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Due storie, un carnefice in fuga, una verità scomoda. Ma quale sarà il prezzo da pagare?

Torna a incantare la claustrofobica penna di Paola Barbato. Luci della ribalta anche su Andrea Galli e sulla coppia Pierpaolo Brunoldi-Antonio Santoro


13/07/2020

di Mauro Castelli


Anche quest’anno, nonostante le traversie editoriali legate al Coronavirus, la presenza in libreria di Paola Barbato ha trovato conferma. E che conferma… Ovvero quella legata all’ultima puntata della trilogia (fermo restando che ogni storia ha una sua vita, indipendente dalle altre) iniziata con Io so chi sei, proseguita con Zoo e ora completata con Vengo a prenderti (Piemme, pagg. 464, euro 18,50), un thriller che, a detta dell’autrice, si porta al seguito le tracce di un anno vissuto pericolosamente e quindi particolarmente difficile. 
In questo suo nuovo lavoro Paola Barbato, a fronte di una scrittura dura e graffiante che in ogni caso cattura il lettore, ci conduce nel cuore del male assoluto (che purtroppo, volenti o nolenti, fa parte della nostra vita), giocandoci, deformandolo e restituendoci una verità diversa, scomoda, difficile da accettare, ma completamente priva di pregiudizi. Mettendo in manette il lettore, costretto a fare le ore piccole per farsi carico del susseguirsi degli eventi, oltre che catturato da personaggi aspri quanto credibili, in ogni caso ben caratterizzati. Un tutto peraltro supportato da un ultimo sconvolgente colpo di scena. Ma anche in stretta relazione con una amara considerazione: La gente ha sempre avuto bisogno di eroi. Ed è per questo che sono stati creati i mostri
Ciò detto spazio alla sinossi. Il caso più importante della sua vita piomba addosso all’agente Francesco Caparzo in maniera inattesa. Inseguiva lo stalker di una donna che da un anno cercava di aiutare, quando all’improvviso si era ritrovato in un vecchio capannone industriale sperduto nel nulla. Lì dentro, lo spettacolo agghiacciante di uno zoo privato, undici carrozzoni da circo che imprigionavano esseri umani in condizioni pietose, una gabbia vuota pronta ad accogliere la sua protetta e lo psicopatico responsabile di ogni cosa lì davanti a lui, armato. Un colpo di pistola sembra risolvere tutto, il colpevole ucciso, le vittime salve, Caparzo in procinto di essere incoronato eroe nazionale. 
Ma le cose non sono come appaiono. Tra le vittime si nasconde un complice, forse addirittura la mente che ha organizzato tutto, il quale riesce a scappare dall’ambulanza che lo stava trasportando in ospedale. La caccia all’uomo ha quindi inizio, ma non esistono piste, niente tracce. È come se la polizia inseguisse un fantasma. 
Caparzo, un poliziotto riflessivo quanto lungimirante, si rende presto conto che la chiave di tutto quel male sta proprio nel capannone e nelle sue vittime. Si mette quindi a indagare sui segreti di ciascuno, sulle colpe che vorrebbero nascondere, cercando di mettere a nudo i lati più oscuri delle loro anime. E mentre lui scava qualcun altro li perseguita con oggetti, simboli che solo il loro carnefice conosce. Sta di fatto che prima capitano incidenti che la polizia considera trascurabili; poi, purtroppo, i sopravvissuti iniziano a morire. È quindi tempo per Caparzo di mettere insieme i pezzi per evitare che il fantasma che sta inseguendo termini il suo brutale lavoro. Chiedendosi cosa possa frullare nella mente di questo inquietante personaggio...  
