Share |

Ma chi è l'assassino che insanguina Parigi scimmiottando alcuni dipinti di Francisco Goya?

Incanta e cattura l’ultimo thriller di Jean-Philippe Grangé. Così come incanta la malinconica ironia di Roberto Centazzo e intriga la guerra invisibile di Giulio Massobrio


02/09/2019

di Mauro Castelli


Maestro indiscusso del thriller francese, Jean-Christophe Grangé è uno dei pochi autori d’Oltralpe ad aver fatto breccia sul mercato statunitense, oltre a essere stato tradotto in una trentina di Paesi con una vagonata di milioni di copie vendute al seguito. Un successo legato alla sua innata capacità di ampliare i confini del poliziesco tradizionale, costruendo trame su un sapiente gioco a incastri di orrori e inquietudini, “scavando negli angoli bui dell’anima, dove si annidano paure e ossessioni che hanno radici troppo profonde per essere estirpate”. 
Lui che ci aveva incantato - repetita iuvant - con I fiumi di porpora, dal quale era stato tratto l’omonimo film diretto da Mathieu Kassovitz per l’interpretazione di Jean Reno e Vincent Cassel, primo di uno dei tanti adattamenti per il grande schermo dei suoi romanzi, peraltro benedetti anche dalla televisione; lui che ci aveva conquistato con Il volo delle cicogne (il suo brillante romanzo d’esordio) e Il concilio di pietra; lui che ci aveva intrigato con L’impero dei lupi e La linea nera (parte di una trilogia basata sulla “comprensione del male sotto tutte le sue forme”), per poi riproporsi vincente con Il giuramento, Miserere, Amnesia, L’istinto del sangue, Il respiro della cenere, Il rituale del male e L’inganno delle tenebre. 
Lui che ora torna sui nostri scaffali per la tredicesima volta - sempre per i tipi della Garzanti, il suo editore italiano di riferimento - con La maledizione delle ombre (pagg. 516, euro 19,00, traduzione di Doriana Comerlati e Giuseppe Maugeri), un romanzo che solo in Francia ha bruciato in men che non si dica duecentomila copie ed è in corso di traduzione un po’ ovunque. 
Per la cronaca Grangé - oltre che autore di successo si propone anche come giornalista e sceneggiatore dalla mano calda - è nato a Boulogne-Billancourt (Parigi) il 15 luglio 1961, e sotto la Tour Eiffel si sarebbe laureato in Lettere con una tesi su Gustave Flaubert. Di fatto una intrigante penna che aveva iniziato a collaborare con una agenzia di stampa, sino a diventare firma di un certo peso - a soli 28 anni - per testate come Paris Match, Sunday Times e National Geographic. In seguito avrebbe creato la società L & G per cercare di finanziare direttamente i suoi viaggi in giro per il mondo. 
Risultato? Una serie di reportage che gli avrebbero permesso di portarsi a casa alcuni importanti attestati, come il Premio Reuter nel 1991 e il Prix World Press l’anno successivo. Ma anche viaggi che avrebbero rappresentato fonte di robusta ispirazione per i suoi romanzi, inframmezzati da puntate sulla sceneggiatura cinematografica. Inoltre, per non farsi mancare nulla, avrebbe anche scritto una storia a fumetti, La Malédiction de Zener, disegnata da Philippe Adamov. 
Tracciato il profilo del personaggio, spazio alla sinossi de La maledizione delle ombre, storia ambientata in una Parigi dalle tinte fosche. Ed è in questa città, immersa in una spettrale immobilità notturna, che inizia a dipanarsi una vicenda che tuttavia si nutre delle luci che tengono banco nel X arrondissement, e più precisamente in uno dei night club più frequentati, dove si è consumato l’omicidio di una ballerina, il cui corpo è stato trovato orrendamente sfigurato. Il primo a raggiungere la scena del delitto è il comandante della Brigata criminale Stéphane Corso, convinto di trovarsi di fronte all’ennesima indagine di routine. Ma questa volta si sbaglia. Perché la ballerina è solo la prima vittima di un serial killer fuori dal comune: per i suoi crimini sceglie infatti giovani donne con un passato segnato da violenze e abbandoni. E con il suo modus operandi cerca di riprodurre alcuni dipinti del pittore spagnolo Francisco Goya. 
Insomma, una mente difficile da decifrare, soprattutto se gli omicidi si moltiplicano e le prove si propongono così evanescenti da depistare la polizia. Corso e la sua squadra navigano pertanto in acque stagnanti, sempre più confusi e lontani dalla soluzione del caso, finché si fa avanti un anziano poliziotto con un voluminoso fascicolo. Fascicolo che contiene verbali di trent’anni prima e che documentano il caso di un assassinio identico a quelli recenti. Uno spiraglio che lascia intravvedere una nuova quanto convincente pista, incentrata sulle tracce di un uomo che da presunto colpevole si trasforma ben presto in astuto antagonista. A questo punto Corso affronterà una progressiva discesa nel cuore oscuro dell’agire umano, scoprendo che un assassino può nasconderne un altro e che la realtà può trasformarsi in un incubo senza fine. 
Che dire: un thriller di piacevole leggibilità e dal ritmo incalzante, ricco di colpi di scena e false piste, sorretto da una tensione montante che non dà tregua al lettore, costringendolo a fare le ore piccole per vedere come questa brutta storia andrà a finire. 


