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Luigi Cremonini: politica e burocrazia hanno avvelenato la voglia di creare imprese

«Bisogna essere degli eroi, in questo momento, per essere industriali». La storia di un Gruppo alimentare da 3,5 miliardi di euro, 9.000 dipendenti e, soprattutto, con i conti in attivo. Ma anche il lungo percorso di un imprenditore, geniale quanto combattivo, che si era inventato "commerciante" a soli dieci anni


07/04/2014

di Mauro Castelli


Luigi Cremonini

La bonomia emiliana nelle vene; il fiuto per gli affari accasato nel DNA; una visione di mercato per certi versi unica, che l'ha portato a fare e disfare, acquisire e dismettere, combattere e battagliare (fra alti e bassi) sin quando è riuscito a imboccare la strada giusta; l'intraprendenza imprenditoriale come leva del successo, in abbinata a una grande attenzione per il cliente che, nei tempi andati, non era patrimonio di tutti. E ancora: un europeista convinto, fautore della libera circolazione delle merci, in quanto sin dagli inizi ne aveva percepito i vantaggi; un geniale quanto combattivo protagonista della nostra economia, ma anche, a modo suo, un filosofo della vita. Pronto a sostenere che «un uomo senza emozioni è destinato a una vita buia» (sarà anche per questo che nella sua casa di Castelvetro tiene banco una sorprendente raccolta di pitture emiliane del Sei-Settecento, acquistate con certosina pazienza nel corso degli anni).
In altre parole un personaggio concreto quanto fuori dalle righe il cavaliere del lavoro Luigi Cremonini (la nomina risale al 1985). Un numero uno che in ogni caso non le manda a dire («La baldoria è finita, visto che politica e burocrazia hanno avvelenato la voglia di fare impresa. Le parole si sprecano e si produce sempre meno. E poi chi si prende la briga di investire in un Paese dove l'ora lavorata è la più cara al mondo?»). Ma anche un primo della classe al quale si addice ancora, nonostante l'età (è nato infatti il 28 aprile 1939 a Savignano sul Panaro, in provincia di Modena), l'operatività a tutto campo. Operatività supportata come si conviene - visto il "peso" della sua holding che, attiva nella produzione, distribuzione e ristorazione, si propone ai vertici in Europa in campo alimentare - dai quattro figli: Augusto (il minore, che si occupa della compravendita di carne in giro per il mondo nonché dello sviluppo delle attività di distribuzione alimentare all'estero), Claudia (responsabile delle relazioni esterne), Serafino (direttore commerciale dell'Inalca) e Vincenzo (amministratore delegato del Gruppo nonché successore designato del padre come da "patto familiare" già da tempo sottoscritto). Figli dei quali dice peraltro un gran bene: «Ognuno di loro ricopre al meglio il ruolo per il quale ha studiato. Ovviamente affiancati da professionisti di settore che hanno fatto e continuano a fare scuola, perché non ci sarebbe squadra se non ci fossero uomini simili».
Di certo un imprenditore per tutte le stagioni il presidente, alla guida di un Gruppo costituito da una holding, la Cremonini SpA, che controlla tre subholding operative, ovvero Inalca, Chef Express e MARR; un imprenditore di vecchia data che ancora oggi si muove con la vitalità di un ragazzino («Recentemente - racconta Claudia - si è recato in un Paese africano ed è tornato con l'idea in testa, imprenditorialmente parlando, di "colonizzarlo": di insegnare cioè ai contadini come nutrire al meglio le loro mandrie, con lo scopo di dare vita a un nuovo stabilimento di macellazione»). Ma anche un personaggio da copertina che si propone come un raro esempio di collaborazione fra pubblico e privato (a confermarlo lo "Spazio Cremonini al Trevi" di Roma, frutto maturo di un mezzo passo falso legato al 1985, quando acquistò nella Capitale l'omonimo cinema. Successe che durante la ristrutturazione la Sovrintendenza bloccasse i lavori in quanto erano venuti alla luce resti di antiche mura. Fu così che Cremonini decise di finanziare sia gli scavi che il ripristino dell'area archeologica, sponsorizzando la nascita, con i reperti venuti alla luce, di un sito museale in loco).
Insomma, un self-made-man supportato da una voglia imprenditoriale da far invidia: peraltro iniziata quando, ad appena dieci anni, mentre gli altri bambini pensavano soltanto a giocare, lui si comportava già da grande, nel senso che comprava delle terraglie al mercato di Vignola per poi rivenderle alle vecchiette del paese, che le acquistavano più per simpatia che per altro. E da quel momento non si sarebbe più fermato.
