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Milano, una catena di scomparse e omicidi all'ombra della Madonnina

A indagare, grazie alle penne di Matteo Speroni e Mauro Biagini, il commissario Luponi e quello che non ti aspetti: la magliaia Delia


18/03/2019

di Massimo Mistero


Milano, da sempre verrebbe da dire, è al centro dell’attenzione di molti autori che offrono la loro penna al servizio della narrativa gialla, noir o poliziesca che dir si voglia. Cosa peraltro comprensibile, visto che la città si nutre di una internazionalità malavitosa di prim’ordine. In effetti, partendo dagli scintillanti quartieri bene sino ad arrivare a quelli più degradati delle periferie, la delinquenza imperversa (un fil rouge che peraltro accomuna tutte le più importanti metropoli di questo mondo). Una delinquenza che allarga i suoi tentacoli a macchia d’olio, sorretta da una manovalanza sia locale che di importazione. Che, si badi bene, non è solo quella di matrice extracomunitaria, ma anche quella imparentata con le italiche mafie. Pronta ad alimentare il mercato dello spaccio e delle rapine, delle scomparse e delle gang giovanili, delle violenze e delle vendette, delle aggressioni e degli stupri, della prostituzione e dei clandestini. 
Insomma, un variegato concentrato di attività illecite, sulle quali attingono a piene mani gli scrittori di genere. Come nel caso di Matteo Speroni, in questo agevolato dal fatto di avere le mani in pasta con la cronaca, quella stessa che ha raccontato e racconta nei suoi articoli sul Corriere della sera, dove, nel ruolo di vice-caposervizio, si occupa appunto di cronaca milanese. Lui che a Milano è nato nel 1965, città dove si è laureato in Filosofia all’Università Statale e dove tuttora abita; lui che aveva iniziato a occuparsi di mafia, droga e immigrazione sin dalla fine degli anni Ottanta per il mensile Società Civile, diretto da Nando dalla Chiesa. Per poi passare ai piani alti del giornalismo nel 1992 quando, ingaggiato dal Corriere, si sarebbe occupato dapprima di teatro, poi di musica pop-rock e infine del degradato contesto sociale delle periferie. 
Lui che fa parte del gruppo di docenti della scuola milanese di scrittura Belleville con il suo laboratorio Dalla cronaca al racconto; lui che aveva debuttato sugli scaffali nel 2010 con il romanzo I diavoli di via Padova, dando voce alle storie di una delle vie più chiacchierate e multietniche della città. Un lavoro che avrebbe ispirato lo spettacolo teatrale Diavoli Dannati, andato in scena quattro anni dopo al Teatro Verdi di Milano con le musiche originali del cantautore Folco Orselli. A seguire, nel 2011, sarebbe stata la volta di Brigate Nonni, quindi de Il ragazzo di via Padova. Vita avventurosa di Jess il bandito, scritto a quattro mani con Arnaldo Gesdualdo, uno dei protagonisti della storica rapina di via Osoppo nel 1958. Un libro nel quale, attraverso la vita avventurosa di Jess, emerge anche la storia del quartiere popolare di via Padova, coagulo di immigrazioni prima dal nostro Sud e poi da tutto il mondo, ma anche della Milano del fascismo e del secondo Dopoguerra, per non parlare della situazione delle carceri italiane a partire dagli anni Cinquanta. 
