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Ma quale gusto ha "il sapore del sangue"? E che ne pensa l'ispettore Ferraro?

Torna in scena il riuscito personaggio uscito dalla prolifica penna di Gianni Biondillo, un architetto prestato alla narrativa, capace come pochi altri di dare voce alla periferia milanese più degradata. Immedesimandosi nelle sue storie di disadattati e avendo sempre rispetto per l’intelligenza dei lettori


24/12/2018

di Mauro Castelli


Un personaggio fuori dalle righe Gianni Biondillo lo è. Pronto ad amalgamare - verrebbe da pensare - la sua estrazione milanese (è infatti nato sotto la Madonnina il 3 febbraio 1966) con quella dei suoi genitori arrivati dal Sud: “Mio padre dalla provincia di Caserta, mamma da quella di Messina. Ma non mi sento cittadino di seconda generazione, anzi questa connotazione per me non esiste, non l’ho mai capita. Se uno è nato a Milano è milanese a tutti gli effetti. Punto e basta. E poi sentirsi milanese rappresenta una scelta…”. Lui che non si fa riguardo nello sbugiardare anche chi lo accusa di giocare sulla sua autostima, quella che lo porterebbe a parlare molto di sé e poco degli altri. 
E non manca di farlo con sfacciata naturalezza, quella stessa che lo rende protagonista sugli scaffali. Giocando su tematiche calde che fanno parte del suo vissuto: la sopravvivenza nelle periferie cittadine, le incursioni nei campi profughi, i viaggi in mezzo agli zingari… Spaccati di vita che, filtrati dalla fantasia, diventano gialli, che sembrano scritti apposta per essere travasati in fiction o film. 
Un autore - fra l’altro vincitore del Premio Scerbanenco - pronto a non negarsi nulla, in quanto crede ciecamente nella scrittura. Non a caso, ogni volta che pubblica un libro, non manca di regalare sorprese. Proponendosi, di volta in volta, come giallista, saggista, interprete della Storia, intrattenitore per bambini, sceneggiatore per il piccolo e il grande schermo e via dicendo. Regalandosi ai lettori - a dispetto di quella sua aria un po’ così, pronta a nutrirsi di una testa di capelli riccioluti supportata da occhialini demodé tanto per darsi un tono - come un attento interprete del sociale. 
Lui che per quattro anni, fra il 2012 e il 2016, è stato anche direttore artistico del festival culturale Parole sotto la torre di Portoscuso, in provincia di Carbonia-Iglesias. Oltre a essersi proposto, sempre per quattro anni, come docente presso l’Università della Svizzera italiana a Mendrisio. Mentre dallo scorso anno dirige, con Alberto Tonti, una collana che si occupa di musica e letteratura per l’editore Skira.

