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Mrs Palfrey e gli eccentrici vecchietti dell'Hotel Claremont

A raccontarceli Elizabeth Taylor (niente a che vedere con la famosa attrice dagli occhi viola) in un libro inserito dal Guardian nella lista dei cento migliori romanzi


13/11/2017

di Valentina Zirpoli


Il mondo degli anziani, in letteratura, è stato raccontato chissà quante volte e in chissà quante maniere: ma forse mai in maniera tanto garbata, intrigante e coinvolgente di quanto fatto dall’inglese Elizabeth Taylor (niente a che vedere - ovviamente - con la sua omonima quanto famosa connazionale, ovvero la bellissima attrice dagli occhi viola), nata come Elizabeth Coles a Reading il 3 luglio 1912 e morta a Penn il 19 novembre 1975. Una fra le più interessanti interpreti delle relazioni umane, amica di letterati come  Ivy Compton-Burnett e Robert Liddell, che nel corso di tre decenni (le sue uscite risultavano infatti centellinate) ha dato alle stampe dodici romanzi (a partire da A casa di Mrs Lippincote, approdato sugli scaffali italiani nel 2005 per i tipi della Neri Pozza), quattro raccolte di racconti e un libro per ragazzi. 
“Scrivere - sosteneva la Taylor - ha uno schema e la vita no. La vita è così disordinata. L’arte è breve e la vita così lunga. Non è possibile raggiungere la perfezione nella vita, ma è possibile raggiungere la perfezione in un romanzo”. E così sarebbe stato per Mrs Palfrey all’Hotel Claremont (Astoria, pagg. 197, euro 16,00, traduzione realizzata dagli allievi dell’Agenzia formativa TuttoEuropa di Torino), uno studio affascinante, divertente e al tempo stesso drammatico, finalista del Booker Prize e inserito dal Guardian nella lista dei cento migliori romanzi, su un gruppo di eccentrici vecchietti. “Attivi in un albergo stravagante, speciale, bizzarro e commovente”. Vecchietti così ben tratteggiati, a fronte di un canovaccio piacevolmente intrigante, che logicamente avrebbero ingolosito l’industria cinematografica, tanto è vero che questa storia sarebbe finita sul grande schermo nel 2005 grazie a un film diretto da Dan Ireland e interpretato da Joan Plowright e Rupert Friend. Un “passaggio” bissato due anni dopo dal regista François Ozon, il quale aveva attinto dal romanzo Angel
Ma veniamo alla sinossi. All’Hotel Claremont vive un gruppo di anziani che hanno in comune due grandi nemici: la noia e la morte. Rimasta vedova, Mrs Palfrey decide di andare a passare i suoi ultimi anni in questo albergo, dove approda essendosi imbattuta per caso in una réclame su un giornale - prezzi invernali ridotti, cucina eccellente - mentre si trovava in Scozia con la figlia) e dove intende rimanere almeno un mese, ma forse, si dice, per sempre. Succede poi che “un bel giorno, in seguito a una caduta durante una passeggiata, venga soccorsa da Ludo, un giovane che si guadagna da vivere in tanti modi in attesa di diventare uno scrittore. E fra i due sboccia una simpatia, in quanto ciascuno vede nell’altro un motivo di interesse”. 
Sta di fatto che Mrs Palfrey “lo presenta ai suoi compagni d’albergo come il nipote, acquisendo in tal modo una certa considerazione da parte degli altri clienti, che vivono nello spettro della solitudine e dell’abbandono. Ludo vuole farsi un’idea della vecchiaia e infatti, alla fine, scriverà un romanzo dal titolo Non era concesso morire lì. Ma nel corso della loro relazione entrambi rifioriranno: Mrs Palfrey ricordando la propria vita e Ludo cominciando a capire cosa significhi l’amore”. 
Conclusione: “il passare del tempo, l’invecchiamento, i compromessi che facciamo, il nostro continuo bisogno di essere accettati sono alcuni dei temi che risuonano in questo romanzo inusuale e ironico, che ci mostra come la vecchiaia sia una fase della vita in cui ricompense e felicità sono più importanti dell’inevitabile conclusione”. 
In buona sostanza un lavoro che avvince e convince; che ha il sapore di una giovinezza ritrovata fra le amarezze e le brutture della vecchiaia; che si nutre di una scrittura agile e veloce portata avanti nel segno della semplicità e di una indubbia furbizia narrativa. Leggere per rendersene conto.

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