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Luigi Di Maio, il simbolo di un'Italia in piena confusione

Il giovane avellinese, che altrove farebbe ridere i polli, da noi rischia di vincere le prossime elezioni politiche e, al limite, diventare premier


27/12/2017

di Sandro Vacchi


Uno spettro si aggira per l'Italia: lo spettro Giggino. Il giovin signore Luigi Di Maio, che in qualsiasi Paese civilizzato farebbe ridere i polli, da noi rischia infatti di vincere le prossime elezioni politiche e, se la nostra sfortuna dovesse essere senza limiti, potrebbe entrare come premier a Palazzo Chigi. Questa, nel 2018 anno dei mondiali di calcio, sarebbe una disgrazia addirittura superiore a quella della nostra nazionale che li guarderà in televisione.
Le ultime uscite dell'autocandidato primo ministro lasciano intravvedere un profondissimo baratro al di là del tunnel nero di un decadimento oltre il quale ci siamo illusi, per anni, di poter finire almeno nella normalità.
L'avellinese azzimato come un manichino della Lebole è invece l'avanguardia di un movimento che ha per genitori un comico e un robot, vale a dire Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, oggi sostituito dal figlio Davide. Aderenti, quadri, amministratori penta-stellati vivono, crescono, prosperano, si interfacciano, fanno politica via computer, in un mondo parallelo a quello reale. Molti di loro non hanno mai avuto un lavoro prima di sedersi in Parlamento, nei consigli comunali o regionali, dove il loro ruolo è quello dei guastatori a prescindere.
Se sono in auge, nonostante la loro palese incapacità, l'ignoranza caprina e il linguaggio approssimativo, devono ringraziare in primo luogo un partito tradizionale, il più vecchio che ci sia in Italia al di là dei frequenti cambi di nome: il Partito Democratico. 
Senza i danni, spesso irreparabili, causati dal partito che per statuto avrebbe dovuto tutelare in primo luogo il detestato popolo, quest'ultimo non gli avrebbe voltato le spalle, dopo decenni di adesione pressoché di massa, per buttarsi a destra, schifato da jobs act, euro, “esodati”, legge Fornero, immigrazione selvaggia, pensioni da fame, conflitti di interessi con banche e cooperative di falsa accoglienza. Gli schifati ma non troppo, i nichilisti “de noantri”, i polli all'ingrasso dell'Italia.4 educata a web, facebook, tweet e chat, i fedeli dei cerchi nel grano, delle astronavi che rapiscono i terrestri, della congiura pluto-massonica, hanno trovato un approdo insicuro nel Movimento Cinque Stelle, che di quando in quando fa fuori gli eretici, naturalmente via web. Intanto il PD si scioglie, meritatamente.
La sfiducia è a livelli tali da essere irreversibile, come dimostra il livello di astensionismo, e da dirottare sui Cinque Stelle una marea di italiani, in buona parte giovani e impreparati cresciuti da maestri sessantottini, i quali rischiano seriamente di essere la classe dirigente di domani, e di precipitarci nel baratro di cui sopra.
Prendiamo il miglior fico del bigoncio grillino, cioè Gigi Di Maio. Dopo aver detto che la capitale della Nigeria è Lagos (dal 1991 è Abuja), dopo aver confuso il Cile con l'Ecuador, dopo aver massacrato la lingua italiana peggio della Boldrini e della Fedeli messe insieme, Giggino da Avellino si è cimentato con l'euro. Ha detto che non è una priorità, poi che ci vorrebbe un referendum, infine ha aggiunto che il suo obiettivo non è l'Italexit. Ma se si facesse il referendum? «Ah beh, allora voterei per l'uscita». Chiaro, no?
Possono stare tranquilli i pensionati, invece: lo prenderanno in quel posto. Dapprima colui che vorrebbe diventare un successore di Cavour ha detto che taglierà le pensioni d'oro, che secondo lui sono quelle superiori ai 2.300 euro mensili: evidentemente giudica il suo reddito da vicepresidente della Camera pari a quello di zio Paperone, se 2.300 euro sono un reddito d'oro, ma la valutazione fornisce un'idea di quale sia il mondo parallelo dei parlamentari italiani. Poi Giggino si è corretto e ha precisato che si riferiva alle pensioni superiori ai cinquemila euro, non si sa bene se lordi o netti. Nessuno a obiettare che potrebbero essere anche diecimila, gli euro, che se sono stati tutti versati, sono tutti dovuti, in base al contratto fra Stato e lavoratore? Fatto sta che questa è l'idea dei grillini: massacrare i “ricchi”, nella miglior tradizione di Fausto Bertinotti e del cattocomunismo pauperista ed egualitarista.
Per non far mancare niente ai loro futuri sudditi, i grillini sono i più intransigenti sostenitori di un'imposta patrimoniale, soprattutto sugli immobili.
Ci riusciranno, rischiando la rivoluzione, o almeno manifestazioni a getto continuo da parte anche di chi ha guardato con simpatia il loro “Vaffa...” al potere costituito? Il loro obiettivo dichiarato è portare Di Maio a Palazzo Chigi, semmai attraverso un'intesa con Liberi e Uguali, il nuovo partito di Pietro Grasso, divenuto presidente del Senato proprio grazie ai voti penta-stellati. Di questa bella famigliola fanno parte Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema, nemici giurati di Matteo Renzi, rottamatore loro e di quello che fu il loro mito, archetipo e ragione di vita: il Partito comunista. La sola idea li manda in sollucchero come se Palmiro Togliatti fosse risorto.
Vittorio Feltri sostiene che l'autentico premier dei Cinque Stelle sarà il magistrato Piercamillo Davigo. Toghe al potere, giustizialismo? Sarebbe in linea con l'integralismo grillino, ma non so quanto un governo manettaro e giacobino sarebbe apprezzato dagli stessi grillini. Inoltre, Davigo ha escluso, in una trasmissione radiofonica, qualsiasi coinvolgimento in politica.
D'altronde, prima di sedere sulle poltrone ministeriali bisogna vincere le elezioni. I grillini sono il primo partito italiano, ma di qui a governare ce ne passa, e comunque il centro-destra unito viene accreditato oggi di una decina di punti più dei Cinque Stelle, doppiando un PD mai visto così in basso. L'unità di Berlusconi e Salvini porterebbe probabilmente il centro-destra a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Inoltre, già nel 2013 i Cinque Stelle risultarono il primo partito, ma non fu uno dei loro ad avere l'incarico di formare il governo.
Non è affatto vero né scontato che il presidente della Repubblica debba per forza assegnare l'incarico a Di Maio o a un altro personaggio indicato dai grillini, soprattutto se il presidente è Sergio Mattarella, tutt'altro che simpatizzante dei Cinque Stelle.
Di qui le aperture penta-stellate a possibili alleanze, a parole ripudiate o tenute in quarantena da compare Di Maio, il quale, più che un premier in pectore, sembra il portavoce del movimento e niente più. Ricordiamoci che lui è il meglio del partito-non partito, immaginiamo gli altri. Non immaginiamo, invece, che cosa sarebbe dell'Italia se “loro” andassero a governarla…

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