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Dove finisce la vendetta e inizia la giustizia? Il commissario Argenti indaga

Carlo F. De Filippis ci parla del suo nuovo intrigante personaggio. Consigli per gli acquisti anche per il graffiante Luca D’Andrea e il futuribile Paolo Zardi


14/10/2019

di Mauro Castelli


“Un po’ guascone un po’ simpatico gradasso”: così Carlo F. De Filippis definisce il suo nuovo personaggio, il commissario Zaccaria Argenti, che ha rimpiazzato (momentaneamente?) Salvatore Vivacqua, detto Totò, che aveva tenuto banco nei suoi primi tre romanzi, ovvero Le molliche del commissario (Giunti), Il paradosso di Napoleone e Uccidete il camaleonte (entrambi editi da Mondadori). 
Detto questo, cosa ha indotto l’autore a mettere in panchina questo riuscito personaggio, un poliziotto irriverente e ironico, fuori dagli schemi, intelligente e carismatico, nonché abile indagatore, burbero quanto schivo, dotato di una mente acuta e di un istinto infallibile, pronto a farsi carico anche di indizi all’apparenza di poco conto, ben sapendo che ogni assassino lascia sempre qualche involontaria traccia sulla scena del crimine? 
La voglia di cambiare, di dare ulteriore respiro alla sua fantasia narrativa. Inventandosi un nuovo poliziotto, sempre in servizio presso la Direzione investigativa della Questura torinese (“Non uso Torino come una cartolina: è semplicemente il luogo che conosco meglio e al quale sono più legato”). Una figura ancora una volta mutuata - c’è da ritenere - dalla passione dell’autore, che vive e lavora come manager a Chieri, per le grandi firme a stelle e strisce, come Joe Lansdale, Don Winslow, James Ellroy ed Edward Bunker, firme delle quali ammira “la capacità di nascondere le carte per farle riapparire quando meno te lo aspetti”. Oltre alla bravura nel “pennellare l’uomo e le sue miserie attraverso una straordinaria forza affabulatrice, quell’arte di intrattenere che, appunto, mi sforzo di fare anche un po’ mia”. 
E ora eccolo di nuovo sugli scaffali, per i tipi della DeA Planeta, con Il dono (pagg. 418, euro 16,00), un lavoro nel quale - come ha ormai abituato i suoi lettori - alterna la sua naturale ironia (una dote che certo non gli difetta) con i tormenti del suo nuovo protagonista. Zac Argenti, appunto, in scena in una storia che, secondo l’editore, definire giallo, poliziesco o thriller risulta riduttivo, in quanto semmai richiama il grande Stephen King. E scusate se è poco. 
De Filippis, si diceva, che ama scrivere, al riparo delle mura domestiche, possibilmente di notte e con un portacenere a portata di mano, quindi senza distrazioni di sorta (“La mia capacità di concentrazione è pari a quella di un pesce rosso”). Lui che ha un debole dichiarato per gli animali (cani o gatti poco importa); lui così bravo nel regalare spessore alle sue trame, che si rapportano a una cura certosina per i dettagli, a partire dalle atmosfere e dalla caratterizzazione dei suoi personaggi; ma anche un uomo che, dietro a quella sua scorza da duro, è pronto a regalare manciate d’affetto a chi gli sta vicino e a chi generosamente gli ha dato una mano “piuttosto che lasciarlo in un istituto”. 
Forse perché, come ha tenuto a precisare in un recente passato, “con me si divertono: ascoltandomi quando invento storie che difficilmente arriverebbero a pagina tre; quando chiedo consigli che poi non seguo, e quando li seguo dico che è tutta roba mia. Oppure come quando, dopo aver finito il romanzo, due ore dopo chiedo se lo stanno leggendo per sapere cosa ne pensano e se tutto funziona…”. 
Lui capace di non lasciare mai nulla al caso, credendo nell’intelligenza del lettore il quale, convinto in partenza che il suo commissario non morirà (qualche esempio? Montalbano, Ricciardi, Pepe Carvalho, Marlowe e il sergente Sarti Antonio di Loriano Macchiavelli, il quale lo aveva fatto defungere per poi doverlo resuscitare a furor di popolo). Meglio quindi, come nel caso del suo Vivacqua, concedergli un turno di riposo in attesa di vedere come il pubblico dei lettori accoglierà la sua new entry, “una figura accomunata a quella di Vivacqua dal senso della giustizia, nonché da un carattere forte e sanguigno, anche se nelle indagini si muovono in maniera giocoforza diversa”. 
Un pubblico - si diceva - al quale De Filippis, furbescamente, regala “un abbraccio forte”. Chiarendo che è “per i suoi lettori (il riferimento è a chi ha contribuito alla nascita di questo romanzo) che bisticciamo, ridiamo, cancelliamo, rifacciamo, ci mandiamo a quel paese, apriamo una birra, discutiamo di personaggi, inventiamo storie, facciano tardi la sera. Ma grazie per esserci, sennò, che vita sarebbe?”. 
Detto questo spazio alla sinossi. Da quando ha perso la memoria, il commissario Zaccaria Argenti, una leggenda nella questura e per le strade di Torino, è quasi diventato un ex poliziotto. Al termine di una concitata irruzione in un covo di sequestratori, infatti, per schivare un proiettile è caduto dalle scale. O almeno questo è quello che ricorda lui, la sua versione dei fatti dopo che si è risvegliato dal coma. Il racconto però non quadra, e dato che nell’operazione ci è scappato il morto, i suoi superiori vogliono capire. Qualcuno teme che Zac, come molti lo chiamano affettuosamente, abbia una rotella fuori posto; altri sospettano che stia prendendo in giro tutti, chissà perché. Nel dubbio, questa leggenda viene rimossa dal servizio attivo (anche Gina, la sua gatta rossa, a volte lo cerca e altre volte lo allontana come una ragazza indipendente) e messa sotto il poco tenero controllo dell’ispettrice Maya Bolla, che al primo giorno gli fa un occhio nero. 
L’occasione per rimettersi in piedi gli sarà regalata da una scia di omicidi avvenuti secondo modalità molto difficili da spiegare, proprio come l’amnesia di Zac e i sogni che tormentano le sue notti. La verità sul caso e quella sul vuoto che gli ha ingoiato la memoria arriveranno quando il commissario imparerà a fare qualcosa di totalmente nuovo: ascoltare il proprio cuore. Anche se il cuore, a volte, dice cose terribili, commoventi, disastrose. 
Risultato? Un lavoro raffinato che sorprende, affascina e diverte (“Per qualcuno l’aggettivo divertente potrebbe risultare una connotazione negativa, ma per me divertire, vale a dire distrarre, intrattenere, è il senso della narrativa di genere”), supportato da una indagine introspettiva nella quale l’eleganza della scrittura ben si sposa con l’azione. Una scrittura che non mancherà di catturare il lettore, spalancandogli comunque le porte della riflessione. Fermi restando i ruoli femminili - oltre a Maya incontriamo infatti anche Donatella, Petra e Bianca - che giocano un ruolo importante nella storia. E guai se non ci fossero, tiene a precisare l’autore, in quanto l’altra metà del cielo rappresenta il collante del nostro vivere quotidiano. 
E per quanto riguarda Zac Argenti? Un azzeccato personaggio che, pur sorretto da un passato di uomo stimato e responsabile, deve ritrovare se stesso. Perché la vita non è sempre un bouquet di rose e fiori, anche se nelle situazioni più difficili - tiene a precisare De Filippis - c’è sempre una via d’uscita. 


