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Ma sì! Nasca pure il governo dei gazebo e degli smartphone

Di Maio e Salvini: nessun nome di premier. Programmi ancora distanti. E gli eurocrati...


15/05/2018

di Sandro Vacchi


Il governo non si decide a nascere, perché mamma e papà sono sterili. 
La cruda realtà è questa. A due mesi e mezzo dalle elezioni, ci siamo sentiti dire da compare Luigi Di Maio, uscito alle 17,20 di lunedì 14 dall'incontro con il presidente Sergio Mattarella, che servirà ancora qualche giorno per mettere a punto il programma congiunto fra grillini e leghisti. « Vogliamo realizzarlo nel migliore dei modi, perciò abbiamo chiesto qualche altro giorno di tempo. Ma quando partiremo nascerà la Terza Repubblica». Sempre più gente, tuttavia, è convinta che si tratti soprattutto di una presa per i fondelli. Il nome del premier? Ma per piacere! 
Un'ora e mezza più tardi esce Matteo Salvini, il quale parla con chiarezza quasi totale: «Se discutessimo di questioni di convenienza, saremmo i primi a dire chi ce lo fa fare. Faccio di tutto fino in fondo, invece, per dare all'Italia un governo serio e stabile. Non stiamo questionando sui nomi, ma discutiamo anche animatamente sull'idea di Italia». 
E' poi entrato sui temi concreti. Abolizione della legge Fornero, abolizione di una serie di accise, revisione del fenomeno-immigrazione, e qui le posizioni sono distanti: «Non vogliamo più immigrati clandestini e vogliamo smantellare il business dell'accoglienza. Soprattutto – e qui Salvini ha scandito le parole – intendiamo ridiscutere la posizione dell'Italia in Europa, perché i cittadini ci hanno votati per difendere il made in Italy. Perciò dobbiamo sbloccare fondi oggi bloccati, abbassare le tasse alle imprese che possano così investire in sicurezza, mentre i vincoli europei non lo consentono. Se ci renderemo conto di non essere in grado di fare ciò per cui gli italiani ci hanno votato, non se ne farebbe niente». 
Ha ringraziato Berlusconi e la Meloni e ha assicurato fedeltà alla coalizione: «Se saremo abbastanza bravi e fortunati allora partiremo, ma non vogliamo prendere in giro il presidente e gli italiani. Dobbiamo accordarci ancora su diversi punti, ma non facciamo il toto-nomi: a me interessa soltanto il toto-cose. Gli accordi un tanto al chilo non fanno per noi. Ci rivedremo presto o perché si parte o perché ci si saluta». Poco più tardi si viene a sapere che fra sabato e domenica il programma gialloverde sarà sottoposto agli elettori leghisti in un bel po' di gazebi sulle piazze italiane. 
Ma se metà del centro destra (Forza Italia e Fratelli d'Italia) scongiura Matteo Salvini di non accettare l'abbraccio di Luigi Di Maio; se metà della stessa Lega, quella dura e pura dalle radici lombardo-venete, è contraria al fidanzamento con i grillini; se l'azzimato putto napoletano continua a ripetere che il contratto di governo sarà sottoposto al voto on-line degli iscritti, come a dire che i suoi parlamentari sono marionette manovrate dalla Casaleggio Associati; se invece l'intera sinistra massacrata alle elezioni di marzo non vede l'ora che nasca il governo gialloverde, per sghignazzare ai suoi primi autogol; e se voi foste Salvini, non vi aleggerebbe nella testa il sospetto di stare per commettere una sciocchezza irreparabile, per non dire di peggio? 
Se, al contrario, il capo leghista mollasse baracca e burattini, vale a dire i miracolati penta stellati, al loro destino fallimentare, semmai per correre a nuove elezioni che lo vedrebbero ancor più trionfatore; e se il presidente Sergio Mattarella fosse costretto dalla realtà a incaricare di costituire il governo chi non vorrebbe mai, cioè un esponente del centro-destra; e se l'agonizzante PD non avesse il tempo di ricompattarsi, ma si trovasse tra le dita un cerino acceso, al punto di spingere la sua ala non comunista ad allearsi con Salvini? E addirittura con il riabilitato nemico mortale di un quarto di secolo, Silvio Berlusconi? Ecco, se in questo secondo caso foste sempre Matteo Ruspante, avreste dubbi su come comportarvi? 
Lasciare i grillini significherebbe conservare gli alleati ai quali avete giurato fedeltà e dai quali invece, al momento, state incassando al massimo una neutralità e in futuro, semmai, atti di opposizione in Parlamento; diventereste con ogni probabilità presidente del consiglio; vi liberereste del pericoloso concorrente “populista” dei Cinque Stelle, dopo avergli fatto un dribbling irridente; trasformereste definitivamente in cadavere il PD, altroché il rottamatore Matteo Renzi, minando radicalmente l'opposizione e potendo governare per una legislatura con in vista la realizzazione di tutto il programma (flat tax, immigrazione, abolizione della legge Fornero, legittima difesa, meno Europa...) anziché di un inciucio-minestrone con chi ha ampiamente dimostrato di non saper governare nemmeno una lavanderia. 
