Share |

Ma la civiltà occidentale è davvero all'ultima spiaggia?

Nazionalismo, immigrazione, populismo: lo storico Donald Sassoon analizza i segnali della crisi del Vecchio continente e ci aiuta a comprendere il presente attraverso le “lezioni” del passato


11/03/2019

di Giambattista Pepi


“La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. È la riflessione di Antonio Gramsci, grande intellettuale del XX secolo (fu politico, filosofo, linguista e critico letterario) e tra i fondatori del Partito comunista d’Italia (di cui fu, dopo Amadeo Bordiga, segretario generale e leader dal 1924 al 1927), che il fascismo confinò nel carcere di Turi (centro sull’altopiano della Murgia, in provincia di Bari, dove sarebbe stato detenuto anche il socialista Sandro Pertini). 
Era il 1930, un anno dopo la tempesta finanziaria e il crollo della Borsa di Wall Street, otto anni dopo la marcia su Roma di Benito Mussolini, tre anni prima dell’avvento di Adolf Hitler in Germania. Le parole di Gramsci sono un vaticinio dei tempi che stiamo vivendo? A 82 anni dalla morte (avvenuta a Roma nel 1937) cos’è cambiato da allora e cos’è rimasto immutato? 
Muovendo da questa intuizione, lo storico Donald Sassoon, profondo conoscitore del nostro Paese e, soprattutto, dell’Europa, nel libro Sintomi morbosi (Garzanti, pagg. 322, euro 19,00) si chiede quali siano oggi i segnali della crisi che sembra stia condannando al declino la civiltà occidentale.  Un libro (“Morbid Symptoms” è il titolo originale dell’opera tradotta dall’inglese a cura di Leonardo Clausi) di attualità che cerca di interpretare senza pregiudizi i fenomeni odierni (i rigurgiti di xenofobia, il rampante neonazionalismo, il dilagare del populismo) attraverso gli eventi storici del passato. 
Ma torniamo a Gramsci e al suo pensiero. Rispetto a quegli anni, certamente complessi e difficili - nei quali i teorici del liberalismo e della democrazia si confrontavano con i sostenitori del marxismo e dei fascismi e gli Stati di più antica democrazia (Regno Unito e Francia in primis) avrebbero dovuto fronteggiare la sfida dei totalitarismi (il regime fascista in Italia, quello nazista del Terzo Reich in Germania e quello franchista in Spagna) che nel successivo decennio avrebbero sprofondato l’Europa in una guerra devastante che l’avrebbe annientata – lo scenario è certamente mutato. “Non siamo negli anni Trenta - scrive l’autore, nato in Egitto ma di origini ebraiche, che è professore emerito di storia europea alla Queen Mary University di Londra ed è stato allievo dello storico Eric Hobsbawn -. Il fascismo non è alle porte. La democrazia liberale vige in un numero di paesi maggiore che in qualsiasi altro periodo del passato. La disoccupazione potrà anche essere aumentata se paragonata agli anni d’oro del boom del dopoguerra ma la recessione globale del 2007-2008, per quanto seria, non è stata per nulla catastrofica come la grande depressione del 1929, almeno finora”. 
Gramsci spiegava che la crisi, quando il “vecchio” muore ed il “nuovo” non è ancora nato, consisteva in una “crisi di autorità”: le classi dominanti stavano perdendo terreno, scemava il consenso che ne sosteneva il potere e la presa ideologica sulle masse stava loro sfuggendo. Il vecchio (ordine, autorità, pensiero) cedeva il passo, poco alla volta sgretolandosi, all’avanzare del nuovo (ordine, autorità, pensiero) che, però, restava indefinito, confuso, contraddittorio, attraversato da ripensamenti, fughe in avanti, e paurosi indietreggiamenti e sbandamenti. 
In pratica, sostiene Sassoon, la congiuntura che Gramsci descriveva era un “interregno” brulicante di sintomi morbosi, non una situazione potenzialmente rivoluzionaria. Come sostenevano i fautori del pensiero marxista, i quali vedevano la crisi come un’opportunità ghiotta per un cambiamento radicale, che per loro non era altro che la rivoluzione proletaria che instaurava un ordine nuovo.  No, Gramsci non escludeva che il “vecchio” potesse non tramontare e addirittura ritornare ma sperava (con quello che chiamava “ottimismo della volontà” in contrasto con il “pessimismo dell’intelligenza”), che i sintomi morbosi potessero offrire un’opportunità di progresso. La caratteristica principale dell’interregno tra vecchio e nuovo è l’incertezza. Cos’è l’incertezza? L’autore ricorre a una metafora per spiegarne il significato. 
“È come guadare un largo fiume” scrive. “La vecchia sponda è alle spalle, ma la nuova non si distingue ancora. Le correnti possono risospingerti indietro. Potresti annegare. Incapaci di anticipare quel che succederà, si è sopraffatti dalla paura, dall’ansia e dal panico”. 
Dalla proliferazione di movimenti nazionalistici e sovranistici, alle sempre più frequenti manifestazioni razzistiche e xenofobe, dalla sfiducia nei partiti tradizionali all’aumento delle diseguaglianze, l’impressione che ha il nostro autore e che noi condividiamo è che ci troviamo in un cruciale momento di passaggio, in quell’interregno fra il tramonto del vecchio e l’affermazione del nuovo in cui si corrono i rischi maggiori di rapide regressioni. 
Al centro dell’analisi di Sassoon la crisi che sta colpendo il Vecchio Continente (ma i sintomi morbosi, precisa l’autore, non si intravedono solo nell’Occidente, ma sono ovunque): le probabilità di una sua implosione, ma anche le motivazioni e le ragioni della sempre più evidente disaffezione nei confronti di un’Europa unita che subisce attacchi da ogni fronte e viene troppo debolmente difesa da chi dovrebbe rappresentarla.

(riproduzione riservata)