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Ma chi poteva voler morto un professore benvoluto da tutti? A indagare il collaudato vicequestore Vanina Guarrasi

Ovvero il personaggio seriale, in predicato per una serie televisiva, uscito dalla penna di Cristina Cassar Scalia. Letture suggerite anche per Paolo Forcellini e Patrizia Emilitri


28/06/2021

di MAURO CASTELLI


Torna a indagare il vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi, detta Vanina, una sbirra di trentanove anni dal passato tormentato, frutto della brillante penna della siciliana Cristina Cassar Scalia (“Con gli accenti - tiene a precisare l’interessata - accasati sulle prime a del mio doppio cognome, in quanto i miei avi erano di origini maltesi”). Una penna peraltro benedetta da numeri uno del settore: in primis Carlo Lucarelli, ma anche Maurizio de Giovanni e Giancarlo De Cataldo con i quali, lo scorso anno, ha scritto a sei mani Tre passi per un delitto
Vanina, si diceva. Una donna in crisi per essere costretta a stare sotto scorta, dopo che “un pezzo di fango” di mafioso palermitano aveva deciso di omaggiarla di un proiettile, tale e quale a quelli che avevano ucciso suo padre venticinque anni prima, facendoglielo trovare in bella vista sul tavolo della cucina. Una minaccia da non prendere quindi sottogamba. 
Di fatto una poliziotta di bell’aspetto, Vanina, che veste con gusto, che ama la buona tavola, che vive in un rustico in affitto circondato da un giardino, che ha uno stretto rapporto con il medico legale Adriano Calì che segue i suoi casi (di fatto una garanzia), che risulta apprezzata dalla sua squadra dalla quale si sa comunque far rispettare (solo i suoi più fidati possono chiamarla capo). Lei che nel tempo libero colleziona film italiani d’autore girati in Sicilia: passione, quest’ultima, mutuata dalla stessa autrice, che ammette di collezionare pellicole di grandi registi allargate però a tutta Italia. 
Una presenza diventata importante nella stessa vita dell’autrice, tanto da indurla a pubblici ringraziamenti: “Addentrarmi nel suo mondo questa volta non è stato semplice. Almeno sul principio. Poi è cambiato tutto: la mia sbirra di carta è venuta a prendermi per le orecchie. Amunì, forza, m’ha detto seccata. E mi ha costretto a disertare con la mente questo difficile 2021 per rifugiarmi in un gioioso, normale, prepandemico 2016, l’anno in cui sono ambientate le sue indagini”. Risultato? “È stato meraviglioso, e vi confesso che non vedo l’ora di tornarci”. Come dire che la sua eroina potrebbe essere già in pista una nuova storia… 
Ma veniamo ai contenuti de L’uomo del porto (Einaudi, pagg. 328, euro 18,50), nel cui ambito Vanina si trova alle prese con un caso a dir poco complicato: il ritrovamento del cadavere di un uomo, accoltellato nella grotta di un fiume sotterraneo (l’Amenano, un corso d’acqua che nel 1669 un’eruzione dell’Etna aveva ricoperto di lava e che ora scorre sotto il centro storico della città di Catania) utilizzato come saletta da un noto locale, il pub I sotterranei. E quel morto ammazzato, per lei, è arrivato come un’àncora di salvezza per impegnare la testa ed evitare così di perdersi in altri pensieri. 
Il corpo è stato trovato riverso bocconi, in una posizione scomposta e le gambe divaricate: la sinistra all’asciutto, la destra a bagno. Così anche le braccia. Mentre la testa era nascosta, schiacciata sulla roccia. 
Come si scoprirà il cadavere è quello di Vincenzo Maria La Barbera, professore di filosofia presso il locale liceo classico, un tipo solitario che usava come casa una vecchia barca a vela ormeggiata nel porto ed era amatissimo dagli studenti. Niente debiti, né legami con la malavita. Eppure qualcuno lo ha ucciso, e - come già ricordato - in maniera alquanto insolita. 
Vanina Guarrasi, anche per scrollarsi di dosso il peso dei suoi problemi personali, si butta a capofitto nell’indagine. Un’indagine che si presenta subito complicata, in quanto di indizi non ce ne sono. Insomma, un bel rompicapo, che potrebbe però trovare radici nel passato ribelle della vittima. Fortuna vuole che Vanina possa ancora una volta contare sull’aiuto dell’impareggiabile commissario in pensione Biagio Patanè. E passo dopo passo un po’ di luce tornerà a brillare sotto il ponte delle supposizioni. 
In sintesi: una storia raccontata con mano leggera, di piacevolissima lettura, garbatamente sorretta da alcune intriganti quanto comprensibili divagazioni dialettali. A fronte di personaggi ben caratterizzati che diventano subito familiari al lettore. Insomma, piacevolezze narrative che potrebbero presto dare vita a una serie televisiva, ovvero una specie di contraltare al femminile sul piccolo schermo del commissario Montalbano di Camilleri. Tanto più che le storie legate a Vanina hanno già toccato quota quattro, e precisamente: Sabbia nera pubblicato nel 2018, quindi La logica della lampara l’anno dopo, La salita dei Saponari nel 2020 e, ora, L’uomo del porto
E per quanto riguarda l’autrice? Riportiamo pari pari il frutto di una nostra intervista all’interessata, in quanto la riteniamo adeguata a far luce sul personaggio-Cristina. Quello di una donna dal carattere “forte quanto determinato”, ferma restando una passione di vecchia data per la danza classica, alla quale si era dedicata da bambina, rimpiazzata da quella per i classici (“A soli tredici anni mi ero letta Guerra e pace di Tolstoi”). Fermo restando un debole dichiarato per Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia, George Simenon (“Conservo tutti i telefilm su Maigret interpretati da Gino Cervi”) e, attingendo dal presente, per Andrea Camilleri “prima maniera”. 
Che altro? La medicina, ci mancherebbe, una specie di vizio di famiglia: “Fra i miei antenati annovero infatti diversi dottori. Anche mio padre è medico e mia madre bi-diplomata in Farmacia e Biologia”. E lei stessa, dopo aver frequentato il liceo classico Antonio di Rudini a Noto (la cittadina siracusana dove è nata il 25 maggio 1977) si sarebbe laureata in Medicina, con specializzazione in Oculistica (“Sono oftalmologa come il mitico Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes. Vorrà dire qualcosa?”), presso l’università di Catania, città dove vive e lavora, risultando comunque professionalmente attiva anche nel paese di Rosolini. E oculista si propone pure suo marito Maurizio, il “paziente quanto rigoroso” censore dei suoi scritti che “da ventun anni le sta al fianco e la sostiene come solo lui riesce a fare”. 
Alla stregua della sua protagonista di carta, come la definisce lei, Cristina Cassar Scalia è una bella signora che strada facendo si è proposta vincente nel mondo della narrativa grazie a una scrittura capace di graffiare e intrigare al tempo stesso, abile come pochi nell’addentrarsi fra le pieghe dei misteri con il ritmo fermo e deciso di chi ha una marcia in più. 
Un passo indietro. Grande lettrice, si diceva, questa autrice. E spesso il trasferimento dalla lettura alla scrittura risulta un passo quasi obbligato. Con i primi tentativi segnati dalla precocità. “Avevo 13 o 14 anni quando mi misi a scrivere racconti. Con uno dei quali, intitolato Il vento non soffia più sulle cime (da un incipit rubato a Gina Lagorio), mi sarei portata a casa il primo premio di un concorso, Sei autori in cerca d’autore, promosso dalla Mondadori per i ragazzi dei licei”. 
In seguito il peso degli studi avrebbe inciso sulla sua creatività, che avrebbe rimesso in moto a 29 anni, quando si mise a scrivere il suo primo romanzo, La seconda estate, pubblicato dalla Sperling & Kupfer nel 2015 (un lavoro peraltro insignito del Premio Internazionale Capalbio opera prima e tradotto in Francia), seguito l’anno successivo da Le stanze dello scirocco.

