera, ma i frequenti mutamenti delle nubi che presentano all’osservatore immagini sempre differenti. Inoltre la volta celeste, impalpabile e infinita, è catturata in una struttura concreta, limitata e circoscritta. 
Guardando questo grande specchio circolare che riflette il passaggio delle nuvole, si ha l’impressione che una porzione di cielo sia adagiata sul prato come qualcosa di vivo e palpitante. Si prova la strana sensazione di capovolgimento dell’ordine naturale delle cose, poiché vediamo il cielo ai nostri piedi. 
Sospesa tra realtà e finzione, impigliata tra verità e inganno, abbiamo visto che la natura ambigua dello specchio asseconda e stuzzica le visioni che abitano la mente creativa degli artisti. Apre loro le seducenti porte del sogno e dell’immaginario e ogni tanto è piacevole e salutare anche per noi abbandonarci ai loro giochi che ci fanno scoprire prospettive diverse per guardare con occhio sempre nuovo la nostra quotidianità.

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