Voltiamo libro. Dopo averci fatto divertire con le malinconiche avventure della “Squadra speciale minestrina in brodo” (composta da tre poliziotti in pensione per raggiunti limiti di età, ma che hanno ancora conti in sospeso con delinquenti e farabutti sfuggiti alle maglie della Giustizia), Roberto Centazzo dà voce al primo lavoro di una nuova serie, Le storie di Cala Marina, intitolato Tutti i giorni è così (Tre60, pagg. 212, euro 13,00). Risultato? Una commedia gialla ricca di atmosfere e di personaggi che lasciano il segno, che incontriamo nella citata stazioncina delle Ferrovie dello Stato, dove la vita ricomincia a scorrere ogni mattina senza scossoni mentre, fuori, il resto del mondo sembra non esistere. 
Così in questa località immaginaria della Riviera impareremo a conoscere Dalmasso, il capostazione triste (che a casa deve giocare in minoranza contro una moglie e tre figlie femmine), un uomo orgoglioso di un suo vecchio plastico accasato in un ufficio dismesso, proprio accanto al suo; Ludovica, la barista sensibile che arriva al mattino presto sul suo Ciao blu con il cestino portapacchi per alzare la serranda; Silvano e la sua edicola piena di fumetti (visto che ne è appassionato, perché allora non leggerli gratis?); il professor Martinelli, pendolare verso il capoluogo, matematico e filosofo; Bartolomeo, il tassista, che è già su piazza in un orario in cui nessuno l’ha mai chiamato in servizio (e non è stata una grande idea prendere la licenza). 
Senza dimenticarci di Norberto, il maresciallo della Polizia Ferroviaria (alto, longilineo, 45 di scarpe, capello corto e nero, sempre pronto a cambiare due chiacchiere con tutti, magari per farsi offrire un caffè al bar, a volte fingendo anche di voler pagare). Ma soprattutto impareremo a conoscere Adelmo Spreafico, il cinquantenne addetto alle pulizie della stazione e voce narrante della storia (“Nessuno si accorge di me, è come se non esistessi. Ma io vedo e ascolto tutto”). Il quale, sapendo leggere anche il labiale, si fa carico di segreti che annota da anni su un taccuino. 
Insomma, un piccolo mondo con i suoi riti, le sue magagne, le sue storie e i suoi protagonisti raccontati con un velo di malinconia e una buona dose di ironia. Perché a Cala Marina di cose ne succedono. A dispetto del suo ruolo di tranquilla località “appoggiata a un mare calmo”. Tranquilla sì, ma prima che inizi la stagione estiva, quando è popolata soltanto da nonni, nipoti e da qualche coppia in cerca di intimità. 
Insomma, tutti giorni è così, sino a quando un giovedì mattina scende dal treno accelerato una donna profumata e bellissima, imponente sui suoi vertiginosi tacchi a spillo, che passa in edicola per acquistare un settimanale di moda, si reca al bar per fare colazione, entra in una cabina telefonica (capace di proteggere la sfera intima e privata degli utenti) e poi prende un taxi per l’hotel Miramare. 
Sarà a questo punto che la quieta e ripetitiva vita del paese subirà uno scossone. Perché l’indomani il marito della donna denuncerà al maresciallo la sua scomparsa. Tutti nella stazione di Cala Marina l’hanno vista, compreso il maresciallo e sanno che si è fatta condurre all’hotel. Il problema è che la donna in quell’hotel non è mai arrivata… 
A conti fatti una storia senza grandi pretese, ma giocata in punta di penna; una storia che tuttavia cattura e intriga, da leggere d’un fiato in quest’ultimo scampolo d’estate. 
Che altro? A uso e costume dei lettori ricordiamo che Roberto Centazzo, nato a Savona il 23 maggio 1961, dopo essersi laureato a pieni voti in Giurisprudenza aveva mosso i primi passi nel mondo del lavoro presso lo studio di un avvocato. “Ma la professione forense non faceva per me. Da qui la decisione di portarmi a casa l’abilitazione all’insegnamento, che mi avrebbe visto in cattedra per un paio d’anni alle superiori di Finale Ligure. Sin quando, nel 1987, decisi di entrare in polizia per il servizio di leva”. E da lì, tiene a precisare, “non mi sarei più mosso, restando a lungo in forza alla Procura della Repubblica, la qual cosa mi ha consentito di addentrarmi come si conviene nei meccanismi delle procedure e delle tecniche investigative”. 
Tanto che ancora oggi è in servizio, con il ruolo di ispettore superiore, presso la polizia ferroviaria di Savona. Lui che abita in località Santuario, sulle colline a ridosso della città, con la moglie Eliana Carrara, alla quale ha dedicato questo libro, in compagnia di una colonia di gatti trovatelli e con l’hobby di un orto al seguito. Lui ideatore con l’amico Carlo Pivari del programma radiofonico Noir is Rock che, partendo da Radio Savona Sound, va in onda su diverse emittenti italiane e si propone come un contenitore, a suon di musica, di interviste a noti giallisti. Lui che sin da ragazzino adorava la scrittura, pur arrivando sugli scaffali soltanto a 46 anni grazie a un concorso. “La qual cosa mi regalò gli stimoli giusti per proseguire e soprattutto migliorare. E dopo un secondo lavoro imbastito sulla stessa falsariga, e pubblicato anche in questo caso sotto pseudonimo, decisi di passare al noir”. Con una lunga serie di romanzi al seguito. 


