Share |

Maastricht va riformato: solo così l'Europa potrà tornare nuovamente il faro del mondo

Secondo l’economista Giuseppe Vitaletti vanno riviste le regole a suo tempo stabilite, in quanto non hanno senso e sono state dannose durante la crisi. E per quanto riguarda il debito dell’Italia? Un falso problema, perché non si tiene conto della ricchezza privata. Inoltre…


06/05/2019

di Giambattista Pepi


Giuseppe Vitaletti

“La stretta osservanza dei parametri del Trattato di Maastricht è all’origine della bassa crescita dell’Europa e, soprattutto, dell’Italia durante gli anni successivi alla Grande Crisi del 2007-08. Se non si mette rimedio al più presto possibile a questo “abominio” l’intera architettura europea collasserà e il progetto europeo - con i sogni, gli ideali e le aspirazioni che animarono i suoi grandi Padri fondatori - si infrangerà per sempre”. È questa l’opinione di Giuseppe Vitaletti, economista politico dell’Università di Viterbo e autore di oltre cento pubblicazioni, in un lavoro destinato a far discutere, intitolato, non a caso, Come rifare Maastricht, l’Europa e la stampa (liberamente scaricabile dal sito Internet Siep, workingPapers). 
Vitaletti passa per un eretico, quasi fosse un moderno Girolamo Savonarola, ma le sue “prediche” (sia detto con il massimo rispetto) sono fondate sui numeri e sulle conseguenze che tutti in Europa, non solo gli italiani, hanno pagato sulla loro pelle. La causa? Le regole dello storico Trattato dell’Unione Europea. E, prima di offrirvi l’intervista che ha concesso a Economia Italiana.it in vista delle ormai imminenti elezioni del Parlamento europeo, vogliamo percorrere a ritroso un breve viaggio fino a quella cittadina sulle sponde del Mose nei Paesi Bassi, Maastricht appunto, per comprendere meglio ciò di cui parleremo. 
Il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1993 (ed entrato in vigore il 1° novembre dello stesso anno) dai dodici Paesi membri dell’allora Comunità europea, dava vita all’Unione europea. 
Secondo la proposta del premier lussemburghese Jacques Santer l’Unione europea sarebbe stata fondata su tre pilastri: la Comunità europea (avrebbe inglobato la Comunità economica europea, la Comunità del Carbone e dell’Acciaio e la Comunità dell’energia atomica), la Politica estera e la sicurezza comune (Prsc) e gli Affari interni e la giustizia. 
Con lo stesso Trattato si sancì la nascita dell’Unione economica e monetaria che prevedeva un mercato unico, una moneta unica (l’euro) e una Banca centrale unica (la Bce), che coordinasse la politica monetaria assieme alle Banche centrali nazionali dei 19 Stati che avrebbero poi adottato l’euro, tra cui l’Italia. 
L’obiettivo - secondo quanto concordato nel Trattato - sarebbe stato raggiunto attraverso diverse tappe. Nella prima le monete nazionali sarebbero continuate a circolare pur se legate irrevocabilmente a tassi fissi con l’euro; nella seconda le monete nazionali sarebbero state sostituite dalla moneta unica. 
Lo stesso Trattato fissò le regole politiche e i parametri economici e sociali di convergenza che gli Stati membri sottoscrittori e aderenti all’euro erano e sono tenuti ad osservare ancora oggi. 
I parametri sono: il rapporto tra Deficit pubblico e Pil non deve superare il 3%; il rapporto tra Debito pubblico e Pil non deve superare il 60% (Belgio e Italia, allora, ne furono esentati); il tasso d’inflazione non deve essere superiore all’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi e il Tasso d’interesse a lungo termine non deve essere superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi. 
I primi due parametri sono quelli più ricorrenti negli articoli di stampa e nel dibattito politico, oltreché accademico, che hanno maggiormente angustiato l’Italia specie negli anni scorsi, gravati dalla prolungata recessione e dalla crisi del debito sovrano.  
Sul rispetto di questi “paletti” da parte degli Stati membri nel corso di questi 26 anni di vigenza del Trattato di Maastricht ha sempre vigilato la Commissione europea, che, senza giungere mai ad adottare sanzioni nei confronti dei Paesi inadempienti, non ha però mancato di ammonirli. L’Italia tra questi. 
In particolare i nostri lettori ricorderanno che durante la legislatura che si concluderà il 26 maggio con l’elezione del nuovo Parlamento europeo si è assistito a una contrapposizione pressoché continua tra Bruxelles e Roma. I Governi guidati da Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e, da ultimo, Giuseppe Conte hanno manifestato un’insoddisfazione che sovente si è tramutata in palese irritazione o addirittura polemica per l’applicazione ortodossa delle regole di Maastricht, specialmente durante gli anni della crisi. 
Non aver voluto derogare al rispetto dei parametri citati, consentendo agli Stati maggiormente gravati da debito pubblico, come il nostro, di poter aumentare la spesa pubblica o di ridurre le tasse, alzando così l’asticella del rapporto deficit-Pil sopra il 3%, ha avuto una serie di gravi e perduranti conseguenze. Tra queste: ha aggravato gli effetti della crisi; ha ritardato la ripresa economica dell’Europa aumentando il tasso di disoccupazione; ha scatenato la crisi del debito sovrano che avrebbe potuto travolgere l’euro e l’intera Unione monetaria se non fosse intervenuto in tempo il presidente della Bce, Mario Draghi con il bazooka dell’allentamento monetario (il noto quantitative easing). Con ciò si sono acquisite alle aste i titoli del debito sovrano degli Stati membri dell’Uem; si sono abbattuti a zero i tassi di rifinanziamento; si è inondato di liquidità il sistema creditizio, sostenendo la domanda di prestiti delle famiglie e i finanziamenti delle imprese, con parziale ossigeno per la domanda interna.  
Bruxelles ha risposto di avere accolto - sia pure limitatamente - le richieste di maggiore flessibilità avanzate dai Paesi più in difficoltà con i conti pubblici come l’Italia, ma ha accusato Roma di non avere adempiuto agli impegni formalmente assunti di garantire il pareggio di bilancio e di riportare su un percorso discendente il proprio debito pubblico che, anzi, negli ultimi anni, è addirittura aumentato. 
Una “querelle” che ha assunto toni assai infuocati in occasione della stesura della legge di bilancio 2019 del Governo M5S-Lega, bocciata per due volte dalla Commissione europea, perché tra l’altro prevedeva che il rapporto deficit-Pil fosse superiore quanto inizialmente concordato nell’ambito di una crescente inquietudine dei mercati e di un aumento esponenziale dello spread tra BTP e Bund tedesco. 
Poi Roma ha corretto la manovra di finanza pubblica (riportando il deficit intorno al 2%, dopo l’aggiornamento del Documento di economia e finanza che ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita del Pil nazionale poi confermate dai dati reali degli ultimi due trimestri del 2018) e i rapporti sono tornati a distendersi. Ma il fuoco continua a covare sotto la cenere: la “questione” dell’interpretazione dei parametri del Trattato di Maastricht rimane pur sempre al centro del confronto tra gli Stati membri e del futuro Parlamento europeo, dove i rappresentanti dei partiti filoeuropei (Popolari, Socialisti, Liberali e Democratici) dovranno vedersela con i membri di partiti che giurano di essere pronti a tutto pur di togliere l’Europa dalle mani della burocrazia, delle lobby, dei banchieri e restituirla al popolo.  
A questo punto via libera all’intervista.