In buona sostanza un libro che sa di vissuto in quanto Speroni, con la moglie Barbara Pianura (di professione architetto), abita appunto in via Padova, “un susseguirsi di panetterie, negozi, parrucchieri cinesi, bar e macellerie halal frequentati anche da clienti italiani; dove - annotano Barbara Bertoncin e Joan Haim - nella Casa di Cultura islamica si prega in italiano e si chiede alle famiglie di mandare i bambini nelle scuole pubbliche; dove tiene banco un tessuto civile e solidale nato dal basso, nell’indifferenza delle istituzioni e dei partiti; dove i tanti giovani immigrati lasciati in balìa di se stessi sono fatalmente attratti dalle bande di strada”. 
Matteo Speroni, si diceva. Che ora è tornato in libreria con Milano rapisce. Un’indagine del commissario Egidio Luponi (Fratelli Frilli, pagg. 222, euro 14,90), una storia imbastita sulla misteriosa scomparsa, nell’arco di diversi mesi, di alcune persone che, almeno in apparenza, non hanno alcun legame fra loro. Persone che, guarda caso, si ritrovano prigioniere nelle stanze di uno strano edificio senza saperne il perché. L’unica cosa che ricordano è che sono state rapite e portate in quel luogo, strutturato in camere simili a celle, senza finestre. 
All’interno di questo edificio-prigione “non c’è modo di misurare il tempo e i cicli dei giorni e delle notti scorrono uniformi. Unico riferimento, la cadenza dei pasti, che vengono somministrati a intervalli irregolari”. Che altro? “I carcerati vengono messi in relazione tra loro dal probabile sequestratore, o sequestratori, tramite un interfono, che permette soltanto contatti a due a due, con tempi e modi imprevedibili. I contatti s’incrociano e, man mano, le persone si conoscono, ma sempre e solo a coppie”. 
A occuparsi di queste scomparse sarà il commissario Egidio Luponi, un poliziotto all’antica e alle soglie della pensione, la cui calvizie “gli ha scalfito sul cranio una chierica nera che gli si interrompe sulla fronte ampia, sotto la quale spiccano occhi plumbei prominenti, ipertiroidei”. Un uomo certamente dotato di grande fiuto investigativo che, nel nostro caso, si mette a indagare non sapendo bene da dove partire. In quanto gli interrogativi che gli frullano per la testa sono tanti, troppi. Ad esempio: quale mente malata spinge a questi incomprensibili rapimenti? Quale machiavellico disegno criminale incombe su una delle città più all’avanguardia in Europa? Chi può avere orchestrato un piano così perfetto, oltre che diabolico e indecifrabile? E, soprattutto, per quale motivo? 
Interrogativi inquietanti ai quali il lettore troverà (forse) risposta - secondo logica narrativa - nelle ultime pagine del libro. In quanto un buon giallo, e questo lo è, si nutre di suspense e di aspettative. Oltre che di personaggi ben inseriti in un contesto certamente fuori dalle tematiche tradizionali. 


