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Mentre i medici si interrogano su di lui, un paziente si interroga su di loro

Su questa tematica, psicologicamente complessa, si sviluppa Il tempo di Andrea, un raffinato romanzo firmato da Maria Rosaria Valentini


12/03/2018

di Valentina Zirpoli


Non conoscerla, narrativamente parlando, è un peccato mortale, perché Maria Rosaria Valentini scrive davvero bene, utilizzando un linguaggio colto ma espressivo, lucido quanto raffinato. Facendosi portatrice di racconti che lasciano il segno. In altre parole riuscendo a regalare ai lettori storie ben costruite, semplici e complesse allo stesso tempo, che catturano e inducono alla riflessione; sapendo tratteggiare come si conviene angolature psicologiche di spessore, ma senza mai eccedere, senza mai cadere nell’esagerazione. Semmai dimostrandosi rispettosa nel maneggiare materie delicate, che affondano le radici nel nostro quotidiano. 
Ad esempio addentrandosi, in Mimose a dicembre, nel mondo complesso delle badanti e dei badati; oppure giocando a rimpiattino in Magnifica (di prossima pubblicazione in Germania e Francia) con il tempo che passa. “Una sorta di epopea” al femminile che parla di coraggio, di rapporti affettivi, di pregiudizi, di barriere sociali oltre che di figli generati senza amore. 
E ora eccola addentrarsi, ne Il tempo di Andrea (Sellerio, pagg. 192, euro 16,00), in una tematica nuova, a sua volta emotivamente graffiante. Risultato? Un raffinato romanzo psicologico “sul dramma di un uomo in difficoltà, imprigionato in un presente che lo allontana dalla sua famiglia, dalla sua vita, dal suo passato”. Proponendolo in poche righe in tutta la sua drammatica precarietà: “Mentre i medici si interrogano sul suo caso, lui si interroga sui medici. Possibile che non si siano accorti? O forse lo hanno accantonato, incapsulato dentro quella sua stanzina? Oppure sta ancora parecchio male ed è lui che non si rende conto della gravità? Chissà. O magari, peggio ancora, è tutto falso nella sua vita?”. 
Come da titolo, il nostro protagonista si chiama Andrea. Un uomo che non parla, del quale nessuno conosce la sua identità. Un uomo che “si ritrova apparentemente senza memoria in un letto di ospedale, e solo a lui è affidata la ricostruzione di una vita. Sembra nascondere una fuga da amori scomparsi e tuttavia inestirpabili, ed è segnato da un dolore che non riesce a condividere. In balìa del presente, di infermieri e dottori, circondato da pazienti smarriti e silenziosi, fatica a riprendersi la sua esistenza. Non parla, ma in realtà non fa che chiacchierare e interloquire con se stesso.
I medici lo studiano, lui studia i medici che non si sono accorti che sta guarendo. Non vuole che lo sappiano, si sente abbandonato nella sua stanza, e soprattutto si chiede: ma com’è possibile che nessuno sia riuscito a risalire a lui, che nessuno abbia scoperto come si chiama, che ha avuto una moglie, una figlia, un lavoro?”. 
Come accennato, il passato “riaffiora attraverso la faticosa memoria delle persone care, delle quali annota ricordi e frammenti di vita, scrivendo di nascosto e continuamente occultando queste sue confessioni. È sempre sul punto di raccontare tutto ai medici, e sempre procrastina la sua rivelazione.
Dalle parole non dette ma pensate scaturiscono storie, personaggi, situazioni, si va formando la strada che lo riporterà lentamente al presente, che potrebbe farlo ritornare a casa. La sua mente è come un teatro di carne e di ombra, dove c’è spazio per l’ex moglie Ernestina, con la quale ha avuto una separazione più intensa di un’amputazione fisica. Poi c’è la figlia, alla quale non riesce a rinunciare, e il padre Leandro. Ferma restando un’emozione di costante nostalgia per la madre Magnifica, custode dei racconti di famiglia, e per la portinaia Zaira, con la quale ha condiviso tanti segreti”.  E a un certo punto le loro vicende, per Andrea, “diventano materia di avventura e di ricerca, in un percorso psicologico profondo narrato con scrittura lucida e raffinatissima, colma di un mistero sorprendente”. 
A questo punto quel che poco che è dato sapere su Maria Rosaria Valentini, classe 1963, forte di una laurea in Germanistica conseguita presso l’università La Sapienza di Roma. Lei che alla fine degli anni Ottanta era arrivata a Berna con una borsa di studio in Storia dell’arte e in Svizzera si sarebbe trovata così bene da accasarsi. Dando voce ai suoi primi lavori, fra i quali il racconto Quattro mele annurche, la raccolta di racconti Di armadilli e charango… (Premio europeo Giustino Ferri - David Herbert Lawrence) e il romanzo breve Antonia, tutti pubblicati da Gabriele Capelli Editore. Per i tipi della Keller, nell'ottobre del 2013, era invece uscito in Italia il citato romanzo Mimose a dicembre, seguito tre anni dopo da Magnifica, pubblicato dalla Sellerio e vincitore del premio umanistico “Onor d’Agobbio” Città di Gubbio e il premio “Biblioteche di Roma”. 
E questo è quanto. Anzi no. Perché Maria Rosaria Valentini, oltre che scrittrice, si dedica con successo anche al poetare. Tanto che nel 2003 la Fondazione Schiller aveva eletto a libro dell’anno la sua raccolta di poesie Sassi muschiati.

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