Perché il Trattato di Maastricht deve essere riformato? 
Perché i parametri di convergenza fissati, a priori, sono teorici. Si appuntano sul rapporto tra il debito pubblico ed il Pil che non deve superare il 60% del Pil; sul tasso di interesse a lungo termine che non deve superare il 2% rispetto alla media dei paesi più virtuosi; prevede invece poco per quanto riguarda l’avanzo (o surplus) della bilancia dei pagamenti degli Stati. Questi, secondo me, sono tre errori grossolani. Cominciamo dal debito pubblico. 
Il Giappone, la Cina e gli Stati Uniti, che insieme valgono all’incirca il 50% circa del Prodotto interno lordo del mondo, hanno accumulato un debito di gran lunga superiore a quello dell’Italia non solo nell’insieme ma anche se presi separatamente. In Europa ci si è fissati sul debito pubblico e in particolare su quello italiano, che, sia detto per inciso, è il secondo dopo quello della Grecia. Non solo, ma si guarda al debito pubblico e alla sua sostenibilità senza tener conto del debito privato, che l’Italia non ha, e della ricchezza privata che in Italia è ai massimi livelli. 
Gli italiani, non lo scopriamo certamente ora, hanno un’elevata propensione al risparmio e detengono un patrimonio tra valori immobiliari (terreni e fabbricati) e mobiliari (denaro contante, titoli, fondi ed altri prodotti finanziari) che è pari a quattro volte l’ammontare del nostro debito pubblico: cioè a dire è in grado di ripagarlo per quattro volte. Ma ci mettono sempre sulla graticola ricordandoci fino alla nausea che il nostro debito pubblico è troppo e bisogna ridurlo. Non solo chi ci accusa di non rispettare la regola del rapporto tra Debito pubblico e Pil, ma anche la stampa ha le sue colpe, dato che è troppo sussiegosa e prona alla vulgata comune del debito. La verità è che tutti, compresi noi italiani, abbiamo dimenticato la “lezione” di John Maynard Keynes (economista britannico tra i più influenti del XX secolo e padre della macroeconomia - ndr), che ispirò il New Deal (letteralmente nuovo corso) del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt dal 1933 al 1937, consentendo al Paese di risollevarsi dalla lunga depressione in cui era caduto dopo il crollo di Wall Street del 1929. Keynes sosteneva, a ragione, che aumentando il debito e la spesa pubblica si può superare la crisi e rilanciare l’economia attraverso i consumi e gli investimenti delle imprese. 
Sono stupefatto dell’errore macroscopico che si commette nell’impostazione delle politiche economiche pubbliche in Europa proprio a seguito dell’approvazione di questi parametri di convergenza che sono stati seguiti alla lettera come se fossero dei Comandamenti, dei precetti religiosi che si devono osservare e basta. Ma è sbagliato. 
Io sostengo la tesi che il debito pubblico in determinate fasi della vita di un’economia strutturalmente deve crescere, non può essere “ingabbiato”, specie nelle fasi avverse come le crisi e le recessioni. Le manovra finanziarie di contenimento si possono fare, per carità, ma durante i periodi espansivi dell’economia, non durante le congiunture negative. E’ in quei momenti, infatti, che c’è bisogno di sostenere la domanda di consumi e le spese per gli investimenti attraverso gli stimoli monetari, quindi riducendo il tasso di interesse sui prestiti e sui finanziamenti, aumentando il deficit e il debito, altrimenti succede, com’è accaduto all’Italia e all’Europa di stentare ad uscire dalla “gabbia” della depressione ed ancora oggi di faticare a raggiungere adeguati livelli di Pil. 
C’è inoltre, in pratica, la dimenticanza del surplus delle bilance dei pagamenti. E’ il caso della Germania che vanta un avanzo pari all’8% del Pil, che assorbe l’extra-risparmio tedesco. Se, anziché avere un surplus commerciale, la Germania avesse avuto un analogo disavanzo pubblico (surplus commerciale e disavanzo pubblico infatti sono analoghi nell’assorbire il risparmio) volendo   essere onesti, il rapporto tra Debito pubblico e Pil andrebbe oltre il 200%, di molto superiore come si vede a quello italiano che supera il 130%.