Il secondo appuntamento con la… delinquenza meneghina porta la firma di Mauro Biagini, nato il 21 ottobre 1959 a Genova, dove si sarebbe laureato in Lettere moderne, ma avendo già in testa, tiene a precisare, “il pallino della pubblicità”. Per questo “nel 1985 mi trasferii a Milano dove non mi fu difficile - visto che erano i tempi d’oro del settore - trovare lavoro come copywriter in grandi agenzie”. E sotto la Madonnina “mi sarei accasato nel quartiere di Porta Venezia. Un angolo di città multietnico e intrigante, che certamente amo. Così come apprezzo Milano, che mi ha consentito di seguire la mia passione e di incontrare personaggi di altissimo profilo”. 
Dando voce e immagine, strada facendo, a popolari spot televisivi per importanti brand italiani e internazionali, quali quelli di Averna, Mercedes-Benz (“Azienda della quale sono stato per diversi anni direttore creativo”), Fastweb, Valsoia, Santarosa e via dicendo. 
Lui che - portatore di un carattere solare, aperto e socievole “per quanto te lo possa consentire la vita” - sotto la Madonnina insegna Advertising all’Acme, l’Accademia di Belle Arti Europea dei Media, oltre a proporsi consulente di comunicazione per diverse aziende; lui che non pratica sport per via della sua “sedentaria pigrizia”; lui che ama suonare il pianoforte, che ha un debole dichiarato per la sua cagnolina Chloe (“Cosa c’è di più bello che sentirsi svegliare dalle sue effusioni?”) e che si porta al seguito il piacere della lettura (rivolta in primis, “dal punto di vista intellettuale”, a un autore come Pier Paolo Pasolini, fermo restando un robusto interesse per Thomas Mann e per i mostri sacri della narrativa di settore come Arthur Conan Doyle e Agatha Christie); lui che trova la vera ispirazione, per il suo lavoro di creativo e scrittore, “chiacchierando per strada con la gente”. 
E per quanto riguarda il suo feeling con la narrativa? Si raffronta con la pubblicazione di tre romanzi: Marcantonio detto Toni (Robin Edizioni, scritto in coppia con Silvia Colombini), Soprattutto viole (goWare) e, fresco di stampa, Il rumeno di Porta Venezia (pagg. 208, euro 14,90), un lavoro edito dalla Fratelli Frilli, per la quale, alcuni mesi fa, aveva pubblicato il racconto Il gatto del primo piano inserito nell’antologia 44 gatti in noir
Detto questo, di cosa si nutre la trama de Il rumeno di Porta Venezia? Di una quotidianità “segnata dal pregiudizio” e sconvolta, appunto “nel quartiere dove abito”, da un omicidio: quello di Raffaele Caracciolo, ricco titolare di una galleria d’arte, il cui cadavere viene trovato dalla domestica, un lunedì mattina, nella cucina del suo lussuoso attico. Le indagini sono affidate al commissario Attilio Masini, uomo malinconico e solitario, che al di fuori del lavoro cerca conforto in Schopenhauer e nella musica della West Coast americana anni `70. 
Ma la vera investigatrice sarà un’altra, ovvero Delia (sono in pochi a conoscerne il cognome), una vecchia quanto bizzarra sarta, magliaia e creativa che trascorre ore infinite nel suo laboratorio di via Lecco, aperto nei tempi andati e da sempre sopraffatto dal disordine. Una accattivante figura che spesso si fa trovare, davanti al suo negozio, seduta su una sedia sgangherata. Lavorando ovviamente a maglia, chiacchierando con chiunque (in zona è una vera e propria istituzione) e osservando tutto e tutti. Il suo unico e fedele compagno? Il meticcio Andy che, se ringhia a qualcuno, di quel qualcuno non c’è da fidarsi. Perché, secondo l’eccentrica padrona, “i cani non sbagliano mai”. 
Delia che, da giovane, dice di aver vissuto nella swinging London degli anni Sessanta, dove aveva incominciato a occuparsi di moda. Facendo peraltro da assistente a quella “cialtrona” di Mary Quant, che le aveva rubato l’idea della minigonna diventando ricca e famosa al posto suo. Ma anche vantando altre conoscenze importanti, come quella di Andy Warhol, incontrato in una folle notte in una storica discoteca milanese. E, proprio in suo onore, la nostra attempata detective aveva deciso di chiamare Andy ogni cagnolino che sarebbe entrato nella sua vita, maschio o femmina che fosse. E sarebbero stati diversi, visto che senza cani lei non ci sapeva stare. Per il resto nessun accenno ai suoi amori e alle macerie che, come tutti, si porta dentro… 
Ma torniamo all’omicidio: un caso a prima vista semplice, che sembra risolto in partenza in quanto Adrian, il giovane rumeno nullafacente che la vittima ospitava da tempo, è sparito. Quindi, facendo due e più due, le conclusioni per la polizia sono come un giornale aperto. Ma Delia non ci sta in quanto, oltre a conoscere bene la vittima, si era conquistata anche la fiducia del ragazzo che, sotto quella sua scorza da bullo, le aveva dimostrato di possedere un animo gentile e sensibile. E allora perché mai, visto che il gallerista lo aiutava a farsi strada nella vita, avrebbe dovuto ucciderlo? 
Sta di fatto che, mentre le forze dell’ordine sembrano impegnate soltanto a cercare, tra pregiudizi e stereotipi, il giovane rumeno, Delia (portatrice di un’arte non da tutti: quella di saper ascoltare) decide di mettersi a indagare per conto suo sulla morte di Raffaele, puntando sull’intuito, la perseveranza e la lungimiranza. Doti che le consentiranno di portare alla luce una impensabile verità. 
Detto del libro, un passo avanti nel domani narrativo di Mauro Biagini. A suo dire in divenire. “In effetti ho già iniziato a pensare a una nuova storia, sempre con protagonista l’intuitiva Delia. Ma, come sempre mi succede, prima di buttarmi nella mischia devo avere le idee chiare”.

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