Detto questo, spazio al vissuto dell’autrice. Paola Barbato è nata a Milano il 18 giugno 1971, è cresciuta a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia (“I miei genitori, quando avevo appena due anni e mezzo, decisero di scegliere una località più tranquilla rispetto a quella che in quel periodo teneva banco sotto la Madonnina”), e strada facendo si è accasata a Grezzana, alle porte di Verona, con il compagno Matteo Bussola (a sua volta fumettista, scrittore nonché conduttore radiofonico) e le loro figlie Virginia, Ginevra e Melania. Per non parlare dei tre cani adottati, ovvero Garrett, Heidi e Mia, dopo che l’amata Cordelia “se ne è andata a tradimento”. Sì, perché Paola ha contribuito alla fondazione, in memoria di un amico, di un rifugio per animali abbandonati. 
La qual cosa non stupisce, in quanto questa sorprendente signora si dà un gran da fare nel sociale (“Si cerca di fare del bene nel proprio metro quadrato di spazio”) come presidente dell’Associazione onlus Mauro Emolo, che si prende cura di persone affette da una malattia genetica neurodegenerativa chiamata Corea di Huntington. Logico, quindi, per una donna sempre pronta a viaggiare a cento all’ora, che la vita in Veneto le sia inizialmente risultata difficile da digerire (“Per un lombardo, abituato a correre, si tratta di una croce, in quanto da queste parti si tende a ottimizzare il tempo, a prendersela con calma… Anche se, e questo è il risvolto positivo della medaglia, la cultura a Verona offre davvero molto”). 
Che altro? Una bella signora dai lunghi capelli castani, dietro ai quali - a suo dire - si possono nascondere le insicurezze. In altre possono “rappresentare una specie di protezione quando non sai dove mettere le mani”. E ancora: una autrice - repetita iuvant - che ha frequentato il liceo linguistico, per poi proseguire su questa strada fermandosi a otto esami dalla laurea (“In ogni caso me la cavo bene sia in inglese che in tedesco”); una penna di talento messa in pista sin da piccola, intrattenendo rapporti epistolari con i compagni di scuola, per poi arrivare, sui 12-13 anni, a inventarsi i suoi primi racconti. 
“Tuttavia - come ha avuto modo di raccontarci in un recente passato - non mi passava nemmeno lontanamente per la testa che la scrittura potesse diventare una professione, salvo poi, verso i ventidue anni, trovare quei primi positivi riscontri che mi avrebbero stuzzicato a proseguire su questa via”. Sta di fatto che, alcune primavere dopo, “avrei inviato alla Sergio Bonelli una mia proposta”. Risultato? “Venni ingaggiata in prova per un anno e poi confermata”. Così oggi Paola Barbato si propone come una delle prime firme nelle sceneggiature di Dylan Dog, nonché di altre serie, di romanzi grafici e via dicendo. 
E ancora: lei caratterialmente rigida (“Sia con me stessa che con chi mi circonda”), puntigliosa,  portatrice di una timidezza di fondo in abbinata a una buona dose di fantasia; lei amante del teatro e accanita lettrice (“Fra i miei punti di riferimento Stephen King, Daniel Pennac e Stefano Benni”); lei che adora “interagire con il lettore, fiutare l’aria, decidere se seguire il vento oppure utilizzarlo a suo vantaggio per confondere le acque”; lei che nell’aprile del 2008, con Mani nude, aveva vinto il Premio Scerbanenco; lei che aveva debuttato sugli scaffali con Bilico, per poi fare tris con Il filo rosso nel 2010. 
A seguire sei anni di silenzio. Anche se in realtà non era andata proprio così, “in quanto contrariata da certi suggerimenti editoriali”. Di fatto, ferma restando l’attenzione rivolta al suo lavoro di sceneggiatrice di fumetti, avrebbe scritto il soggetto della fiction Nel nome del male, co-sceneggiato per la Filmmaster e interpretato da Fabrizio Bentivoglio per la regia di Alex Infascelli. 
Inoltre ricordiamo la pubblicazione su Wattpad del romanzo Non ti faccio niente, per lei una scelta controcorrente e rigenerante (“In quanto svincolata da qualsiasi obbligo editoriale”), che aveva subito riscosso un robusto interesse fra gli utenti della Rete. Un thriller in seguito arrivato sugli scaffali, nel 2017, giocato sulla strana scomparsa di 32 bambini nell’arco di sedici anni, fatti salire in auto da un uomo biondo e dai modi gentili che vuole esaudire i loro desideri, per poi restituirli dopo tre giorni alle famiglie “illesi nel corpo e nell’anima”. 