Nel dibattito pubblico, tuttavia, ci si è soffermati proprio sul rapporto tra debito pubblico e Pil perché si sostiene che, mancando un meccanismo di mutua garanzia sui debiti sovrani all’interno dell’Unione economica e monetaria, gli Stati più virtuosi nella tenuta dei conti pubblici (come gli Stati del Nord Europa, non solo la Germania) si preoccupano dell’effetto “contagio”. Cioè i mercati non sembrano disposti - lo si è visto recentemente a proposito della prima stesura della Legge di bilancio 2019 dell’Italia - ad accordare finanziamenti attraverso la sottoscrizione di titoli del debito sovrano, laddove il Paese emittente ha un debito pubblico elevato e un tasso di crescita piuttosto basso e quindi è più esposto di altri in caso di congiuntura negativa. L’Italia e la Grecia allora con i loro deficit e debiti elevati di fatto sarebbero fuori norma? 
No. Non violano i parametri di convergenza. La differenza tra entrate e spese, al netto degli interessi sul debito, è positiva, cioè a dire abbiamo un avanzo di bilancio al netto degli interessi. E quindi non è vero che violiamo la regola del 3% nel rapporto deficit-Pil. La Commissione europea ha stabilito che l’Italia non può superare il 2% in ogni caso, ma non dice niente se lo fa la Francia che ha superato il 3%, e non dice nulla alla Germania che ha un surplus commerciale dell’8%. La Commissione europea ed i nostri connazionali non sanno che c’è chi sta molto “peggio” di noi. Nel senso che Cina e Giappone hanno un elevato debito pubblico ed un’alta propensione al risparmio, come l’Italia, mentre gli Stati Uniti hanno sia un debito pubblico elevatissimo, ma anche un debito privato e una bassa propensione al risparmio. Per cui, se volessimo ragionare in termini di solvibilità e dunque di affidabilità nostra nei confronti dei mercati finanziari, noi siamo molto più affidabili di qualunque altro Paese, più degli Stati Uniti, della Cina e del Giappone.  Non ci sono paragoni!

