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Mezza crisi per il Governo con probabile rimpasto autunnale

A deciderlo sarà Matteo Salvini per non essere messo all'angolo dopo aver segnato un gol al giorno


16/07/2018

di Sandro Vacchi


Una volta si formavano governi cosiddetti balneari. Specialista dell'oggetto era Giovanni Leone, che sarebbe diventato presidente della Repubblica prima di essere “dimissionato” da Camilla Cederna con una serie di articoli omicidi. Siamo in piena estate e di balneari, per ora, ci sono solamente gli ombrelloni, ma che il governo Conte sia in crisi non è un sospetto, è un'evidenza. 
E in autunno, diciamo verso ottobre, dopo altri tre mesi di cinema, sparate e show mediatico, dopo la legge di stabilità, le inevitabili cause degli ex parlamentari contro il taglio dei vitalizi, nuovi sbarchi e respingimenti salviniani, litigi a sangue con i ben poco amichevoli cugini europei, redditi di cittadinanza o di mantenimento, tentativi di tagli alle pensioni d'oro che d'oro non sono, decreto dignità osteggiato dagli industriali, nomine in Rai e in altre aziende di vertice, la crisi esploderà e si andrà a un rimpasto di governo, se non a nuove elezioni vere e proprie. Perché? Perché così deciderà Matteo Salvini per non essere messo in un angolo proprio mentre segna un gol al giorno. 
Non sono il mago Otelma, ma faccio il giornalista da quasi mezzo secolo, mi guardo intorno e mi informo. E vedo che ci sono due galli in un pollaio, più un cappone messo lì per far accettare a un presidente cattocomunista un esecutivo che palesemente detesta e che, se potesse, sfiducerebbe all'istante. Il cappone si chiama Giuseppe Conte ed è quello che rappresentava per Fortebraccio, eccellente corsivista dell'Unità, il segretario del Psdi. «Si apre la portiera del taxi e non scende nessuno: è l'onorevole Tanassi». 
Ai lati del premier fantasma ci sono un vicepremier forte e uno incapace; il primo non lo fermano neppure i panzer, l'altro ha troppi clienti da accontentare, troppe promesse assurde da mantenere, e troppi mantenuti che l'hanno votato. 
Il vice forte è Salvini. In campagna elettorale aveva assicurato che in Italia non sarebbero più sbarcato nessuno illegalmente. Incredibile ma vero, sta mantenendo la parola, tanto che è oggi il politico più apprezzato in Italia, perfino da gente che non l'ha votato ma che non ne può più di accattoni, mantenuti, nullafacenti, non di rado delinquenti. Il vice incapace e baciato da una sfacciata fortuna è Luigi Di Maio, che non ha ancora 32 anni. 
Non so voi, ma io alla sua età ero un mezzo pirla. Studi classici, laurea a Bologna con Romano Prodi, giornalista professionista da otto anni dopo quattro di gavetta, vice dell'Economia al Resto del Carlino da cinque anni, una moglie, una figlia e un pargolo in arrivo, e tanto di quel lavoro da rimbecillirsi, domeniche comprese e mai a casa prima delle undici di sera. Credevo di sapere e non sapevo, immaginavo di conoscere il mondo e avevo messo il naso fuori dall'Italia a dir tanto dieci volte, parlucchiavo un po' di inglese. Guadagnavo sui due milioni di lire, un migliaio di euro odierni. Credete che Di Maio, vicepresidente del consiglio e ministro, che percepisce tredici volte quella cifra, abbia un curriculum, un vissuto, un passato, più valido del mio? 
No, lui vendeva i gelati allo stadio San Paolo. Eppure ha incontrato la Madonna, padre Pio e sant'Antonio tutti e tre insieme. E si è messo in testa, o glielo ha messo Beppe Grillo, oppure la Piattaforma Rousseau del Grande Fratello Casaleggio, che tutti gli italiani devono prendere almeno 780 euro al mese. Glieli dia lo Stato, direbbero in un Paese serio. Ma i forzieri pubblici hanno le ragnatele, così dovrebbero versare l'elemosina, anche a chi non ha mai versato un euro in vita sua, i soliti bancomat, cioè i pensionati, che non hanno neppure quegli zombi dei sindacati a fare un po' di casino per loro. 
I pensionati “ricchi”, per la precisione, come Di Maio e i suoi considerano coloro che prendono dai quattromila euro netti in su, secondo norme che non si sono inventate loro, ma che glielo consentivano quando furono varate. Un contratto, insomma, che adesso rischia di essere impugnato unilateralmente. Provate a dire all'Inps che da domani volete mille euro in più al mese e vediamo che cosa vi rispondono. 
