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Ma quanto è sottile il crinale che separa gli amici dai nemici durante un conflitto civile?

Ambientato nel 1936 in Spagna, l’ultimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte graffia e cattura traendo spunto dal suo passato di reporter di guerra


13/11/2017

di Catone Assori


Una scrittura brillante quanto raffinata, che avvolge - graffiandolo con delicatezza - anche il lettore più smaliziato. Spesso giocando su personaggi ben tratteggiati, che ci sembra di conoscere da sempre quando invece non è così. Lui follemente abile nel dare respiro ad atmosfere e ambientazioni realistiche, frutto di un indubbio lavoro di ricerca. Attingendo da briciole di passato per cucinarle a dovere sulla base del suo innato retroterra di fantasia. In altre parole facendo sembrare la sua storia come vera; facendoci partecipi della violenza che si associa agli scontri di potere e a un senso malato della realtà; regalandoci un cinico dongiovanni in azione nell’ambito della guerra civile spagnola. 
È infatti a partire dall’autunno del 1936 (pochi mesi prima dello scoppio del conflitto interno) che la penna calda e fascinosa di Arturo Pérez-Reverte ambienta Il codice dello scorpione (Rizzoli, pagg. 332, euro 20,00, traduzione di Bruno Arpaia), un romanzo che si legge che è un piacere non solo per i contenuti, senz’altro di prim’ordine, ma anche per una impaginazione di tutto riposo sia in termini di caratteri che di interlinee. 
Ma veniamo al canovaccio, imbastito su quella sottile linea di confine che separa gli amici dai nemici. Un crinale certamente insidioso. Di certo Lorenzo Falcó, trentasette anni, un vero e proprio scaltro hijo de puta, portatore di una buona dose di violenza e di una grande passione per le donne, oltre che per i vestiti e le scarpe di vernice, “non ha ideali alti né posizioni da prendere”: lui ex trafficante di armi, avventuriero senza scrupoli, che ora è al soldo dei franchisti. 
L’idea di questo personaggio, annota l’autore, “risulta retaggio delle mie esperienze di guerra, di quando sopravvivevo a orrori incredibili tuffandomi nella lettura dei libri che mi portavo nello zaino. In buona sostanza si tratta di una spia che si limita a eseguire gli ordini. Con freddezza e precisione, però”. 
La nuova faccenda che vede coinvolto Falcó, “così come la chiama il suo capo, alias l’Ammiraglio, responsabile del nucleo duro dello spionaggio franchista, è tenere le fila di una missione che potrebbe cambiare il corso della storia del Paese. Questa, infatti, è un’Europa turbolenta, questi sono tempi opachi e infiammati; perdere la vita o tradire, per un’idea o per molto meno, non è un’anomalia. E ad Alicante lo aspettano un uomo e due donne, che Falco non conosce: saranno i suoi compagni di missione. O, forse, le sue vittime”. 
Detto del libro, qualche annotazione sull’autore, appunto lo spagnolo Arturo Pérez-Reverte, nato a Cartagena il 24 novembre 1951 e portatore di una laurea in Scienze politiche e Giornalismo: la qual cosa gli è valso il ruolo, dal 1973 al 1994, di inviato di guerra sia per il giornale Pueblo che per la rete televisiva e radiofonica Rtve. Seguendo vari conflitti, tra i quali quelli di Cipro, delle Falkland, della crisi del Golfo sino ad arrivare alla guerra in Croazia e a Sarajevo. 
Lui che nel 1986 aveva debuttato sugli scaffali con il suo primo romanzo, El húsar (L’ussaro), ambientato durante le guerre napoleoniche. Salvo poi raggiungere il successo internazionale con la pubblicazione de Il maestro di scherma. Sta di fatto che negli anni Novanta avrebbe abbandonato il giornalismo per dedicarsi esclusivamente alla scrittura, dando alle stampe nel 1996 il primo lavoro di una lunga saga con protagonista il capitano Diego Alatriste, una serie storica ambientata nella Spagna del XVII secolo. Serie dalla quale sarebbe stato tratto un film, Il destino di un guerriero, così come sarebbe approdato sul grande schermo Il club Dumas sotto il titolo de La nona porta (con la regia di Roman Polanski e l’interpretazione di Johnny Depp). 
Che altro? L’abilità dimostrata, strada facendo, nel saper spaziare nei più diversi campi. Magari proponendosi, oltre a reporter di guerra, come viaggiatore, navigatore, bibliofilo (si parla di trentamila libri in suo possesso nella casa che possiede alle porte di Madrid) nonché studioso della tradizione eroica del suo Paese. Un maestro della suspense intelligente, capace di portare in scena le angolature più inquietanti del nostro quotidiano, sempre e comunque all’insegna di un suo credo: quello del rispetto delle regole, “senza le quali non si può vivere”.
Lui pluripremiato in patria e all’estero, nonché membro della Reale Accademia di Spagna, la più alta istituzione del suo Paese nel campo della lingua e della letteratura; lui che deve parte del suo successo alla pubblicazione di romanzi che per certi versi richiamano, in termine di stile, Il nome della rosa di Umberto Eco, come nel caso de La tavola fiamminga, Il maestro di scherma e Il club Dumas; lui che a suo dire ha ancora molte storie da raccontare (“Non manco infatti di inventiva”), ma che non sa, avendo già 66 anni, “quante ne potrà ancora scrivere per i suoi lettori”. Speriamo molte. Almeno questo è il nostro augurio.

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