In chiusura di rubrica “una storia di spionaggio intensa e sofisticata che coglie dall’interno la quotidianità dei servizi di sicurezza italiani, fatta di ansie sospese, di sorprese destabilizzanti, di soddisfazioni strappate al nemico anche al prezzi della vita di un amico”. Una storia di invenzione, come tiene a precisare in una nota l’autore, lontana dai luoghi comuni ma non lontana dal vero, che “sorprende nell’incastro della trama terroristica con l’asciutta linearità della risposta, frutto di sacrifici importanti e di analisi lungimiranti”. 
Una storia che ha per protagonisti sia le donne (Petra, responsabile del desk operativo, e Aura, l’infallibile profiler) che gli uomini (Fosco il numero uno, Mimo l’agente dai cento volti, Vero l’uomo di acciaio, Pixel l’hacker, Colonna il contabile e il Professore, fondatore e primo comandante) in servizio presso l’Unità Zero. A fronte di una vicenda “terribile che si fa carico dell’animo dei terroristi, fa i conti con i loro fantasmi, con l’odio che non dà tregua, ma fortunatamente anche con la leggerezza di un islam che non urla e non uccide”. Ovviamente si è trattato di “un percorso con tante curve, con salite, discese e con infiniti viottoli che si interrompevano di colpo. E solo con l’aiuto di esperti, di sognatori, di persone capaci di analizzare i fatti anche al di là del fumo della guerra, siamo riusciti a percorrerlo sino alla fine”.   
Siamo in quanto, ancora una volta, ad affiancare Giulio Massobrio nelle stesura de Il maestro del silenzio (Rizzoli, pagg. 296, euro 19,50), ha contribuito Daniela, sua compagna di vita e di penna. Una moglie che, come ha avuto di raccontarci qualche tempo fa, non scrive, ma la sua è una presenza costante sin dalle prime fasi della stesura. E “una volta che l’ho ultimata (a fronte di una trama concordata), lei si mette a leggerlo e inizia subito a storcere il naso, a riprendermi su questo e su quello. Una battaglia dietro l’altra. Così ogni volta litighiamo mezz’ora prima di trovare un punto di incontro. Anche se devo ammettere - ironizza - che ha quasi sempre ragione lei...”. 
Insomma, una strana coppia che, sia pure di sfuggita, in questo lavoro non manca di farsi carico del dramma che ha colpito Genova a causa del crollo del Ponte Morandi, senza peraltro strumentalizzarne la tragedia. Semmai riportandolo in vita in modo sapiente e toccante al temo stesso. 
In effetti, come da trama, è la città della Lanterna a tenere la scena (ma in questo libro si viaggia anche altrove, approdando ad esempio a Roma, Bordighera, Marsiglia e Bamako, in quanto gli oscuri intrighi non hanno confini). Genova, si diceva. Dove figure furtive scivolano nei caruggi, tra il caos delle botteghe, i silenzi e le ombre di vecchi bordelli della casba. Da lontano occhi attenti osservano, perché il tempo incalza e gli eventi sbandano ora che sulla Superba, nei giorni della Conferenza Internazionale del Mediterraneo, incombe la minaccia di un attentato. 
A cercare di sventarlo - come si sa la sicurezza e gli scambi economico-culturali sono piante che hanno bisogno di particolari cure - è chiamata l’Unità Zero dei Servizi italiani, che si trova alle prese con un clima di tensione e paura allargato all’Europa intera. Unità capeggiata dal veterano Fosco e da Petra, la “numero due” con cui è meglio non incrociare troppo a lungo lo sguardo, e che si avvale di scrupolosi analisti, abilissimi hacker, infallibili tecnici operativi e soprattutto del citato Mimo: il trasformista dai cento volti, l’agente segreto condannato a vivere mille vite. Ma stavolta la trama ordita dal nemico sembra insuperabile. E solo calandosi nella mente dell’avversario, l’Unità Zero potrà riuscire a neutralizzarne gli intenti di morte. 
