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Migranti e welfare: l'eterna campagna elettorale del Governo con zero risultati


16/07/2018

di Artemisia


A quattro mesi dal voto, i partiti vincitori, M5S e Lega, si muovono come se fossero ancora in campagna elettorale. Annunci a raffica, dichiarazioni urlate, toni minacciosi continuano a caratterizzare l’attività politica senza che finora ci sia stato l’auspicabile passaggio alla concretezza del governo del Paese. 
La questione immigrazione nonostante sia stata indicata dal vicepremier e ministro degli Interni, Matteo Salvini, come la priorità, non ha trovato ancora risposte tangibili. Il vertice di Bruxelles si è risolto con un nulla di fatto nella sostanza e il presunto asse tra i cosiddetti “volonterosi” appare più come un’ostentazione di muscoli che un passo in avanti nella direzione di una soluzione. Sulla gestione degli sbarchi il governo procede, con la logica del “day by day”, affrontando caso per caso, puntando i piedi. Al momento ha ottenuto che Francia, Germania e Malta accogliessero 50 persone ciascuno. “Finalmente l’Italia è stata ascoltata” ha dichiarato via Facebook il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E ai partner europei manda a dire: "Chiederò di modificare la missione Sophia, il porto di sbarco non può continuare a essere identificato solo in Italia". Ma è evidente che finché lasciamo ai volonterosi cioè ai singoli Stati la decisione se accogliere o meno i migranti sbarcati in Italia, è evidente che questi fanno prevalere gli interessi specifici. Se invece c’è una risposta collettiva si dirà che i migranti arrivano in un certo Paese ma poi sono una questione europea. 
Resta ancora aperta anche la questione della gestione delle presenze. Il governo è talmente concentrato sugli sbarchi che ha dimenticato di affrontare il tema dell’organizzazione delle persone che arrivano nel nostro Paese. La Germania, ad esempio, ha attuato politiche attive per evitare fenomeni di emarginalizzazione che sono il terreno fertile per la malavita. 
Va ripensata un’Europa diversa per mantenere una dimensione continentale. Invece hanno prevalso gli interessi nazionali. Nel momento in cui tutti gli investimenti europei si sono concentrati nelle aree di interesse della Germania, quelle in cui Berlino esporta di più, dimenticando il bacino del Mediterraneo, questo diventa fonte di povertà e di tensioni. È da qui che bisogna ripartire per affrontare il problema migranti, altrimenti si faranno solo interventi tampone e si continuerà con la politica muscolare. 
Se sul fronte dell’immigrazione si è ancora al livello delle dichiarazioni, non ci sono risultati nemmeno per quanto riguarda le promesse elettorali dei 5Stelle. Il Decreto Dignità sarà di sicuro smontato nel passaggio parlamentare dopo aver incassato una vasta bocciatura da tutte le organizzazioni imprenditoriali. 
Di Maio, di fronte alla serrata polemica ha ventilato l’ipotesi di un complotto. Secondo la Ragioneria genale dello Stato il decreto farebbe perdere 80mila posti di lavoro in dieci anni come conseguenza della stretta sui contratti a tempo determinato, con la riduzione della durata massima di tali rapporti di lavoro dagli attuali 36 a 24 mesi. Per il ministro pentastellato del Lavoro sarebbe stata “una manina” malevola ad inserire tale cifra nella relazione tecnica della Ragioneria per sabotare il provvedimento. E irridente su Facebook ha detto: "80mila è un numero che non sta da nessuna parte, mi faccio una risata". Di Maio però ha dimenticato che così facendo accusa il collega del Tesoro Treia. Dal ministero la replica è stata secca: “Le relazioni tecniche sono presentate insieme ai provvedimenti dalle amministrazioni proponenti, così anche nel caso del decreto dignità, giunto al Mef corredato di relazione con tutti i dati, compreso quello sugli effetti sui contratti di lavoro della stretta anti-precari", dicono fonti del Ministero dell'Economia, aggiungendo che "la Ragioneria generale dello Stato prende atto dei dati riportati nella relazione per valutare oneri e coperture". Insomma - è la versione di via XX settembre - nessun intervento esterno. E viene difesa anche l'azione della Ragioneria dello Stato. La cifra "incriminata" (8mila posti di lavoro l’anno) era già presente nel testo arrivato dal ministero dello Sviluppo. Quanto alla partita sul taglio dei vitalizi rischia di sciogliersi come neve al sole. L’incostituzionalità della norma è palese e sono stati già annunciati ricorsi a raffica. 
Dopo sei mesi dal voto il governo non ha ancora prodotto risultati concreti facendosi forte dell’idillio al momento, solido, con l’elettorato. 
Ma anche Renzi era partito con il 45% dei consensi. Come è andata a finire dovrebbe far riflettere che la politica dopo gli annunci richiede fatti.

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