Detto questo, passiamo ai numeri. Il Gruppo Cremonini - con sede a Castelvetro - ha registrato nel 2013 un giro d'affari di 3,5 miliardi di euro, ha dato lavoro a 9.000 dipendenti, ha investito 56 milioni di euro e ha registrato un margine operativo lordo consolidato di 258 milioni di euro. Proponendosi come la prima società privata europea nella produzione di carni bovine e prodotti trasformati a base di carne (Inalca e Montana), fra i numeri uno nella gestione delle attività di ristorazione a bordo treno (Chef Express), nonché prima guida in Italia nella commercializzazione e distribuzione al foodservice di prodotti alimentari attraverso la MARR. Ma nel nostro Paese lo troviamo leader anche nei buffet delle stazioni ferroviarie, in forte crescita nei principali scali aeroportuali e dal 2003 attivo come si conviene nei punti vendita autostradali. Senza peraltro dimenticare il ruolo svolto nella ristorazione commerciale con una cinquantina di steakhouse a marchio Roadhouse Grill.
A completare il quadro una presenza internazionale che vede l'Inalca in scena - a fronte di una campagna estera iniziata nel 1985 - con 18 piattaforme distributive, delle quali cinque operative in Russia e tredici in Africa, e precisamente in Angola, Algeria, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Costa d'Avorio. Senza trascurare i cinque impianti produttivi in essere a Mosca, Orenburg al confine con il Kazakistan (in apertura entro luglio) Luanda, Algeri e Congo Kinshasa.
A sua volta la rete distributiva, che fa capo alla MARR, è costituita in Italia da 33 centri di distribuzione, 5 cash & carry e 4 agenti generali con deposito. Il tutto arricchito da un portafogli di 10.000 articoli alimentari e di 8.000 articoli strumentali, mentre le consegne avvengono con oltre 700 automezzi dedicati, entro 24 ore dall'ordine su tutto il territorio nazionale, a fronte di una struttura commerciale di 650 agenti di vendita.
A questo punto spazio alla storia. Luigi è figlio di un piccolo agricoltore, nonché "commerciantino" di Savignano sul Panaro, dai curiosi trascorsi familiari. «Quando avevo nove anni, il fratello e socio di papà, che era uno scapolone impenitente, decise nel bel mezzo di una notte di giocarsi al baratto un palazzetto che possedeva in zona, a Bazzano, per un piccolo borgo a Oliveto, quattro o cinque case sopra Monteveglio», il paese che ha dato i natali a un altro imprenditore di successo, Beghelli (quello che aveva sfondato con il Salvavita, per intenderci). Fu così che proprio a Oliveto «la mia famiglia si sarebbe messa a gestire un'osteria tuttofare, di quelle di una volta che erano anche drogheria, salumeria (si macellavano sei o sette maiali a settimana per farne salumi), sale e tabacchi, nonché una piccola sala da ballo. Con un segreto di pulcinella in cattedra: quello di tenere sempre pieno il bicchiere dell'avventore per poter vendere una bottiglia in più. E io in questo ci sapevo davvero fare...».
Ma dopo tre anni «mio padre decise di abbandonare l'attività e di trasferirsi in un piccolo podere a San Cesareo, sempre in zona. E per farmi uscire da quel guscio di campagna che mi aveva un po' inselvatichito, i miei genitori decisero di mandarmi a scuola a Bologna, città che si poteva raggiungere con un trenino locale che passava a due passi da casa. Il diploma di perito agrario arrivò quando avevo 19 anni, ed era già molto per quei tempi. Diploma che mi fruttò delle lezioni di estimo agrario, ma anche dei corsi serali di meccanica rivolti ai contadini e organizzati dall'Ispettorato all'agricoltura». Per contro i tre anni di iscrizione all'Università sarebbero finiti nel nulla, anche se una laurea in Medicina veterinaria, sia pure honoris causa, sarebbe arrivata nel 1994.
Ma torniamo al dunque. Con i pochi soldi raggranellati il giovane Luigi, irrequieto e lungimirante qual era, decise di dare vita a una piccola porcilaia «che ben presto cominciò a rendere». Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. Successe che, avendo comprato al mercato un lotto di una decina di scrofe, se le ritrovò affette da peste suina, «bruciando i risparmi di tre anni». A quel punto, bastonato ma non domo, «accettai di lavorare per due anni presso l'Alleanza delle cooperative di Modena in qualità di tecnico con competenze nel commercio del bestiame, nella trasformazioni e nella vendita delle carni».