In buona sostanza: un lavoro ben orchestrato, che si avvale di una meticolosa ricerca sul campo, che gioca a rimpiattino fra azione e componente psicologica. In altre parole una spy story che si rifà a “intime contraddizioni e debolezze inconfessabili”, quelle che si annidano fra le pieghe delle nostre agenzie di intelligence. All’insegna di una graffiante considerazione: “Sai chi devi essere, non sai mai chi sei davvero”. 
E ancora: un romanzo ben orchestrato, senza pecche evidenti, che ancora una volta ha superato gli… esami domestici, esami che fortunatamente non hanno visto coinvolte, anche in questo, le due figlie della nostra coppia, ben decise di tenersi fuori dalla diatriba familiare. Un “prodotto” che rappresenta un nuovo punto di arrivo per l’autore, che si dice appassionato di trenini elettrici (“Da una vita sto costruendo un plastico ambientato in Inghilterra, Paese che adoro”) oltre che portatore di un debole dichiarato per Ellery Queen, nom del plume dei cugini newyorkesi Frederick Dannay e Manfred B. Lee, inventori dell’omonimo, allampanato quanto infallibile, detective dilettante. 
Ma come si propone nel suo privato Giulio Massobrio? Un uomo piacevolmente ironico, curioso e schivo (“Un po’ mi indigno di quel che succede e un po’ mi scappa da ridere”), oltre che entusiasta e ottimista (“Forse più del dovuto”); un personaggio a maglie larghe che ammette di parlare, e di scrivere, un po’ troppo; una specie di zingaro per la sua passione, fortunatamente condivisa dalla moglie, per i viaggi (“Starei in giro per il mondo dodici mesi all’anno”). 
Come dire, uno scrittore di provincia con la sindrome dell’evasione, nato ad Alessandria il 19 settembre 1947, città dove suo padre lavorava all’allora Banca Commerciale Italiana e dove lui, in seguito, si sarebbe dato da fare alla guida degli Istituti culturali del Comune. 
Che altro? Una penna - repetita iuvant - che, forte di una laurea in Scienze politiche supportata da un diploma in Archivistica, ha dedicato una vita a saggi di estrazione militare, scritti per editori importanti come Rizzoli ed Einaudi. Ma che un bel giorno ha deciso di voltare pagina. Dando voce nel 2011 a un gradevole giallo - A occhi chiusi, ambientato ad Alessandria nel 1961 dove, alla vigilia del primo centenario dell’unità d’Italia, viene ammazzato un architetto - imbastito sulla figura del commissario Piazzi, un uomo tosto, riservato quanto affascinante, che era stato poliziotto durante la guerra prima di voltare pagina e approdare fra i partigiani. 
E il perché di questo salto della staccionata è stato lui stesso a spiegarcelo. “A un certo punto mi ero stufato di scrivere cose colte, di un certo peso, ma destinate a quattro gatti e così decisi, sia pure con l’amaro in bocca, di parlare d’altro. O forse, e questa sarebbe stata la vera spinta, era giunto il momento di reinventarmi, anche perché di iniziative culturali su piazza, degne di questo nome, ce n’erano poche. Non sarebbe stata comunque una scelta facile in quanto io e mia moglie abbiamo speso una vita nel fare ricerche, in buona parte volte a realizzare un museo storico a Spinetta Marengo, la frazione di Alessandria che aveva visto lo svolgersi della famosa battaglia fra francesi e austriaci il 14 giugno 1800. E quando il museo venne inaugurato fu il giorno più bello della nostra vita. Ma dopo pochissimo tempo la Provincia decise - evidentemente la riconoscenza non è di questo mondo - che non aveva più bisogno di noi, nemmeno a titolo gratuito”. Una robusta delusione che sarebbe stata esorcizzata, appunto, attraverso la scrittura di gialli di variegata estrazione.

(riproduzione riservata)