Lui capace, in Come su gli alberi le foglie uscito del 2016, di trascinarci nel fango delle trincee, fra i reticolati spinati e i folli assalti all’arma bianca di gente che parlava dialetti diversi nel segno di una carneficina che non avrebbe avuto uguali. E lo ha fatto - ricordiamo - per raccontare, in buona sostanza, dei sogni infranti di una generazione di idealisti, cresciuti all’ombra della retorica dannunziana, che avrebbero pagato in prima persona il desiderio di combattere l’ingiustizia sotto una stessa bandiera. 
Il tutto supportato da prese di posizione forti. 
La qual non stupisce in quanto, nel suo variegato modo di addentrarsi fra le pieghe della vita (“Non sono in grado - mente sapendo di mentire - di scrivere cose che non ho visto con i miei occhi”), riesce a captarne e a proporne i lati più umani e al tempo stesso più devastanti. Quegli stessi che magari si rifanno alla sua infanzia, quando abitava nel non facile quartiere di Quarto Oggiaro, dove “o si rubava o si faceva il poliziotto”. Lui che da una decina d’anni si è accasato (con la moglie Elena e le figlie Laura e Sara) nella multietnica via Padova. “Una via che non è certo un inferno in terra come qualcuno ama dipingerla. Anzi. Mi ritengo più al sicuro quando cammino da queste parti alle due di notte che non alle otto di sera in Piazza Affari”. 
E ancora: lui che a scuola era bravo in quanto rappresentava la sua emancipazione personale, con il ricordo del tempo trascorso a studiare sui mezzi pubblici: “Non avendo una cameretta mia dove poterlo fare, approfittavo dell’ora ad andare e dell’ora per tornare dal Politecnico. Ed è lì - ironizza - che mi sono laureato…”. Lui che sin da ragazzo aveva coltivato la passione per la scrittura leggendo testi di autori che gli avrebbero regalato importanti punti di riferimento, quegli stessi che avrebbe messo a frutto verso i trent’anni, “come Pier Paolo Pasolini per il suo sguardo verso gli ultimi; come Carlo Emilio Gadda per la ricchezza della lingua; come Marcel Proust per il suo puntare oltre le convenzioni”. Magari rivedendo, nello scrivere, “la banalità dell’italiano moderno attraverso il recupero di certe forme del passato”. 
Lui che stranamente non è mai stato un accanito lettore di gialli, pronto a sostenere di essere arrivato per caso alla narrativa di settore, ritenendo che il modo perfetto per raccontare la sua città fosse quello di tirare in ballo un postino e un poliziotto. Lui che ammette di essere un antisportivo per eccellenza; di possedere il dono della curiosità; di aver lasciato da tempo il suo lavoro di architetto; di amare il cinema, il teatro, i viaggi e la buona tavola (“Mi piace anche cucinare, ma con mia moglie è una battaglia persa…”). Lui che assicura di scrivere a livello impiegatizio: “In effetti, pur elaborando le mie storie di notte, è al mattino e al pomeriggio che mi metto al computer”. 
Lui caratterialmente curioso, energico, gran lavoratore, nonché capace di saper ascoltare (“Come faccio - ironizza - a parlare male di me stesso?”); lui che non ha mai voluto prendere la patente automobilistica, visto che camminare rappresenta la sua passione. E appunto per questo ha in ballo, con alcuni amici, un progetto di sentieri metropolitani svincolati dalla vista del Duomo, “un monumento bellissimo del quale non ho mai parlato nemmeno nei miei libri”. 
Un lungo “antipasto”, il nostro, per arrivare al suo ultimo lavoro, Il sapore del sangue (Guanda, pagg. 316, euro 18,00), dove torna in scena per la settima volta (se si esclude la sua presenza in un racconto lungo) l’ispettore Michele Ferraro. “Un personaggio nato per caso: un amico sceneggiatore di Roma mi aveva chiesto un racconto da consegnare dalla sera alla mattina. Ci pensai sopra qualche ora e mi apparse Ferraro, il personaggio giusto per raccontare la mia Milano: ma per far questo meritava almeno un romanzo…”. 
Già, Ferraro. Che aveva iniziato a fare lo sbirro per soldi e non certo per l’ambizione di servire la Giustizia, essendo a sua volta nato e cresciuto al Gratosoglio - non a caso il suo miglior amico è un delinquente - per poi accasarsi in altre zone calde della città. 
In effetti il concetto dell’amicizia maschile, tipica della narrativa a stelle e strisce, fa parte dell’immaginario di Biondillo. A fronte, ovviamente, di un viaggio forte nella memoria e nel territorio. “Sì, perché quello che ne salta fuori è uno spaccato del nostro Paese, segnato dall’abusivismo morale, dominato dalle logiche dei clan. Un Paese che sta cambiando, anzi, che è già cambiato”. 
A tenere la scena, ne Il sapore del sangue, è un uomo che - in una gelida mattina d’inverno segnata da una nevicata come quella del 1985 - esce dal carcere di San Vittore a Milano. È solo, nessuno lo sta aspettando. Si chiama Sasà. Un tipaccio che dopo poco più di quattro anni di cella guarda per la prima volta da uomo libero il cielo sopra Milano. Un ex che ha le idee sul suo futuro ben chiare in testa: tornare a casa, in fretta, a Quarto Oggiaro, in quanto in pochi giorni deve mettere in pratica il suo piano: recuperare il denaro che aveva nascosto, prendere sua moglie e sua figlia Giulia e volatilizzarsi, prima che qualcuno - magari qualche suo vecchio amico - lo faccia sparire dalla faccia della terra. 
Ma come mai Sasà è stato liberato, anche se nel suo passato ci sono traffici di droga fra Napoli e la Germania, omicidi per conto della ‘ndrangheta, ricatti e alta finanza, tanto da meritarsi una condanna ad almeno trent’anni? E allora come è potuto uscire di galera così presto, e per di più con la benedizione della legge? È quello che, come al solito controvoglia, l’ispettore Ferraro dovrà scoprire. Tanto più che a indirizzare le sue indagini ha provveduto una telefonata di Augusto Lanza, suo mentore e amico, convinto che qualcosa di grosso possa accadere. 
Sta di fatto che, in una metropoli funerea, fra periferie abbandonate e nuovi grattacieli, fra chiese barocche e palestre di pugilato, Ferraro cercherà di capire come mai un ragazzo qualsiasi sia diventato nel tempo un efferato criminale. Ma soprattutto si renderà conto della necessità di catturare Sasà prima che venga di nuovo inebriato dal sapore del sangue. Al quale, peraltro, non ha mai saputo resistere... 
Che dire: a fronte di un linguaggio forte, una narrazione improntata al sorriso, la capacità di centrare il bersaglio in poche battute, Il sapore del sangue regala ai lettori uno spaccato di vita milanese difficile da dimenticare. La qual cosa non stupisce in quanto Gianni Biondillo, come ha tenuto a sottolineare Giancarlo De Cataldo, “è uno scrittore di razza. E in quanto tale è meglio non perderlo”.
E il domani narrativo del nostro autore? “Attualmente, impegnato come sono in un faticoso tour promozionale, non sto scrivendo nulla”. Tour peraltro gratificato - aggiungiamo noi - dai complimenti di circostanza. Alcuni dei quali, facendo un passo indietro, hanno fatto breccia nei suoi ricordi. Un esempio per tutti: “Quando stavo presentando Per sempre giovane, un romanzo tutto al femminile (la voce narrante è Francesca, che ritrova una vecchia amica e via di questo passo), mi venne detto che sembrava impossibile che l’avessi scritto io. Al momento rimasi perplesso, ritenendo che quel complimento profumasse d’insulto. Invece, ripensandoci…”.

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