Anche i ricchi devono piangere, dicevano una decina di anni fa i compagni di Fausto Bertinotti. Beh, quello di Di Maio è veterocomunismo della medesima fatta, statalismo assistenzialista, egualitarismo straccione e pauperista a uso e consumo di un bel po' di poveracci, ma anche di altrettanti nullafacenti cronici. Queste idee, forse il vicepremier lo ignora, sono state sconfitte dalla storia, il Muro di Berlino è stato abbattuto 29 anni fa e chi viveva dall'altra parte non ha mai avuto la benché minima tentazione di tornarci. 
Con questi giganti del pensiero moderno governa un tipaccio detestato dai governanti comunitari europei, consapevoli di perdere la serva Italia degli anni più recenti; è un tipaccio che osa respingere i clandestini, affamare le povere creature delle Organizzazioni non governative e togliere ricchi benefit a certe cooperative di assistenza smascherate dall'esegeta principe di Mafia Capitale, il compagno Salvatore Buzzi. 
Matteo Salvini, il cattivone, è un piccolo Donald Trump: tutti gli danno addosso, ma ha sempre ragione lui. Per inciso, ha anche una gran bella ragazza come America First. E' liberista, meritocratico, adoratore del dio lavoro e dell'iniziativa privata. Qualcuno ha mai sentito Di Maio, titolare del dicastero del Lavoro, citare questi princìpi? Per Salvini chi lavora sodo e onestamente deve guadagnare e non certo essere considerato un affamatore del proletariato, massacrato semmai dalla nostra sinistra con la Erre moscia prima che rivolgesse le proprie malefiche intenzioni alla classe media. 
Possono convivere a lungo un emulo di Achille Lauro, il quale ripagava gli elettori con una scarpa prima e una dopo il voto, e un sostenitore degli artigiani che sgobbano anche la domenica, delle partite Iva, dei negozianti sempre con la serranda aperta, dei brianzoli e dei bergamaschi che sono il primo bacino elettorale della Lega? Quanto apprezzano, i fedelissimi del Carroccio, il reddito di cittadinanza, il decreto dignità, i tagli minacciati su pensioni conquistate con il sudore della fronte? Proprio per niente li apprezzano, così come la carità pelosa a chi non la merita, il mantenimento a vita di chi non ha mai mosso le chiappe per cercare lavoro anche se a migliaia di chilometri da casa. 
Lo dico io? Macché, sono un pirla, l'ho detto. Un tale Silvio Berlusconi, un signor nessuno che ha fondato aziende, dato lavoro a decine di migliaia di persone, vinto più di tutti nel calcio italiano e conquistato per quattro volte la poltrona di Palazzo Chigi, ha dichiarato papale papale: «Il governo Cinquestelle-Lega durerà fino a quando Salvini non si renderà conto che permettere a Di Maio di massacrare l'Italia produttiva non è solo dannoso per il Paese, ma anche elettoralmente disastroso per la Lega e per i leghisti». Ohibò, era un po' di tempo che non la pensavo come il Berlusca. 
La rissa continua in seno all'esecutivo, il moltiplicarsi degli “ha parlato solo a titolo personale”, il tirare per la giacca il povero Mattarella che credeva di fare il presidente e invece fa il premier aggiunto, la mai rimossa (e rimovibile) rivalità tra furbizia meridionale ed efficientismo settentrionale metteranno in crisi l'assurdo governo gialloverde, un matrimonio riuscito malissimo fin dalle premesse, che è stato utile a una cosa soltanto: mettere fine ai governi non eletti della sinistra in disfacimento. 
Fra chi minaccia di mettergli le mani nelle tasche e chi invece contrasta i trafficanti di poveracci mascherati da benefattori, fra l'evidenza che l'unica cosa che funziona nel governo è la politica dell'immigrazione e non i dossier economici del leccatino Di Maio sconfessati dai suoi stessi alti funzionari (il decreto dignità potrebbe far perdere ottomila posti di lavoro ogni anno), gli italiani hanno già scelto. 
Quando arriverà la pioggia dei ricorsi contro i tagli ai vitalizi, accompagnata dai conti reali e non campati per aria del massacro delle pensioni della classe media, il mezzo pirla di Avellino si rivelerà un pirla intero. Ma avrà già consegnato il Paese a Salvini. Fuori degli autogrill della Roma-Napoli abbondano gli specialisti del gioco delle tre carte. Fregano soldi agli automobilisti di passaggio, che però a volte sono più furbi di loro.

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