Voltiamo libro, suggerendo la lettura de Il respiro del sangue (Einaudi, pagg. 384, euro 19,00), un romanzo uscito dalla penna graffiante e al tempo stesso raffinata di Luca D’Andrea, nato a Bolzano il 15 maggio 1979 e diventato nel giro di un niente uno dei protagonisti nel campo della nostra narrativa gialla e noir. Non a caso nel 2016, mentre ancora insegnava ai ragazzi di una scuola media - fermi restando i suoi successivi ruoli di sceneggiatore, documentarista e collaboratore dei quotidiani La Stampa e la Repubblica - aveva proposto (fatta salva la trilogia fantasy-horror per ragazzi Wunderkind firmata come G.L. D’Andrea) il suo primo vero lavoro, La sostanza del male, alla Fiera del libro di Londra, i cui diritti erano stati clamorosamente acquistati da editori di 35 Paesi. Un romanzo peraltro in predicato di diventare una serie televisiva. 
Il motivo di questo colpo vincente? Una scrittura che è stata paragonata a quelle di Stephen King e Jo Nesbø - non a caso due dei suoi autori preferiti - ma che si rapporta a “uno stile unico e personale, immediato e mai noioso”, capace di fondere al meglio azione e atmosfere. 
Un exploit che sarebbe stato bissato l’anno successivo con Lissy, un thriller cupo ed esistenziale, ambientato sulle Alpi, con il quale si sarebbe portato a casa il Premio Scerbanenco. In effetti le montagne di casa rappresentano un punto fermo dei suoi libri: “luoghi chiusi, indomiti e impregnati di una imponente storia secolare”. Ed è questo il collante narrativo che tiene banco anche nel suo ultimo romanzo, “un’opera che da sola riesce a risollevare - è stato detto - il genere noir italiano, a fronte di una lettura che costringe il lettore a buttarsi a capofitto in una trama fuori dagli schemi dalla prima all’ultima parola”. 
Detto questo spazio alla trama de Il respiro del sangue, un lavoro di indubbia piacevolezza narrativa incentrato su un segreto tenuto nascosto per vent’anni e che riemerge all’improvviso: spalancando le porte dell’inferno nello “spaventoso” Sud Tirolo. 
Come da note editoriali, è parecchio tempo che Tony Carcano conduce un’esistenza appartata, costruita sulla routine. Le sole emozioni con cui entra in contatto sono quelle che descrive nei suoi romanzi, storie d’amore che gli hanno regalato successo e benessere. Questo finché Sibylle, ventenne spericolata e affascinante, non irrompe nella sua vita sbattendogli in faccia una fotografia che lo ritrae più giovane, e sorridente, accanto al cadavere di una donna. Guarda caso, quello della madre della ragazza. 
Sibylle non è affatto convinta dei risultati delle indagini della polizia, la quale ritiene si sia suicidata buttandosi in un lago. Per questo ha deciso di chiedere aiuto a Tony Carcano, un ex giornalista che ai tempi aveva indagato sul caso (per la prima e ultima volta nella sua brevissima carriera), il quale vive ora completamente isolato, con il suo cane Freddy a fargli compagnia. 
Lo scrittore sarà così costretto a riprendere in mano un caso che aveva cercato di dimenticare (in corso di lettura se ne scoprirà ovviamente il perché) e si inoltrerà con Sibylle tra i segreti, le menzogne e la violenza del piccolo paese di Kreuzwirt, una comunità isolata e chiusa che custodisce un mistero fatto di menzogne e di violenza, di avidità e di follia. 
E questo è quanto. Salvo ricordare la scrittura da parte di Luca D’Andrea, a sei mani con Massimo Carlotto e Maurizio de Giovanni, di Tre passi nel buio: una antologia, edita lo scorso anno da Minimum Fax, nella quale tre maestri del noir, del giallo e del thriller hanno accettato di aprire il proprio laboratorio ai lettori, raccontando nei dettagli come costruiscono le loro storie, quali ne sono gli ingredienti irrinunciabili e come questi si sono evoluti nel corso degli anni.


