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Meno spesa, più investimenti: così si potrà riavviare il volano dello sviluppo economico

Il rilancio del nostro Paese, secondo l’economista Paolo Manasse, passa attraverso una “potatura” della spesa pubblica, delle riforme strutturali e di mercato. Ma tagliare incentivi e sussidi è quasi impossibile perché scatenerebbe la reazione delle categorie interessate


15/07/2019

di Giambattista Pepi


Paolo Manasse

Nei giorni scorsi non è passato sotto silenzio il nuovo outlook sull’andamento di Pil e inflazione nell’eurozona fornito dalla Commissione europea. Non sorprende tanto che Bruxelles abbia confermato la crescita per il 2019 (+1,2%) e rivisto leggermente al ribasso la previsione del Pil per il 2020 (a +1,4% da + 1,5% della previsione di febbraio), quanto piuttosto la situazione di sostanziale stagnazione della nostra economia. Da febbraio infatti le previsioni della Commissione non sono cambiate affatto: +0,1% il Pil per quest’anno e + 0,7% nel 2020. 
Detto così sembra poca cosa, ma se andiamo a leggere la valutazione che accompagna queste cifre non c’è da stare allegri. “La crescita del Pil nel secondo trimestre - sostiene tra l’altro la nota di Bruxelles - è stata stagnante e la ripresa non dovrebbe risultare significativa prima di fine anno”. 
Non bastasse, il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha rincarato la dose. “A fine 2018 il Governo italiano prevedeva una crescita nel 2019 dell’1,5%, poi si era passati all’1% e ora siamo a quota 0,1%: possiamo concludere che le cose non sono poi andate così positivamente”. E ancora: “Penso che l’Italia abbia bisogno di riforme che aumentino la crescita potenziale e rafforzino la competitività e la crescita della produttività del sistema industriale. Non possiamo quindi essere soddisfatti quando siamo sistematicamente un punto percentuale di crescita al di sotto di quella della zona euro. E questo non è ammissibile”. 
Moscovici, insomma, conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che non erano solo ottimistiche, ma addirittura azzardate le previsioni italiane sulla reale capacità di imprimere una svolta all’economia con le misure messe in campo di politica economica e di bilancio. E mentre la maggioranza faceva la voce grossa contro l’Europa dei burocrati, l’asse Parigi-Berlino e la Commissione, il Governo nei fatti ha dovuto riconoscere di essersi sbagliato e ha dovuto battere in ritirata (correggendo i conti) davanti alla minaccia dell’apertura di una procedura d’infrazione per violazione della regola del debito avanzata dalla Commissione. 
Ma la questione della nostra modesta crescita rispetto alla media dell’Unione europea rimane intatta. Pertanto, Economia Italiana.it ha interpellato in proposito l’economista Paolo Manasse, docente di Economia politica e Macroeconomia all’Università di Bologna e alla Bocconi di Milano, per comprendere con il suo aiuto come si può uscire da questa situazione. E soprattutto come si presenta lo scenario macroeconomico internazionale, ancora afflitto da rischi geo-politici che possono metterne a repentaglio la prosecuzione della fin qui positiva congiuntura economica.

L’economia cresce poco e il debito non diminuisce. Quale potrebbe essere la “ricetta” per uscire da questa morsa? 
La ricetta consisterebbe in due assi di intervento: da una parte la riqualificazione della spesa pubblica, una riduzione se possibile delle spese correnti e, dall’altra, quella degli investimenti. Questo andrebbe fatto in un’ottica di progressiva riduzione della spesa pubblica in rapporto al Pil attraverso la revisione della spesa. Questo permetterebbe di ridurre il carico fiscale sulle imprese e sulle famiglie che libererebbe risorse da destinare ai consumi e agli investimenti e, nello stesso tempo, combattere con maggiore efficacia l’evasione fiscale. Tutte queste misure sono politicamente difficili da fare perché togliere incentivi e sussidi provocherebbe reazioni da parte delle categorie che finora ne hanno usufruito. Esistono poi barriere e ostacoli che impediscono una reale concorrenza nel mercato delle imprese e delle professioni che ingessano il sistema produttivo e non gli permettono di cogliere le opportunità di crescita che scaturirebbero dall’aumento della competitività dei soggetti economici.

Cos’altro occorrerebbe fare? 
Occorre modernizzare le nostre istituzioni e il mercato. Insomma occorre fare quelle che gli esperti chiamano riforme strutturali. I Paesi che le hanno fatte sono in grado di poter rispondere alla sfida della globalizzazione. La cosa sconsolante è che in nessun partito del Governo o dell’opposizione si rinvengono tracce di interventi come quelli delineati. Tutti pensano che basti spendere di più e il gioco della crescita è fatto: questo ha aumentato il debito a dismisura ma l’economia è rimasta quasi ferma al palo. E quindi la vedo dura per l’Italia nei prossimi anni senza un cambio di marcia vero e forte.

L’economia internazionale, nonostante i rischi geo-politici, a cominciare dall’estenuante braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina sulla controversia commerciale, tiene botta ma il rallentamento è evidente soprattutto nei mercati emergenti e nell’area dell’euro. Cosa potrebbe accadere nel secondo semestre dell’anno? 
Gli Stati Uniti hanno mutato la loro strategia nelle relazioni internazionali e nella politica commerciale privilegiando accordi con diverse macro aree o con singoli stati piuttosto che conservare un approccio multilaterale. Questa tendenza si è accentuata con l’elezione di Donald Trump, che ha fatto del primato dell’America l’obiettivo del programma politico- economico con cui si è presentato agli elettori. Questo approccio è stato sostenuto con l’arma dei dazi per poter spuntare accordi vantaggiosi per gli Stati Uniti. Lo si è visto con il Canada, il Messico sta cercando di ottenerlo con la Cina, il Giappone e l’Europa alternando le blandizie alle minacce per conseguire risultati favorevoli alla propria economia e ridurre il disavanzo della bilancia dei pagamenti. Oltre alla Brexit, all’avanzata dei partiti euroscettici in Europa, il protezionismo è certamente un grave rischio per l’economia internazionale e per la sua crescita.

Dopo la tregua tra Trump e Xi raggiunta al G20 di Osaka crede che l’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla controversia commerciale ci sarà? 
Sì, non è chiaro, però, fino a che punto si tratti di “giocatori” razionali che fanno la voce grossa ma alla fine trovano un accordo vantaggioso, oppure di “giocatori” soprattutto come Trump, non del tutto razionali, che per soddisfare i propri interessi politici, sarebbero disposti a sacrificare gli interessi della collettività nazionale.

Come valuta la reazione dell’economia dell’eurozona agli interventi della Bce? 
Le reazioni sono state differenti a seconda dei Paesi. I paesi investiti duramente dalla crisi come l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo e la Grecia si sono risollevati piuttosto bene, raggiungendo un livello di Pil e di reddito pro-capite superiore a quelli registrati negli anni della crisi finanziaria. Purtroppo questo non è avvenuto in Italia.

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