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Ma Hillary Rodham Clinton è davvero una "regina del caos"?

Nella corsa alla presidenza a stelle e strisce irrompe un corrosivo, irriverente e a tratti ironico saggio, scritto dalla veterana Diana Johnstone


04/07/2016

di Catone Assori


«Le guerre degli Stati Uniti stanno diventando ripetitive. Sempre il solito vecchio copione: i media mainstream allarmano l’opinione pubblica sul cattivo di turno e su come costui massacri il proprio popolo. Gli Stati Uniti lo massacrano a loro volta usando droni e missili. Il cattivo è presto dimenticato e il Paese viene lasciato in balìa di fazioni opposte che cercano di dominare il caos... C’è bisogno di un cambiamento: che ne dite di un presidente donna? Hillary Rodham Clinton si è… sacrificata al massimo per raggiungere lo scopo: la sua carriera come Segretario di Stato dimostra quanto sia qualificata per diventare la madre di tutti i droni o addirittura della Terza Guerra Mondiale».
Poche parole che introducono in maniera dura e graffiante, oltre che forse eccessivamente perfida, il saggio al vetriolo Hillary Clinton regina del caos (Zambon, pagg. 248, euro 15,00, traduzione di Cristiano Screm), nel quale l’americana a Parigi Diana Johnstone non le manda a dire a colei che potrebbe diventare il 45° presidente degli Stati Uniti, in quanto prescelta dalle urne per il rush finale nel corso delle primarie in campo democratico. Colei che, il prossimo novembre, dovrà affrontare Donald Trump nello scontro decisivo, con buone probabilità di diventare la prima donna alla guida del Paese più potente del mondo.
Sia chiaro, non si tratta di un libro scandalistico - anche se le pesanti bordate risultano all’ordine del giorno tanto da lasciar pensare, in alcuni casi, a una specie di regolamento di conti - quello scritto dalla Johnstone, una giornalista, oltre che analista politica e studiosa di geopolitica, non certo di primo pelo. È infatti nata a Saint Paul, nello Stato del Minnesota, nel 1931; è cresciuta a Washington in un ambiente progressista, visto che i suoi genitori facevano entrambi parte del Brain Trust del New Deal del presidente Franklin D. Roosevelt; ha beneficiato di una istruzione cosmopolita (baccalaureato in Russian Studies e Phd in letteratura francese); ha lavorato dal 1990 al 1996 nell’ufficio stampa dei Verdi al Parlamento europeo (incarico lasciato per divergenze di vedute). Inoltre si è proposta in prima fila contro la guerra in Vietnam. Lei che da oltre trent’anni vive a Parigi (in cerca di «una cultura più aperta e di una maggiore giustizia sociale») e che si propone autrice di discussi lavori, come The Politics of Euromissiles: Europe in America’s World (1983) e Fools’ Crusade: Yugoslavia, Nato and Western Delusions (2003).
Ma torniamo alla “regina del caos”, un testo rivolto a tutti quelli che hanno interesse per la politica americana, sia interna che estera, scritto senza peli sulla lingua da una penna che non le manda a dire, tanto da definire la Clinton «bugiarda, fredda, maldestra, manipolatrice e guerrafondaia (fu lei, ad esempio, a volere nel 2011 la disastrosa guerra contro la Libia)», che sono poi alcuni dei tanti epiteti che circolano sul suo conto, soprattutto in questo periodo così delicato per il futuro della politica a stelle e strisce e non solo. Una donna che, comunque la si voglia vedere, non riesce a fare veramente breccia nemmeno sul suo stesso bacino di utenza, quello democratico.
Forse perché Hillary Rodham Clinton (classe 1947) non riesce a piacere alla gente sino in fondo visto che spesso non è quello che vuole sembrare. Lei che spende «buona parte delle sue energie nell’incrementare l’incubo del nemico esterno sfruttando tale ossessione in modo demagogico». E forse potrebbe anche evitarlo visto che in realtà la donna di spessore c’è tutta, essendo stata First Lady alla Casa Bianca a fianco del marito Bill Clinton, poi senatrice e infine primo Segretario di Stato dell’amministrazione Obama.
Una donna che può contare su «un saldo rapporto con le più importanti lobby economiche, determinanti nel finanziare le sue campagne elettorali e ogni altro tipo di iniziativa che la riguardi». L’establishment politico cui appartiene gode, infatti, «di contributi illimitati da parte dei grandi interessi privati, convalidando così una versione della democrazia adattata ai miliardari. Non è un caso che le sue linee di politica economica siano di impronta spietatamente liberista». Ferma restando l’immensa potenza militare del Pentagono, che ha generato una comunità di «intellettuali della Difesa» sempre a caccia di «minacce» e sempre pronta a ideare «missioni». Ma anche senza trascurare i meccanismi della politica americana (come i poteri del presidente, limitati all’interno ma di notevole impatto all’estero), il peso politico delle lobby, l’influenza dei miliardari e via dicendo.
Insomma, per dirla alla Jean Toschi Marazzanti Visconti, che di questo libro ha curato la nota introduttiva, si tratta di un lavoro «avvincente, veloce e duro, che mostra con dovizia di particolari vizi, difetti e peccati della politica americana di oggi e non fa sperare nulla di buono per tutti noi, non-americani». In altre parole, viene da chiedersi, la sua elezione alla Casa Bianca sarebbe davvero un bene per gli States e per il mondo?

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