Share |

MaRue, una vita in bilico con un inaspettato salvatore: la musica

Marocchino per nascita e milanese d’adozione, Oussama Laanbi (questo il suo vero nome) ha vissuto intensamente i suoi primi 26 anni. Frequentando mondi non proprio immacolati, ma riuscendo a imporsi. Senza mai farsi mancare nulla


10/09/2018

di Catone Assori


“Mi chiamo Oussama Laanbi e ho attraversato il mare su un aeroplano dopo una giornata uguale a tutte le altre. Dico così, uguale a tutte le altre, perché lo è stata: ero nella mia casa a Rozzano, alle porte di Milano. Era il mese di marzo. Ricordo che stavo giocando con un vecchio pupazzo, un coniglietto con una molla che nel frattempo si era rotta. Ci ero affezionato. Indossavo la mia camicia a quadri preferita ed ero spensierato. Poi, come ogni giorno, ho sentito delle grida provenire dalla stanza da letto: il papà e la mamma litigavano, un’altra volta. Lui la stava minacciando…”. 
In effetti “quello fra mia madre e mio padre era stato uno dei tanti matrimoni combinati - quasi una regola in Marocco - che a volte funzionano, altre volte no. Lui l’aveva vista per la prima volta al mercato, quando aveva quasi 26 anni e lei quindici: una ragazzina bellissima, che viveva con una zia a Casablanca. E non sapeva ancora che l’avrebbe sposata quattro anni dopo. Ma Salah Laanbi non era ancora maturo per diventare padre. E quando mamma era rimasta incinta la costringeva a prendere farmaci abortivi, le rifilava pugni nel pancione, la minacciava di disconoscermi alla nascita. Ma lei si sarebbe battuta per me e avrebbe continuato a farlo a lungo. E così eccomi qui”.   
Inizia così la storia, per la verità ben raccontata attraverso il filtro narrativo del giornalista e scrittore Davide Piacenza (che dal 2007 lavora all’edizione italiana delle rivista Forbes), di MaRue, più conosciuto con il precedente nome d’arte di Maruego, nato nel 1992 a Berrechid, in Marocco, ma cresciuto in Italia sin da piccolissimo, tanto da diventare milanese d’adozione. “Attualmente vivo dietro la Stazione Centrale, dalle parti della via Gluck, resa celebre da Adriano Celentano con la sua famosa ballata. E, come se non bastasse, proprio nel caseggiato dove è cresciuto il Molleggiato vivono alcuni amici di mio zio”. 
Rapper e trapper, MaRue (nom del plume che in buona sostanza sta a significare “la mia via”, “la mia strada”) è quell’artista che ha importato in Italia un tipo di musica elettronica che sta conquistando il mondo giovanile, sempre aperto a nuove esperienze, oltre a indicare la strada a tanti colleghi. E in Autotune (Bompiani, pagg. 166, euro 15,00) si racconta affondando il bisturi su una vita che non è stata mai facile. “Sono cresciuto nel quartiere di Greco, dove ho frequentato le elementari e l’oratorio; e lì ho incontrato gli amici più cari: come Simone, il primo bambino italiano che mi ha invitato a casa sua”. 
Purtroppo a soli sedici anni, essendo “la mia famiglia al limite della povertà, avrei lasciato la scuola per darmi da fare come garzone in una macelleria”. Nel frattempo - riprendiamo da una intervista - “frequentavo gang e writer, ascoltavo brani punk, mi sembrava di essere a New York. E allora, mi sono detto, perché non scrivere musica? I primi tempi lo facevo nei ritagli di tempi, levavo il grembiule da macellaio e mi dedicavo alle rime”. 
Adesso è cresciuto, e la musica è il lavoro con il quale si paga l’affitto e le bollette. “Anche se - tiene a precisare - non do troppa importanza ai soldi. Mi piace spenderli, come piace a tutti, ma non sono uno di quelli che si vanterebbe mai di avere un portafogli più pieno del tuo. Non è nel mio stile, semplicemente non ci do peso. Certo, per farsi largo nella vita bisogna non perdere le occasioni. È anche per questo che ho aperto uno studio vicino a viale Corsica con Eros Caliandro, socio e amico da tanto tempo, che vota Lega ma insieme lavoriamo benissimo”. 
Che altro? Un triplo amore: quello che lo divide fra Milano (“In questa città, per molti aspetti unica, ci vivo benissimo”) e Berrechid (“Dove sono nato e dove ritrovo la semplicità e la pace”), con l’intermezzo rappresentato dalla musica. Che fra le righe di Autotune trova una sua significativa spiegazione: “La storia della potente new wave del rap - la trap, nata in Usa negli anni duemila e diffusasi rapidamente in tutto il mondo - è una storia di melting pot, di contaminazioni culturali, di periferie e di seconde generazioni”. 
E MaRue, come si è recentemente ribattezzato, l’ha reinterpretata e importata in Italia. Scoperto da Gué Pequeno, a partire dalla sua hit Cioccolata del 2014, questo ragazzo ha saputo sviluppare una proposta musicale nuova e ambiziosa, rinnovando sonorità e linguaggi dell’hip hop, aprendo la strada a un’intera generazione di artisti. 
Non a caso è stato lui a sperimentare per primo l’uso massiccio dell’autotune. “Il cui sound unisce il rap all’elettronica nonché a influenze di provenienza globale, dalla raï algerina alla trap francese. Le sue rime mescolano l’italiano, il francese, l’arabo e lo slang americano, al servizio di un’inventiva linguistica vulcanica che gli ha fatto guadagnare l’attenzione anche dell’Accademia della Crusca”. 
In buona sostanza in questo libro MaRue racconta la sua vita, “una vicenda accidentata e romanzesca che è il cuore della sua ispirazione artistica. Dall’infanzia - come accennato - vissuta fra Casablanca e il capoluogo lombardo alla frequentazione di ambienti malavitosi, sempre all’ombra di un genitore violento (rapito dal padre e salvato dall’amore della madre Nadia). E poi l’adolescenza difficile in una Milano multietnica, ma ancora lontana dall’integrazione. Infine l’amicizia e gli esordi con Ghali e Sfera Ebbasta, l’hashish, gli arresti, la gavetta in macelleria e il sogno della musica. Sino ad arrivare alle collaborazioni con i più grandi nomi della scena italiana, tra cui Fabri Fibra, Emis Killa e Jake La Furia”. Senza farsi mai mancare nulla, persino la crisi e poi la rinascita.

(riproduzione riservata)