Ma evidentemente lavorare per gli altri a Luigi Cremonini non andava a genio, benché venisse pagato più degli altri dipendenti («Ero entrato con 28.000 lire al mese e ne ero uscito con 170.000»). Così nel 1963, assieme al fratello Giuseppe e a Luciano Brandoli (mediatore presso il mercato del bestiame di Modena), attivò un piccolo macello, «due stanze o poco più ricavate da una stalla». La sede? A Castelvetro, un paesotto a cinque chilometri da Vignola e a una ventina da Modena. Il nome? Inalca, la società che strada facendo si sarebbe proposta come il mattone portante del suo impero di "re delle carni".
In effetti i quattrini incominciarono a girare, la qual cosa consentì l'acquisto, nel 1969, di una ventina di ettari di terreno sui quali venne costruito un macello di duemila metri quadrati che, una volta entrato in funzione, fece salire la lavorazione dei capi da 200 a più di mille a settimana. Tempo altri sette anni e arrivò il business dei salumi, quindi tre primavere dopo sarebbe stato messo a segno l'acquisto della MARR con relativo ingresso nella distribuzione alimentare. A seguire, con Agape, sarebbe stata la volta del debutto nella ristorazione, che si sarebbe tradotta, attraverso l'acquisto dalla SME di sei Burghy, nell'apertura in poco tempo di quasi un centinaio di fast food. Diventando, di fatto, il nuovo protagonista della ristorazione veloce in Italia.
Nel 1994 lo stabilimento di Castelvetro venne ampliato a 60.000 metri quadrati, a fronte di una ulteriore crescita. Tanto che il nostro imprenditore - «Una forza della natura, che riesce a imporre la sua legge a tutti» secondo l'amico, e concorrente dei tempi andati, Franco Grosoli - decise di allargarsi ulteriormente. E lo avrebbe fatto con la costruzione (a fronte di una spesa di 200 miliardi di lire, che all'epoca non erano brustolini) di un secondo impianto a robotizzazione integrata a Ospedaletto Lodigiano, in Lombardia, inaugurato nel 1999 (un centro tuttora all'avanguardia, che ultimamente ha fatto ulteriori passi da gigante nella produzione di energia ottenuta dagli scarti della macellazione). E in tale contesto avrebbe acquisito la Guardamiglio, secondo operatore privato italiano nel settore delle carni bovine e dei prodotti trasformati, le cui lavorazioni vennero dirottate, in quanto attive nelle vicinanze, sul nuovo stabilimento. Tutto questo mentre si era andato definendo un ulteriore assetto del Gruppo con l'ingresso nella distribuzione door-to-door, nella produzione di spezie e di aromi, ma anche nell'acquisizione dell'Harry's Bar di Roma.
Ma facciamo un passo indietro. Fu nel 1996 che Cremonini si rese conto di avere esagerato («Gli anni mi avevano fatto capire che due più due fa sempre quattro»), a fronte di una crescita robusta quanto disordinata. La qual cosa lo indusse a un drastico riassetto organizzativo: in altre parole vendette la Castiglion del Bosco di Montalcino (vino), la Compagnia delle spezie (spezie), l'Europork (carni suine) e, soprattutto, cedette la catena Burghy alla McDonald's, assicurandosi - passo davvero significativo - una fornitura di carne quinquennale, in seguito allargata anche a Grecia, Cipro, Danimarca, Romania e oggi Russia. Negli stessi anni, a causa di divergenze di vedute con i soci fondatori, Luigi liquidò prima il fratello Giuseppe con la cessione della società Olitalia (olio), oltre a denaro e beni immobili, e successivamente gli eredi del socio Brandoli, con la cessione tra l'altro della società Monte Cimone (acqua).
Un riassetto, quello citato, che si nutre anche di un importante risvolto della medaglia: l'assunzione del controllo del 100 per cento del Gruppo ritrovandosi - a suo dire, in quanto l'ironia non gli manca - più povero di prima. E per poter portare a termine l'operazione in tranquillità, ma anche per proseguire senza affanni nella crescita viste le difficoltà finanziarie in essere, nel dicembre 1998 la Cremonini SpA viene quotata alla Borsa di Milano. Stessa strada che verrà seguita, nel giugno 2005, con la quotazione nel segmento Star di Piazza Affari della MARR (mantenendone il controllo al 57,4 per cento).