Ricordiamo infine, altra scelta controcorrente per una autrice di livello che non finisce mai di stupire, la pubblicazione lo scorso anno, sempre per i tipi della Piemme, del romanzo per ragazzi Il Ritornante. E questo è quanto. 


Un’altra mano calda della nostra narrativa è quella di Andrea Galli, cronista di nera del Corriere della Sera (nato il 19 giugno 1974 e diventato professionista il 18 settembre del 2000), il quale, dopo aver iniziato a collaborare con il Corriere di Como e quindi con Avvenire, sarebbe entrato a far parte della prestigiosa redazione di via Solferino. Una penna peraltro non nuova agli scaffali in quanto ha già dato voce a lavori di un certo spessore, e precisamente Cacciatori di mafiosi e Il patriarca editi da Rizzoli, nonché Carabinieri per la libertà e Dalla Chiesa pubblicati da Mondadori. 
Il quale Galli ora propone Sicario. Come si diventa un killer (Rizzoli, pagg. 394, euro 19,00), la storia vera di quello che è stato considerato “il professionista della morte più letale d’Europa”. Un personaggio raccontato in bilico tra thriller e true crime, avvalendosi di fonti confidenziali e ricostruendo l’esistenza, con grande attenzione ai particolari, di un uomo programmato per uccidere e restituendo al lettore la vicenda di “un’anima tragica costretta a terrorizzare per non soccombere al terrore”. 
Il tutto imbastito su un inquietante interrogativo: quanto vale la vita di un uomo? Tutto, o forse niente. E Julian Sinanaj lo sa bene, perché è stato in prima fila a “regalare” morte. Rifacendosi a una parabola cominciata molto tempo prima. Lui che, nato in Albania sotto la dittatura di Enver Hoxha e cresciuto vicino al mostro metallurgico di Elbasan, dopo la caduta del regime era stato un clandestino in fuga tra le selve e i monti al confine con la Grecia, per poi approdare da straniero senza nome a Salonicco. Rendendosi conto che “l’innocenza può affondare nel fango, e il fango mischiarsi col sangue”. 
In effetti, sin da bambino, aveva imparato sulla sua pelle che si smette di vivere da preda soltanto quando si diventa cacciatore. Fermo restando che bene e spesso è il contesto a dire la sua. Non a caso, nella periferia della sua città, sarebbe stata la mala georgiana a intravedere in lui il talento e la freddezza del sicario, e a decidere di coltivare queste sue doti. 
L’apprendistato cui viene sottoposto, un’autentica iniziazione all’arte della guerra, non tradisce infatti le aspettative: Julian diviene così l’esecutore perfetto. Ama l’ordine e detesta il caos, è ossessionato dal grande romanzo russo, domina le passioni, riesce a leggere la scena del crimine meglio degli sbirri, spara con entrambe le mani ed è un virtuoso dell’omicidio su commissione. Ed è appunto per queste sue qualità che viene assoldato da diverse formazioni criminali, firmando una serie di delitti legati a filo doppio a intrighi e trame internazionali, terroristi e servizi segreti, droga e prostituzione. 
Il giudizio? Una storia agghiacciante da sembrare frutto di una fantasia malata, peraltro raccontata senza fare sconti di sorta e supportata da frasi brevi, graffianti, che lasciano il segno. La qual cosa si porta al seguito una leggibilità di primo livello, ma anche profonde riflessioni su quanto possa incidere sulla vita di una persona (nel bene e nel male) il luogo in cui si trascorre la giovinezza, magari frequentando papponi e delinquenti, a volte pagando con la vita la non accettazione di un solo momento: d’altra parte per i clan russi, che stringono alleanze per trasportare in Italia minorenni bielorusse e moldave, “la letale efficienza degli albanesi li rende ricercati sul mercato criminale”. 
