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Ma veramente il Piano Marshall è stato il "padre" della Guerra fredda?

A sostenerlo è lo studioso americano Benn Steil, il quale assicura che quel progetto è stato all’origine del conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica nonché della divisione del mondo in aree di influenza


01/10/2018

di Giambattista Pepi


Il Piano Marshall, ufficialmente chiamato piano per la ripresa europea (“European Recovery Program”) a seguito della sua attuazione, fu uno dei piani politico-economici statunitensi per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Questo piano consisteva in uno stanziamento di quasi 14 miliardi di dollari. Annunciato dal segretario di Stato George Marshall il 5 giugno 1947 dall’Università di Harvard, la decisione degli Stati Uniti d’America costituì uno dei momenti più importanti della storia della politica internazionale nell’immediato secondo dopoguerra. 
Marshall affermò che l’Europa avrebbe avuto bisogno, almeno per altri 3-4 anni, di ingenti aiuti da parte statunitense e che, senza di essi, la gran parte del Vecchio continente avrebbe conosciuto un gravissimo deterioramento delle condizioni politiche, economiche e sociali. Pur rimanendo sul vago, relativamente a quelli che avrebbero dovuto essere i caratteri del Piano, in primo luogo perché se ne volevano predisporre i termini con gli europei, il segretario di Stato si augurò che da esso sarebbe potuta scaturire non solo una nuova e più proficua epoca nella collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico, ma anche una prima realizzazione di quei progetti europeisti fino ad allora caratterizzati da una certa vaghezza utopistica. 
L’idea di Marshall, che era stata comunque già sostanzialmente comunicata agli inglesi, venne positivamente accolta dalla Francia che, però, chiese di estendere gli incontri preparatori anche all’Unione Sovietica che, comunque, dopo un’iniziale manifestazione di interesse, si rifiutò di partecipare al negoziato, obbligando anche tutti i paesi del blocco orientale ed i paesi baltici, a fare altrettanto. 
L’European Recovery Program previde alla fine uno stanziamento di poco più di 14 miliardi di dollari per un periodo di quattro anni. Con l’obiettivo di favorire una prima integrazione economica nel Continente nacque, contestualmente al Programma, anche l’Organization for European Economic Cooperation (Oeec, in italiano Oece), un organismo sostanzialmente tecnico in cui i programmatori inviati da Washington cercarono di spingere gli europei ad utilizzare gli aiuti non per fronteggiare le contingenze del momento, quanto piuttosto per avviare un processo di trasformazione strutturale dell’economia dei loro Paesi. 
Contrariamente a quanto auspicato, pur non opponendosi alla stabilizzazione delle loro valute ed all’implementazione del commercio internazionale specie con gli Stati Uniti, la quasi totalità dei Paesi beneficiari chiese alla Economic Cooperation Administration (Eca), l’ufficio preposto alla collazione degli aiuti, di poter utilizzare i finanziamenti forniti dall’Erp per l’acquisto di generi di prima necessità, prodotti industriali, combustibile e, solo in minima parte, macchinari e mezzi di produzione. Nello stesso tempo diverse centinaia di consiglieri economici statunitensi furono inviati in Europa, mentre fu consentito a studiosi ed esperti europei di visitare impianti industriali e di frequentare corsi d’istruzione negli Stati Uniti. 
Il Piano terminò nel 1951, come originariamente previsto. I tentativi di prolungarlo per qualche tempo non ebbero effetto a causa dello scoppio della guerra di Corea e della vittoria dei repubblicani nelle elezioni per il Congresso dell’anno precedente. 
In questi giorni arriva in libreria il volume “Il Piano Marshall. Alle origini della guerra fredda” (Donzelli, pagg. 548, euro 38,00) di Benn Steil tradotto dall’inglese da Ada Becchi (il titolo originario dell’opera, pubblicata nel 2017 negli Stati Uniti, è The Marshall Plan. Dawn of the Cold War), un lavoro che rappresenta un contributo notevole sulla genesi del Piano e si dipana sulle conseguenze che avrebbe causato, la principale delle quali è stata lo scoppio della Guerra fredda (espressione coniata dallo scrittore George Orwell nel 1945 per descrivere lo “stato permanente di ostilità che connotava le relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica”) che per molti anni avrebbe contrapposto gli Stati Uniti all’Unione Sovietica. 
“In questa opera Steil - scrive Alberto Quadrio Curzio nella prefazione -oltre a mostrare una originale prospettiva per l’interpretazione della Guerra fredda, consente di meglio comprendere il processo che ha condotto all’attuale stato delle relazioni economiche internazionali”. 
Il Piano Marshall fu una scelta di portata epocale - sostiene il nostro economista - che oggi purtroppo “viene messa a rischio dalla visione ottusa ed egocentrica del presidente Trump, che vuole riscrivere la storia senza conoscerla”. E sono tre i punti di forza sui quali si basò quel piano straordinario di interventi in Europa. Anzitutto la scelta del presidente Harry Truman (succeduto al grande F. Delano Roosevelt morto nell’aprile del 1944), di rompere la tendenza isolazionista di altre amministrazioni presidenziali assumendosi la responsabilità storica (e il merito) degli Stati Uniti di promuovere la cooperazione internazionale avviando la fondazione tra il 1945 ed il 1949 di istituzioni fondamentali come le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale nell’ambito degli accordi di Bretton Woods e poi la creazione della Nato. 
Il secondo punto è stata la strategia posta alla base del Piano Marshall: una rapida ricostruzione economica dell’Europa e il ristabilimento delle istituzioni liberal-democratiche avrebbe portato rapidamente alla stabilità politica, alla pace e alla sicurezza internazionale, di cui avrebbero beneficiato gli stessi Stati Uniti in termini di sviluppo economico e sicurezza nazionale. Il terzo punto fu che, oltre agli aiuti economici, componenti fondamentali sarebbero stati la stabilità e la sicurezza garantite dalla creazione del Patto Nord Atlantico (Nato). 
Con un avvincente ritmo narrativo, che intreccia storia, politica ed economia e attingendo a un’inedita documentazione tratta da archivi americani, russi ed europei, Benn Steil (direttore del programma di economia internazionale del Council on Foreign Relations di New York e fondatore della rivista International Finance) ricostruisce la storia del Piano Marshall ponendolo all’origine stessa della Guerra fredda e mostrando come l’inasprimento dei rapporti Usa-Urss fu una conseguenza della determinazione di Stalin, il presidente dell’Urss a contrastare il Piano e la nascita delle due istituzioni che ne furono diretta emanazione: l’Unione europea e la Nato. 
Sebbene alcuni economisti europei abbiano avanzato obiezioni su forme e modi in cui venne dispiegato l’intervento in Europa, non c’è dubbio che il Piano Marshall abbia riscosso successo ed abbia permesso all’Europa di risollevarsi dalle macerie materiali e morali della Seconda guerra mondiale e diventare, grazie anche alle istituzioni che accompagnarono la sua attuazione, un baluardo per la pace e la sicurezza nel mondo. Al punto che sovente, nei dibattiti politici ed economici che si svolgono in Europa e nel mondo, si è tante volte auspicato l’adozione di un Piano Marshall per affrontare e risolvere molti problemi legati alla crescita ed allo sviluppo. Una ragione in più dunque - come ricorda Quadrio Curzio - di conoscere da vicino il Piano Marshall originale. 

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