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Macron, la "vomitevole" Italia e il richiamo dell'Ambasciatore

Un premier in declino che cerca appigli per risalire la china. Prendendosela, ad esempio, con Luigi Di Maio che va a bere un pernod con i gilet gialli


11/02/2019

di Sandro Vacchi


Irrimediabilmente turbato nella psiche dalla consorte pedofila che lo imbambolò quindicenne iniziandolo ai piaceri della carne, il presidente francese Emmanuel Macron ha richiamato sua eccellenza Christian Masset, ambasciatore a Roma. La vomitevole Italia – definizione sua - gli avrà dichiarato guerra. Perché, altrimenti, un gesto compiuto da Parigi solamente nel 1940, all'indomani del discorso di Mascellone dal balcone d Piazza Venezia? “Donne e uomini d'Italia! 
Combattenti di terra, del mare e dell'aria... L'ora segnata dal destino è scoccata sull'orologio della storia...”? 
Ma chi crede di essere, il fighetto espressione dell'alta finanza, salito all'Eliseo soltanto in grazia della paura, quella che provavano i tremebondi “cugini” di fronte alla Hitler bionda, alla Himmler in gonnella? Noialtri, almeno, abbiamo avuto il coraggio di non mettere più la croce sulla scheda accecati dalle ideologie. Ci siamo trovati il governo gialloverde, e chissà dove finiremo, ma almeno non votiamo più turandoci il naso. Quella puzza che emanano certi sindaci che espongono il tricolore, non quello italiano, però, bensì il transalpino. Sono gli orfani di un partito che un tempo faceva lo scherano dell'Unione Sovietica e ne incassava i rubli, e oggi si scusa con i francesi: proprio non ce la fanno, senza inchinarsi a qualcuno. 
Macron è il signore che rimbrottava un adolescente colpevole di dargli del tu; che definisce l'Italia ributtante poiché non si inginocchia più ai suoi voleri e a quelli dell'Unione Europea, soprattutto sulla questione dei migranti; che ne ha respinti a centinaia sugli scogli di Ventimiglia; che ha mandato i gendarmi nei paesi piemontesi a scaricare nordafricani e a spaventare i valligiani; che ospita però ancora quindici terroristi italiani. Matteo Salvini glieli ha chiesti indietro, sono il doppio dei profughi della “Sea Watch” destinati alla Francia, ma quei tipi i francesi vogliono tenerseli, chissà perché. 
Non gli va a genio Luigi Di Maio che va a bere un pernod con i Gilet Gialli, suoi fieri nemici, e sostiene che il vicepremier avrebbe dovuto parlare semmai con qualche ministro, addirittura con lui. Ma ha idea, signor presidente, che Giggino l'avrebbe omaggiata sproloquiando della “millenaria democrazia francese”? Guardi che forse non sa nemmeno bene dove si trovi la Francia, in geografia zoppica più che in storia, confonde il Cile con il Venezuela. E le è andata bene due volte: pensi se si fosse portato appresso Dibba, il Che Guevara del Grande Raccordo. 
Il piccolo Rambo nevrastenico non può nemmeno farci a pezzi: lo siamo già. E' a conoscenza, monsieur Macron, del fatto che qui da noi si predica bene ma si razzola malissimo? Si raccontano le favole e si nascondono le verità? Per esempio, di certo non sapeva che, unici al mondo, abbiamo sconfitto la povertà, parola di Luigi Di Maio, di professione venditore di bibite e oggi vicepremier. Non c'erano riusciti Gesù Cristo, Carlo Magno, Napoleone, Marx e nemmeno Silvio Berlusconi, che è tutto dire. 
Non è finita. Il principale di Di Maio, tale Giuseppe Conte, di professione avvocato, ha assicurato che quello che viviamo sarà un anno bellissimo e che quella che i disfattisti denunciano sarà anche una recessione, però tecnica. Ce l'avete voi una “recession tecnique”? 
No, allora zitti e mosca. Che cosa gliene importa se il nostro gaffeur Giggino è andato a trovare i vostri, di Gialli, i Gilet? Fanno casino come i Gialli nostrani, i Cinque Stelle, ma sono molto più seri, tanto che lei gli fa sparare addosso, gli lancia i fumogeni, li mena di brutto. Adesso salta su a ritirare l'ambasciatore in Italia. Esagerato! 