Il tutto a fronte di alcune brutali considerazioni: nel ricco mercato della prostituzione, chi sopravvivrà e “avrà spirito imprenditoriale” investirà i soldi nel traffico di marijuana. Chi fra i trafficanti avrà ulteriore fame di soldi, passerà alla cocaina, inondando di droga, per primi, i redditizi mercati di Roma e di Milano. E l’articolato ingranaggio incomincerà, purtroppo, a mietere le sue vittime. 
E i personaggi? Ce ne sono per tutti i gusti. Inaspettati, violenti, maleficamente raffinati nel loro ruolo. Come i picchiatori che fermano i clandestini sulla spiaggia di Toroni, il medico legale padrone dell’obitorio di Salonicco, lo sbirro prezzolato che illustra sui cadaveri i segni e gli effetti delle armi, l’ortopedico incaricato di rimettere in sesto gli uomini delle batterie di strada. Il tutto supportato da un fiume di domande, per Julian, inizialmente senza risposte. Ma che purtroppo arriveranno: “Prendi la pistola e spara, gli dice il mercenario. Spara sino a quando sulle mani non ti escono le piaghe di Gesù”. Amen e così sia. 


Il terzo e ultimo suggerimento per gli acquisti risulta legato alle penne di Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro che, per la serie non c’è due senza tre, hanno ridato voce - dopo la sua presenza ne La fortezza degli inquisitori e ne Il monastero delle nebbie - al carismatico Bonaventura da Iseo, prima guida anche de La profezia del tempio perduto (Newton Compton, pagg. 352, euro 9,90), un thriller storico questa volta ambientato ad Acri, nel regno di Gerusalemme ancora in mano ai saraceni, nel lontano 1220. “Avvalendoci - tengono a precisare i due autori - dell’imprescindibile contributo del grande David Jacoby, scomparso nel 2018, che ha fatto luce con le sue sterminate pubblicazioni su molte importanti questioni di quel periodo”. 
Un lavoro che conclude un ciclo (“Ma potrebbe trattarsi solo di un arrivederci”) e che risulta nuovamente giocato sul ritmo, su una indiscussa piacevolezza narrativa (l’esperienza degli autori nel campo della sceneggiatura si sente, eccome), su personaggi che hanno un loro perché (a partire dall’appassionante Bonaventura, realistico investigatore ante litteram), su intrighi e passioni, lotte di religione nonché ambientazioni credibili in quanto si rifanno a un robusto lavoro di ricerca e di documentazione. Quello stesso che li aveva portati - come loro stessi ci avevano raccontato - ad “acquistare via Internet un centinaio di libri”, alcuni dei quali scritti in lingua inglese. Fonte di “apprendimento”, ci mancherebbe, anche per questa terza storia. Insomma, due autori che “si capiscono a meraviglia” e si muovono a fronte di una sorprendente identità di vedute. 
Fermo restando che il periodo trattato risulta estremamente complesso e comprende tre avvenimenti portanti: “la quinta crociata con la presa di Damietta, l’elezione di Acri a nuova capitale del regno di Gerusalemme dopo la caduta della Città Santa, nonché il viaggio Oltremare di Francesco”. 
Ma di cosa si nutre questo terzo appuntamento con la storia? Di una oscura setta assetata di sangue; di una profezia contenuta in un libro misterioso andato perduto; di un geniale alchimista, diventato indagatore per caso, alle prese con la misteriosa profezia degli Annecy sull’Anticristo (“Ma non sappiamo se questo frate, realmente esistito, si sia mai recato in Terrasanta, mentre sicura era stata la presenza di Elia da Cortona”); infine di un diabolico progetto costellato i mistero e di sangue. 