 
A questo punto la… parola a Paolo Forcellini - veneziano (è nato il 3 giugno 1948) nonché giornalista professionista dal 14 dicembre 1977 - che è stato per molti anni a capo dei servizi di economia e interni de l’Espresso, settimanale per il quale ha anche a lungo curato la rubrica Riservato. Lui che strada facendo ha scritto saggi e manuali su questioni di politica economica, per poi proporsi come autore di thriller lagunari. Partendo dalla Cairo (con la quale casa editrice ha pubblicato La tela del Doge, Serenissima vendetta e Festa di sangue) sino ad arrivare a Vipere a San Marco (pagg. 312, euro 15,00), da poco arrivato in libreria per i tipi della Marsilio. 
Come accennato, è Venezia a tenere banco nelle sue storie. Una città magica e perturbante, scenografia perfetta per il più fascinoso dei misteri. Dove le sontuose dimore sul Canal Grande fanno da contraltare a quelle certamente più modeste che ogni tanto finiscono sommerse dall’acqua alta. Una meraviglia che si nutre anche degli squeri dove si costruiscono le gondole, nonché dei tanti dei patrimoni di un passato da regina dei mari. 
Una città fiera delle sue antiche tradizioni, che non perde occasioni per festeggiare. Non c’è infatti mese senza la sua ricorrenza. Ma può succedere anche che ci scappi il fattaccio. Nel nostro caso rappresentato, da non credere, dalla scomparsa del suo patriarca Bisato, un cardinale senza parenti stretti e all’apparenza senza nemici. 
Diverse le ipotesi che si rincorrono: quelle della fuga, di un possibile rapimento, addirittura di una sua brutta fine. Secondo logica narrativa la polizia brancola nel buio, ma per fortuna a indagare c’è il giornalista Alvise Selvadego, stagionato segugio giudiziario dell’Istrice, conosciuto come il principe della cronaca nera. Il tutto all’insegna di un giallo ben scritto e nonostante tutto credibile, ricco di colpi di scena, che si propone alla stregua di un viaggio nelle calli più sconte, nelle tradizioni e nelle leggende meno note della Serenissima, nemmeno a ricordarlo la città più bella del mondo. 
A regalare, in questo caso all’autore, un ulteriore spaccato di credibilità è stato Massimo Cacciari - filosofo, politico, accademico, opinionista ed ex sindaco di Venezia - il quale nella seconda di copertina ha annotato: “Quale scena più del labirinto veneziano può offrire ispirazione per racconti di intrighi, di identità smarrite, di misteriose scomparse e fortunosi ritrovamenti? A ogni angolo della città può cambiare quella maschera che il nostro volto è sempre in sé. Ma non è questa dimensione della città, pure descritta con un gusto raffinato per i dettagli e per le curiosità della sua storia, a costituire il vero interesse dei gialli veneziani di Forcellini, di cui questo è l’ultimo, il più semplice nel suo plot, e il più complesso e ricco nella descrizione di figure e psicologie”. 
E ancora: “Con una vena di malinconica ironia è il veneziano, la lingua di Venezia, il vero protagonista. Con quale grazia essa riemerge dal discorso normale, come ancora cerca di resistere anche in quelle sue parole che vanno dimenticandosi. Nel romanzo si parla di fughe psicogene e quella di Forcellini verso il suo dialetto (ogni lingua è un dialetto, e custodisce qualcosa dell’infanzia) sembra esserlo. Una fuga verso un re-fugium ormai impossibile, un rifugio che si può dare oggi soltanto per tracce, indizi, suoni. È forse una comunità scomparsa quella che Forcellini qui immagina, con un sorriso che ha un po’ il sapore dell'addio”.