Nella situazione in cui ci troviamo serviva giusto Macron a farci fare due risate, il peggior nemico della “lebbra populista”, come la definisce. Noi abbiamo un saputello antipatico che si chiama Rocco Casalino, portavoce del nostro premier: va beh, quel signore elegante che si ostina a definirsi tale. Il Casalino era un divetto del “Grande Fratello”, trasmissione per idioti allo stato puro. Di lui si è detto tutto e anche di più, al contrario di quanto si è potuto sapere di Alexandre Benalla, guardia del corpo e, secondo le chiacchiere, molto di più per l'inquilino dell'Eliseo. Chi aveva mai domandato al presidente di smentire un legame omosessuale con Benalla? Excusatio non petita... E come mai non si fa luce sul ninja Ludovic Chaker? E su Makao, un colosso congolese di due metri che avrebbe legami con i terroristi del Bataclan? I francesi chiacchierano, dicono che il presidentino nevrastenico avrebbe nascosto la sua “sponda gay” sposando l'anziana Brigitte, sua nave scuola. Fattacci loro. 
Al di qua delle Alpi abbiamo delle grane che loro non immaginano, rogne che riguardano il presente, ma anche il futuro e perfino il passato. 
Cominciamo dagli anni lontani. Sono state sdoganate le foibe dal presidente Sergio Mattarella in persona, il quale ha parlato apertamente di stragi comuniste: non si era mai sentita una cosa del genere in settant'anni, per lo sconcerto dell'Anpi che avrebbe preferito proseguisse la congiura del silenzio. Alla foiba di Basovizza non si è comunque presentato Conte e nemmeno Di Maio, che forse non sa dove si trova, ma il solito Matteo Salvini. «Chi nega le foibe e le stragi commesse dai partigiani di Tito è come chi nega la Shoah degli ebrei», ha esclamato fra le ovazioni. 
Doveva sfarinarsi il Partito comunista perché in Italia diventasse possibile dire la verità. Poiché l'ipocrisia è però la specialità nazionale, mamma Rai ha mandato sì in onda il film “Rosso Istria”, però mentre sulla rete ammiraglia trasmetteva il festival di Sanremo, messa cantata nazionale nata negli stessi anni in cui si recuperavano le salme delle migliaia di vittime delle foibe. 
Del presente in recessione si è detto, non dell'assemblea degli ex soci della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Luigi Di Maio è stato accusato di non aver mantenuto la promessa elettorale di rimborso totale. I risparmiatori truffati gli hanno gridato “buffone, va' a lavorare”, inviperiti per il reddito di cittadinanza regalato invece alla base elettorale dei grillini. Ormai Di Maio ha fatto il callo alle contestazioni. Gli sono piovuti addosso fischi e “vaffa” dagli operai di Ortona penalizzati dal blocco delle trivellazioni, lo hanno criticato anche gli studenti del suo liceo di Pomigliano, che ce l'hanno col decreto sicurezza e i tagli alla scuola. 
A Vicenza c'era anche il suo alter ego Matteo Salvini, il quale ha invece fatto il pieno di applausi. E' partito lancia in resta contro la Banca d'Italia, accusata di non aver vigilato, ha minacciato di rifarne i vertici, si è augurato che gli ex banchieri finiscano in galera per il resto dei loro giorni. Applausi? Ovazioni. Secondo tiro a porta vuota quando ha detto che il provvedimento sulla legittima difesa arriverà in marzo: altri voti per un partito che in Veneto è dato addirittura al di sopra del 40 per cento. 
Il futuro, adesso. L'indistruttibile Berlusconi ha annunciato un referendum contro il reddito di cittadinanza, che andrà a cinque milioni di persone, anche straniere, ma sarà pagato da tutte le altre. 
Facilissimo prevedere il risultato. A quel punto nel movimento Cinque Stelle voleranno gli stracci, e il primo a prenderseli sul viso sarà Di Maio. Il partito entrerà in crisi e le carte sul tavolo del governo dovranno essere redistribuite. Indovinate chi avrà il banco. La “lebbra populista”, monsieur Macron, e allora vedrà quanti bei navigli approderanno a Marsiglia.

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