Una vicenda che, dopo essersi rifatta a un lungo cammino intrapreso attraverso l’Italia, la Francia e Spagna, questa volta ci porta, appunto, nell’affascinante contesto della citata di Acri. Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere di un giovane frate, orribilmente seviziato, ai piedi della cittadella degli Ospitalieri. Il priore dell’ordine, Enrico, incarica Bonaventura da Iseo, il geniale alchimista francescano appena giunto in città, di indagare su quanto è accaduto. Ben presto il frate si renderà conto che dietro a quel delitto c’è la mano di un’antica setta, forse la stessa che aveva tentato di ucciderlo in Italia. E scoprirà anche che l’omicidio è legato alla misteriosa scomparsa di un manoscritto, La profezia del sangue, che contiene un segreto in grado di cambiare il destino del mondo. 
Come da note editoriali, in una città dove regnano l’inganno e la violenza, tra sotterranei oscuri, fortezze inespugnabili e antichi palazzi, Bonaventura metterà a rischio la sua stessa vita per sventare un progetto diabolico. Anche perché in gioco ci sono le sorti stesse della cristianità… 
In sintesi: un avventuroso giallo storico che avvince e convince, che si legge che è un piacere, che non lascia comprendere quando la parte storica lascia spazio a quella inventata. Merito non da poco per questi due autori. 
Per la cronaca - repetita iuvant, oltre tutto pari pari - Pierpaolo Brunoldi è nato il 6 dicembre 1962 ad Albizzate, in provincia di Varese, da padre legnanese e madre brianzola, mentre oggi abita con la famiglia a Mornago, sempre nel Varesotto. Dopo la laurea in Veterinaria conseguita alla Statale di Milano, Brunoldi (un uomo che ama viaggiare in cerca di bellezze artistiche, dal carattere sensibile, chiuso quanto riflessivo, anche se a volte si lascia andare a eccessi di irruenza) avrebbe frequentato una scuola di recitazione nel capoluogo lombardo, per poi seguire studi di sceneggiatura a Roma conseguendo un master specialistico. Con il risultato di arrivare a scrivere opere drammaturgiche, sceneggiature per la televisione e per il grande schermo, nonché racconti pubblicati in diverse antologie. 
E appunto presso la “Scuola di sceneggiatura Tracce” di Roma avrebbe incontrato Antonio Santoro (“Una persona - tiene a precisare - più riflessiva e pacata del sottoscritto, che ama sviscerare i problemi anziché fermarsi alla loro superficie”), nato a Cava de’ Tirreni il 7 settembre 1973, in provincia di Salerno, e da diverso tempo di stanza nella Capitale, dove vive con la moglie Elena e la loro bambina Martina, che oggi ha tre anni e mezzo. 
Santoro che, a sua volta, si propone regista, attore e drammaturgo, forte di un diploma conseguito presso l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma. Con tanto di laurea al Dams, due master in sceneggiatura, la direzione di numerosi spettacoli e la scrittura di diversi testi per il teatro. Scrittura che lo aveva intrigato “sin da ragazzo”, per poi esercitarla da professionista “a partire dal 2003”. 
Di fatto una personalità poliedrica (“Strada facendo mi sono dedicato alle arti marziali, al tennis, al nuoto e anche al tiro al bersaglio, attività che, per un verso o per l’altro, ritengo formative”) che ha allargato ulteriormente i propri interessi puntando su collaborazioni sia sulla carta stampata che su alcune testate online. Guadagnandosi in questo modo i galloni di giornalista pubblicista. 
Che altro? Un uomo, come accennato, dal carattere riflessivo, molto legato alla famiglia e alle amicizie (“Per contro sono poco attratto dalla mondanità”), con la passione per la lettura: “Se da un lato ho un debole dichiarato per gli autori legati al teatro, come Pirandello e Shakespeare, dall’altro trovo piacevole immergermi nella narrativa di genere, con un occhio di riguardo, vista che la materia trattata si avvicina a quella mia e di Pierpaolo, su autori del calibro di Matteo Strukul e Marcello Simoni”. Senza dimenticare Edgar Allan Poe, sul quale questi due autori si erano impegnati nel dare voce a un lavoro “andato in scena nel 2009 al teatro India, che fa parte dello Stabile di Roma”.

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