Non ci credete? Titolo di apertura della “Repubblica” di lunedì 14 maggio, quando Mattarella ha ricevuto per l'ennesima volta Di Maio e Salvini: “M5S e Lega, caccia al premier. Divisi su migranti e sicurezza”. L'organo più che ufficioso del PD ha dunque già cominciato a gufare sul nuovo governo non ancora nato. Non basta? Titolo nelle pagine interne: “Al tavolo del contratto si litiga su opere, sicurezza e migranti”. E ancora: “Tasse, welfare, pensioni, lavoro. Il libro dei sogni da 70 miliardi”. 
Va bene che “La Repubblica” è quanto di più ideologizzato e meno obiettivo esista nel mondo della carta stampata, ma non significa che abbia per forza torto: se ancora prima di sposarsi i due sposi litigano, sarà molto felice e duraturo il matrimonio? La controprova è nei giornali dell'altro versante, “Libero” per tutti, con il suo titolo pugno sullo stomaco di domenica 13: “Forza Salvini. Mandali tu affanculo”. Alla faccia dei minuetti! 
L'inconcludenza del leader giallo e di quello verde, i quali da giorni si confrontano per mettere insieme un programma comune, è la dimostrazione più palese dell'incompatibilità delle due posizioni: come voler fondere la Boldrini e Borghezio, il ragù e i mirtilli, l'Inter e la Juventus. 
L'alleanza è destinata tutt'al più a partorire un governicchio che otterrebbe il solo risultato di chiudere presto bottega, con nuove elezioni che segnerebbero un tonfo di Lega e Cinque Stelle, deludenti per i loro tifosi proprio a un passo dal successo definitivo. Ne guadagnerebbe il Partito Democratico, che si accrediterebbe come partito “serio” e con la testa sulle spalle, e – incredibile ma vero! - l'Immortale, cioè Silvio Berlusconi, il quale adesso non ha più contro nemmeno l'inflessibile tribunale di Milano. Converrebbe, a Salvini, farsi scavalcare in casa sua dal vecchio Cavaliere, proprio nel momento di maggiore successo, soltanto per l'impazienza di prendere il potere? 
Nella bozza di accordo non c'è chiarezza sui conti, servono tagli e decine di miliardi – si dice addirittura cento – per realizzare il minestrone dei due programmi, intanto i mummificati Berlusconi e Maurizio Martina stanno in riva al fiume ad aspettare i cadaveri dei nemici. 
Pochi giorni fa Angela Merkel era ad Assisi per ricevere la Lampada della Pace di San Francesco, fare tanti complimenti a Paolo Gentiloni e abbracciare con sincero affetto Romano Prodi, papà dell'euro, quindi delle fortune economiche tedesche. Lo sanno, i due ragazzotti i quali, insieme, hanno meno anni di Berlusconi, che mentre loro usano l'evidenziatore e la gomma da cancellare, a Bruxelles si preparano a metterli al muro se si azzarderanno a dire un “Bah” antieuropeista? E che il “non notaio” Mattarella non è meno europeista di Giorgio Napolitano? E che non si farà scavalcare dalla Piattaforma Rousseau della famiglia Casaleggio, con i suoi vaneggiamenti di democrazia digitale controllata da non si sa chi? E che probabilmente non gli vanno giù nemmeno i gazebo del referendum leghista, che “puzzano” di Padania, di ampolle del sacro Po e di politica paesana. 
Stiamo dunque a vedere se “i cittadini fanno un passo avanti e i politici fanno un passo indietro”, come favoleggia Di Maio lasciando il Quirinale: «Nomi non ne faccio in pubblico», ha detto il giovane ex steward dello stadio del Napoli. Come a dire che almeno un nome di possibile premier dovrebbe averlo proposto al presidente della Repubblica. Ne avrà avanzato uno anche Salvini? E se a un nome comune non si è arrivati neppure dopo giorni e notti di incontri, non viene il sospetto che, più che familiarizzare, leghisti e grillini abbiano passato il tempo a litigare? E se si è giunti a mettere insieme buona parte di un programma comune più che un nome comune su cui puntare per Palazzo Chigi, non sorge il dubbio che l'abbraccio lego stellato sia mirato in primo luogo, e secondo la vecchia scuola, al potere fine a sé stesso, dato che di qui all'estate ci saranno da fare due o trecento nomine importanti? Gli uomini di buona volontà la vedrebbero così, ma lo sono Salvini e Di Maio?

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