A seguire sarebbe stato tutto un fiorire di operazioni che diventa quasi noioso elencare: così si va dall'alleanza strategica con il Gruppo brasiliano JBS della famiglia Batista, il più grande produttore al mondo di carni bovine (un matrimonio nato bene ma finito - dopo tre anni - in un divorzio non certo idilliaco, in quanto i protagonisti erano «portatori di anime troppo diverse»), all'uscita dal mercato telematico di Borsa Italiana della Cremonini SpA (la trasformazione in una holding di partecipazioni ne aveva fatto venir meno le ragioni); dall'avvio di un impianto per la produzione di hamburger a Mosca alla soluzione consensuale del citato rapporto con JBS («Ci riportammo a casa il 50% del capitale di Inalca rendendo ai brasiliani lo stesso importo di  219  milioni di euro che ci avevano versato in contropartita»); dall'acquisto da parte della MARR della Lello Lino e Figli a quello della Scapa Italia, rilevandone la gestione dei due grandi centri di distribuzione di Marzano (Pavia) e di Pomezia (Roma). Per finire con la partnership fra Coldiretti, Inalca e McDonald's, che ha visto l'entrata in scena dei "Big Mac" di carne chianina (un passo, quest'ultimo, volto a valorizzare ulteriormente le nostre eccellenze in campo agricolo) e con l'intesa per lo sviluppo agro-alimentare firmata da Inalca - vista la forte richiesta di prodotti italiani - con l'EAIG (Emirates Advanced Investments Group), holding specializzata nel campo degli investimenti negli Emirati Arabi e negli altri Paesi del Golfo; senza peraltro trascurare l'acquisto del 40% di Inalca Eurasia - ed è storia di questi giorni - da parte della società di investimenti austriaca Knightsbridge: una transazione da 60 milioni di euro che si rifà a un accordo di lungo periodo (sette anni), volto allo sviluppo congiunto dell'attività di distribuzione alimentare e produzione di carne in Russia e in altri Paesi euroasiatici.
Ma torniamo, per concludere (ma anche per conoscerlo più a fondo), al privato di Luigi Cremonini. Un uomo intraprendente e competitivo, determinato quanto curioso, con una gran "voglia di fare" a rimorchio, che nemmeno l'età - come accennato - ha ridimensionato. Lui che negli anni Sessanta prendeva la sua macchinina e da solo raggiungeva l'Olanda e la Danimarca per vedere cosa succedeva su quei mercati. Lui che è stato fra i pochi a mettere piede nella Corea del Nord. Lui che dice di «aver assistito a ogni sorta di rivoluzione», perché soltanto viaggiando si riesce a stare al passo con i tempi (salvo poi ricordare che una volta, tornando a casa da una delle sue tante e lunghe trasferte, suo figlio Vincenzo si mise a piangere come un matto in quanto non lo aveva riconosciuto). Lui che si definisce un «lavoratore da trincea» che, oggi come ieri, non ha alcuna intenzione di mollare la posizione. Lui che ha superato l'esame "mucca pazza" uscendone più forte di prima («Sono stati momenti difficili, ma le difficoltà aiutano a migliorare»). Lui che non si fa scrupoli nell'affermare che, in questo periodo, «per fare l'imprenditore bisogna avere la caratura dell'eroe, in quanto si ha l'impressione di lottare contro i mulini a vento». Lui che, lo scorso anno, ha ricevuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Premio Leonardo per essersi distinto in termini di qualità e vocazione all'export.
Lui che incanta quando, seduto a tavola, si mette a raccontare aneddoti di vita. Magari ricordando di quando nel 1962, nel giorno di San Valentino, aveva sposato Tina («Mia moglie è stata la mia fortuna», ha avuto modo di dichiarare a più riprese). Peraltro a fronte di un viaggio di nozze ridotto all'osso: «A bordo della mia Topolino ci limitammo infatti a una trasferta in quel di Modena per andare al cinema». Oppure quando si vanta di aver menato un bel fendente sullo sbruffone di turno: «Nel corso di una cena importante, che era stata organizzata anni fa a Roma, mi trovai di fronte a un notaio che non la finiva più di incensare la sua barchetta, con tanto di marinaio a bordo, ancorata in quel di Capri perché non amava mischiarla, in Sardegna, a quelle dei macellai arricchiti. Ovviamente feci finta di nulla, in quanto l'educazione me lo imponeva. Ma quando a notte fonda decisi di lasciare la piacevole compagnia, il notaio non mancò di chiedermi dove alloggiavo. Gli risposi che sarei rientrato a casa, in provincia di Modena. E lui si stupì per la faticaccia che avrei dovuto affrontare. Fu a quel punto che, avendomi servito la vendetta su un piatto d'argento, giocai duro. "Sa - gli dissi - in realtà non ho grossi problemi. Anche perché, come macellaio arricchito, posso permettermi un jet personale che mi sta aspettando in aeroporto..."».

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