Il terzo e ultimo suggerimento per gli acquisti - L’invenzione degli animali (Chiarelettere, pagg. 238, euro 16,00) - è legato alla fantasiosa penna del quarantanovenne Paolo Zardi, di professione ingegnere, che per dare la stura a questa storia ambientata in futuro imminente ha preso spunto dalla “lettura appassionata” di due libri: Il crollo della mente bicamerale e l’indagine della coscienza di Julian Jaynes e Oltre il limite di Michael Brooks. E il perché è meglio spiegarlo con le parole dell’interessato. 
“Nel primo, che è probabilmente il lavoro più bello che abbia mai letto, l’autore espone una teoria alquanto controversa sulla coscienza e la sua origine relativamente recente: il suo è un viaggio nello spazio e nel tempo, una cavalcata epica tra civiltà scomparse e poemi omerici, piramidi e profeti, circonvoluzioni del cervello e resezioni del corpo calloso. Nel secondo, invece, viene raccontata, fra l’altro, la storia dell’ibridazione genetica, dai primi esperimenti sui cani sino alle possibili evoluzioni future, passando per la curiosa esperienza di Ivanov…”. 
Insomma, vista la base per così dire preparatoria, il lettore che ama buttarsi allo sbaraglio non mancherà di farsi un’idea di quanto lo aspetti leggendo L’invenzione degli animali, un romanzo - va sottolineato che di un romanzo si tratta - che, fatti salvi capoversi spesso troppo lunghi (l’autore ne dovrà tenere conto in futuro per regalare respiro ai suoi estimatori), ha un suo senso logico in quanto ruota attorno a temi di importante attualità. Tra questi l’incapacità di riconoscere l’umanità in soggetti diversi, la coscienza degli esseri umani, la relazione tra genetica e mente, la diversità rifiutata, la responsabilità morale dei singoli individui e i rischi legati alla perdita di un’idea etica del mondo. 
Insomma, un testo in bilico fra il distopico e il thriller tecnologico che - per gli amanti di questo tipo di narrativa - ha un suo perché. Un testo che si nutre peraltro di una scrittura efficace e asciutta, capace di guardare in faccia gli aspetti più oscuri del contemporaneo. 
Detto questo spazio alla trama. In un’Europa dilaniata dagli scontri e tagliata in due, in una società in cui la democrazia è stata svuotata di ogni significato e ogni cosa è decisa dagli imperativi dell’economia, l’azienda più grande del mondo ha riunito le migliori giovani menti del continente e ha affidato loro il compito di inventare un nuovo futuro. 
Tra questi promettenti scienziati c’è Lucia Franti che a Parigi lavora su un progetto di ibridazione genetica: l’obiettivo è porre le basi per un allevamento su larga scala di animali donatori di organi. La morte di una delle cavie, tuttavia, svelerà una realtà che nessuno vuole riconoscere e Lucia, suo malgrado, si troverà costretta a prendere decisioni che, in un drammatico crescendo di eventi, metteranno in pericolo la sua stessa vita. 
E questo è quanto. Salvo ricordare che Paolo Zardi ha pubblicato tre antologie di racconti (Antropometria, Il giorno che diventammo umani e La gente non esiste); tre romanzi brevi (Il signor Bovary, Il principe piccolo e La nuova bellezza) nonché quattro romanzi: La felicità non esiste, XXI secolo (inserito fra i dodici finalisti del Premio Strega 2015), La Passione secondo Matteo e, lo scorso anno, Tutto male finché dura.

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