Un suo perché - e a questo punto siamo al terzo suggerimento - se lo porta al seguito anche Patrizia Emilitri, originaria della provincia di Varese (dove peraltro tuttora vive e lavora), la quale aveva esordito sugli scaffali con l’antologia di racconti Il conto della serva, vincitore del Premio Chiara sezione inediti. Lei che, visto il buon riscontro ottenuto, in seguito si sarebbe dedicata ai romanzi pubblicando La volta del bricolla, Il testamento della maestra Elma, La carezza leggera delle primule, Come se l’amore potesse bastare, La bambina che trovava le cose perdute, Ciò che è stato non si cambia (scritto a quattro mani con Sergio Cova) e ora Nient’altro che nebbia (Tea, pagg. 342, euro 15,00). 
Un giallo di provincia, autentico quanto di robusta caratrura, capace di scavare nel nero di seppia che contamina e annerisce il quotidiano di una piccola comunità. Dove si rincorrono storie di famiglie e fallimenti sul lavoro, dolori e giudizi affrettati, verità da nascondere e segreti che tolgono il sonno. Ma soprattutto dove avviene un delitto senza una vera e propria spiegazione. 
Cosa succede è presto detto. In una grigia mattina di novembre il paese di Perzeghetto Olona - poche migliaia di anime vicino al lago Maggiore - deve affrontare il peggiore dei risvegli: il ritrovamento, presso il locale lavatoio, del corpo senza vita della giovanissima Nadia Bignami. Le indagini, portate avanti dai carabinieri della locale caserma (“Una scatola quadrata di cemento armato accanto al cimitero e alla palazzina della mutua”), sembrano sin troppo semplici, in quanto l’ultima persona a vedere viva la vittima ha lasciato sul posto il suo zainetto, con tanto di portafoglio e documenti. Stupidità, disattenzione o che altro? 
Si tratta di un altro giovane del posto, Andrea Costa, un ragazzo tranquillo, che studia e che non ha mai creato problemi. Il quale non solo non scapperà, ma anzi confesserà lo “spintone fatale”. Ma i dubbi restano: perché i due si trovavano lì e cosa è successo realmente? Andrea non lo dice. E non lo dirà mai, andando incontro a un’inevitabile condanna… 
Sta di fatto che su questa piccola comunità il fattaccio (un delitto a prima vista senza una vera spiegazione) si abbatterà come una tempesta, suscitando un’ondata di odio, risentimenti, reticenze, pettegolezzi, pregiudizi e assurdità che finiranno per travolgere tutto e tutti: una ferita collettiva che soltanto gli anni riusciranno forse, ma lentamente e dolorosamente, a rimarginare. 
Questa storia dolente, anche se non disperata, è raccontata da Patrizia Emilitri - parola di editore - con ritmo avvincente, precisione nei dettagli e una profonda partecipazione umana. A partire da Nadia e Andrea, certo, ma anche da madri, padri, fratelli e sorelle, vicini, curiosi, amiche sino ad arrivare alla confraternita dei vecchietti del bar… Personaggi autentici che, pur nella loro semplicità, intrigano e catturano. Contribuendo a dar voce a un noir originale, ovvero il sale e il pepe di una vita di provincia che non mancherà di catturare il lettore.

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