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Lo stupore della vita e la difesa della specie, fra amore e sofferenza

In un lavoro che induce alla riflessione Andrea De Alberti dà voce all’equilibrio sragionato e imprevedibile dell’evoluzione umana


29/10/2018

di Luca Minola


La difesa della specie prima di tutto. Questa è la tentazione di un ruolo ben definito, dove autore e individuo si scontrano, nell’affrontare ad ogni costo il tessuto della vita e il suo stupore nel compiersi. Da una piena coscienza di sé e degli altri, Andrea De Alberti con il suo Dall’interno della specie (Einaudi, pagg. 79, euro 10,00), traccia un possibile equilibrio sragionato e imprevedibile come quello dell’evoluzione umana. 
De Alberti non può ottimizzare ogni cosa, beninteso, non potrebbe nemmeno se volesse, il suo principale problema è far parte di una specie, in questo caso quella umana. Deve sopportare, deve amare e soffrire nello stesso momento, il tempo che gli è stato dato (come per tutti) è poco, è spaccato in istanti da riorganizzare, da tessere insostituibili: “Se anche rimanesse per poco/ il diritto di riversare il proprio amore/ sui movimenti più lenti del tempo, / se rimanessimo innocenti a ogni specie, / a ogni vana repulsione, / a qualsiasi cosa/ data in prestito a un intero/ già accaduto e già risistemato”. Punto centrale dell’opera, la figura- fra simbolo e unicità- del “padre”. 
La doppia mescolanza che precede alcune immagini e alcune figure viene da lontano, i ruoli cambiano e si fondono: l’autore stesso come figura paterna e il padre dell’autore, come se fossero la stessa e unica persona in una molteplicità d’intenti. Nella volontà condivisa di rinnovare le speranze e le illusioni della specie. De Alberti mette tutta la propria storia al servizio di una collettività che non vuole essere rinunciataria di nulla, il miglioramento è vicino e si sente, si può attuare e può essere ascoltato per intero, basta volerlo: “Eppure nel frammento di ogni memoria,/ nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo/ accarezziamo la vertigine con una mano/ nella scandalo innaturale che ci trattiene,/ eppure, dall’interno della specie,/ ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,/ con le prove concepite fuori da ogni possibile/ orizzonte di stupore”. 
Queste poesie molto spesso si sposano con la prosa, in una dimensione vera, accanita, fondata su quella che è una quotidianità spessa, vissuta in maniera esplicita. Le difficoltà, i sacrifici stessi servono alla posizione che dobbiamo occupare o molto spesso disertare nella nostra vita: “Le crisi dell’anima sono lunghe bisce/ e l’indice di felicità non misura la ricchezza della strada,/ i parametri alternativi vanno ricercati nel sistema,/ la sopravvivenza è a spezzoni./ Mi ricordo dove non eri ancora risucchiato,/ da imprevedibili altezze misuravi a tastoni le persone,/ gli ultimi, i disadattati, i diversi./ Vedevi prima del male il disprezzo del male/ dove noi non capivamo tu ad occhi chiusi/ come sempre ti orientavi”. 
In questo la porzione del male che ognuno deve combattere si disperde, non ottiene altro che motivazioni a resisterle. Il pensiero del libro è spesso vivace e snodato, come se ogni vita, ogni frammento di questa grande specie si inoltrasse nelle parole, nella lingua per infonderle una diversa capacità d’ascolto. In Dall’interno della specie l’animale guida è il gorilla, ominide dal volto pacifico, che spesso non manca di azzerare L’anello mancante con l’essere umano, De Alberti specifica la sua sapienza nei sentimenti,nel bisogno tutto umano di giustizia e uguaglianza che non frena nessun tipo di mutamento anzi ne aumenta le possibilità di riuscita: “L’anello mancante è una parola di riconoscimento,/ un obiettivo comune, una sofferenza condivisa,/ una questione di giustizia, l’anello mancante è stima sociale,/ un reciproco amore, un dialogo pregnante,/ una prospettiva lunghissima, un’opportunità per chi sta male,/ una felicità disponibile, un diritto inderogabile,/ il disgusto per la crudeltà,/ l’anello mancante non è un essere umano,/ un primitivo nascosto nel cuore di una caverna,/ ma è un’assenza che genera linfa per una nuova terra”. 
La memoria è fatta di parole e suoni, di percorsi accidentati fatti con amore, dagli animali viziati di stereotipi umani, alle passeggiate con i figli, non c’è differenza, la materia umana si macchia di disperazioni e disagi ma anche di effetti vivi, di gioia incontrastata che non si può né fermare né cancellare: “Nell’universo Marvel la morte è apparente./ Non credeva alla mia lunga descrizione:/ un antro è tenebra e lampo,/ lo sforzo di dimostrare/ che chi non sa farsi figlio nel padre/ferma lì dentro lo scorrere del tempo”.

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