I rapporti tra l’Italia e la Commissione europea sono stati in diversi momenti caratterizzati da insofferenza, fastidio, irritazione. Il Governo Conte, che gode della fiducia di una maggioranza inedita sia da noi che in Europa, si è contrapposto duramente ai Commissari europei. Questa contrapposizione scaturisce dalla consapevolezza che l’Italia non è in difetto nell’osservanza delle regole del Trattato di Maastricht, o è invece motivata dalla retorica antieuropeista che fa comodo perché genera consenso a buon mercato addossando all’Europa le cause della crisi economica? 
Un tempo l’Italia era molto favorevole all’Europa, negli ultimi anni l’Unione europea è divenuta assai meno popolare. L’ortodossia nell’osservanza delle regole viene vissuta come un’imposizione per un Paese che non è libero di poter varare una politica economica espansiva utilizzando lo strumento del bilancio e quindi ha dovuto pagare un prezzo salatissimo alla recente crisi perdendo una parte del proprio apparato produttivo, aumentando il numero delle persone disoccupate, depauperando parte del risparmio, vedendo fortemente peggiorare la qualità della propria vita. Alcuni milioni di italiani vivono ancora oggi al di sotto della soglia della povertà relativa. 
Se l’Europa, che è complice della crisi, nel senso che l’ha aggravata con le sue decisioni e le sue politiche sbagliate, attacca l’Italia, gli italiani non possono continuare ad avere fede nell’Ue, ma la vedono come un’istituzione che si preoccupa più della forma, cioè a dire del rispetto formale dei Trattati, piuttosto che della sostanza, finendo per rinnegare proprio i principi cardinali sui quali è stata storicamente fondata: lo sviluppo economico, l’occupazione ed il benessere. Ecco perché quando si parla di Bruxelles si parla di una nomenclatura formata da euroburocrati che vigilano in maniera occhiuta sull’osservanza delle regole, mentre non si preoccupano affatto dello stato in cui vivono le popolazioni europee, i giovani, le imprese, le famiglie. Se la regola è immacolata, allora è tutto a posto. Il resto non conta!

Ci sembra, però, che rispetto ai toni nella polemica al calore bianco tra Roma e Bruxelles, adesso le relazioni si sono appianate. Durante le elezioni politiche del 2018, sia la Lega, sia il Movimento 5 Stelle sembravano fare a gare nell’impallinare l’Europa. Una volta al Governo, dopo i forti contrasti sul bilancio e la levata di scudi dei mercati e degli altri organismi internazionali, le minacce di uscire dall’euro sono rientrate. 
Quella da lei descritta è la realtà, è quello che è avvenuto. Il discorso di fondo su cui si basano la Lega e il Movimento 5 Stelle, cioè a dire meno rigorismo in Europa, resta vivo. QQqQuindi, se alle prossime elezioni i partiti della maggioranza avranno successo, sono convinto che avranno validi motivi per portare avanti la loro linea di attenuare i controlli, e soprattutto per rifare i parametri di Maastricht, proprio alla luce dell’esperienza vissuta dall’Italia e direi dall’Europa. Il rigorismo, glielo dico da economista, è una delle più grandi idiozie che io abbia mai sentito in decenni di insegnamento. Nessuno Stato ha mai agito come ha operato l’Europa negli anni della crisi. Il popolo lo sa perché ha sofferto.  

Allora la questione è mal posta. Nessuno vuole uscire veramente dall’Unione europea, ma si intende solo riformarla? 
E’ così. La questione non è che l’Unione europea come progetto, come istituzioni, come mercato, non va bene. La questione è: come rifare Maastricht? Perché quel Trattato almeno per quanto riguarda i parametri di convergenza non va bene.

Stando così le cose, queste elezioni europee, in alcune cancellerie molto temute per l’avanzare dei movimenti populisti e sovranisti, possono secondo lei rappresentare una sorta di spartiacque tra l’Europa di oggi e quella del futuro? E se sì, a quali condizioni ciò può avvenire? 
Sì, possono rappresentare una svolta. I partiti che per primi hanno avvertito che l’Europa come si è configurata dopo Maastricht non ha funzionato devono soddisfare le aspettative degli elettori che li voteranno. Se le classi dirigenti (non solo il ceto politico) dell’Europa vogliono garantire che l’Ue abbia un futuro e desiderano che la popolazione europea torni a guardare con favore alle istituzioni comunitarie occorre procedere alle riforme. E, lo ripeto da economista, occorre rimettere mano ai Trattati e portare avanti un progetto coerente e serio di riforma, eliminando regole sbagliate e controproducenti. Occorre in particolare prevedere in ogni paese il pareggio tra la domanda e l’offerta, tendenzialmente al pieno impiego, nel rispetto del sostanziale equilibrio della bilancia dei pagamenti. Se questo implica nuovo deficit pubblico, occorre permetterlo, controllando per via fiscale i saggi di interesse. In questo modo l’Europa potrà essere di nuovo il faro del mondo.

(riproduzione riservata)