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Muoiono come mosche gli orchestrali di una banda e il commissario Passalacqua indaga

Da Piefrancesco Poggi una “prima volta” da navigato giallista. Da non perdere anche Angela Marsons e l’edizione integrale del Frankenstein di Mary Shelley


05/11/2018

di Mauro Castelli


“Da bambino adoravo Maigret. Adesso il commissario me lo sono scritto da solo. E, al contrario del personaggio inventato da Georges Simenon, il mio è un tombeur de femmes (anche se i risultati sul piano sentimentale vanno spesso a cozzare con i suoi doveri di poliziotto); un bell’uomo dallo sguardo tenebroso a fronte di due malinconici occhi neri; un protagonista che non ama il calvados e la pipa, bensì ha una passione sfrenata per il cioccolato”. Carenze affettive? Leggere per saperlo. 
E noi lo abbiamo letto La banda di Tamburello (Solferino, pagg. 300, euro 17,00), romanzo d’esordio di Pierfrancesco Poggi, traendone sensazioni piacevolmente positive. In quanto si tratta di un lavoro che si nutre di suspense e divertimento, tenerezza e invenzione linguistica. Come si conviene a chi è nato in Toscana e che, proprio per questo, con l’italiano e dintorni, sa giocare da attaccante puro. 
Non bastasse questa angolatura, va inoltre ricordato che - nel corso della sua ormai lunga carriera - Poggi ha cavalcato, da vincente, terreni variegati a dispetto di una sua graffiante citazione: “Se la generazione di Gaber ha perso, la mia non ha proprio giocato”. Una bugia di circostanza per un protagonista che se l’è cavata bene come attore di teatro, cinema e televisione, ma anche come musicista (“Ho vinto una targa Piero Ciampi per la canzone d’autore”), cantautore, regista (“Con un paio di mie commedie ho tenuto banco all’Eliseo di Roma nelle due stagioni fra il 1990 e il 1992”) nonché penna radiofonica. Tutto questo a dispetto della professione medica esercitata dal padre in quel di Montignoso, paese dove lui è cresciuto (oggi abita comunque nel quartiere romano di Trastevere) dopo essere nato all’ospedale di Pisa (“Perché lì papà si stava specializzando in pediatria”) il 29 gennaio 1953. 
Montignoso, si diceva, un Comune di diecimila abitanti privo di un vero e proprio centro - in quanto, curiosamente, ogni frazione ha una sua particolare indipendenza - che a fine anno gli conferirà la cittadinanza onoraria. “E di questo ne vado particolarmente orgoglioso”. 
Che altro? Una professione, quella paterna, dalla quale ha svicolato anche il fratello Alessandro (inviato della trasmissione televisiva Ballarò) nonché “mio figlio Guglielmo, che ho diretto in occasione di uno spettacolo teatrale, oltre a condividere con lui il set del film indipendente Il nostro ultimo. Per non parlare del ruolo avuto ne Il tuffofare, opera prima dello sceneggiatore Valerio Attanasio uscita nelle sale la scorsa primavera, dove si è proposto come co-protagonista al fianco di Sergio Castellitto ed Elena Sofia Ricci mentre io mi sono limitato a un cameo”. 
Pierfrancesco Poggi, si diceva: una faccia da istrione segnata dalle rughe, come si conviene a uno che dalla vita ha chiesto e avuto tanto. In primis simpatia a bizzeffe, che non manca di travasare in un colloquio senza barriere; e poi un giovanile interesse per la narrativa americana legata ad autori come Philip Roth (scomparso lo scorso maggio) e John Irving, fermo restando un debole dichiarato per Elsa Morante e Dino Buzzati (“Mi ha sempre catturato la sua scrittura in bilico fra mistero e realtà”). 
Lui caratterialmente allegro con gli altri, ma cupo quando sta per conto suo; lui che se spunta un bicchiere di vino, “anche non bevendolo”, si lascia subito andare; lui che fatica a digerire le critiche (“Ci rimango male, anche se capisco che sono ugualmente fonte di visibilità nel mio lavoro. Certamente sbagliando, tanto è vero che alcuni miei severi censori, come Roberto Cotroneo, strada facendo hanno cambiato parere”); lui che aveva debuttato a 24 anni nella commedia Confessione scandalosa di Carlo Goldoni diretta Giuseppe Patroni Griffi, il quale lo aveva confermato l’anno dopo come interprete de Le femmine puntigliose (“Ma al suo fianco sarei stato altre tre volte”). 
E poi via via a cavalcare nuovi ruoli sia in palcoscenico che sul piccolo e grande schermo a fianco di nomi importanti; a scrivere testi, sia in solitaria che affiancando autori di peso (come Enrico Vaime, con il quale “ho fatto 27 anni di radio”); guadagnandosi significativi riconoscimenti, ad esempio come migliore attore non protagonista in un film di Ettore Scola (La cena); dandosi da fare come cantautore, ma anche come musicista (“Suono la chitarra, il basso, il pianoforte, i fiati. Ricordo che l’amico Patroni Griffi mi costrinse a suonare, in uno stesso spettacolo, ben nove strumenti”). 
Con una specie di punto di arrivo datato 2017 quando, in occasione dei 40 anni dal suo debutto teatrale, ha spadroneggiato nello spettacolo Da così a così, 40 anni in scena, una sorta di retrospettiva della sua carriera con l’aggiunta di nuovo materiale. 
Spezzatini di lavoro, quelli citati, cui si è da poco aggiunto il suo debutto sugli scaffali con il romanzo giallo La banda del Tamburello. Un lavoro che ha “il fascino della narrazione orale e il ritmo della pièce teatrale” e che si rifà alla passione di Poggi per le bande (“Hanno il potere trascinante della festa e dell’allegria”). A fronte però di un brutale incipit che la dice subito lunga sulla sua smaliziata scrittura: Marione lo trovarono sgozzato come un capretto. E siccome stava in un mezzo pendio, ‘un ci aveva più in corpo neanche una goccia di sangue
E cosa può voler dire un ex fascista con la gola tagliata se non una vendetta politica? Certo, la guerra era finita da quasi vent’anni e Marione Orsi si era pentito dei suoi trascorsi. Ormai picchiava soltanto la grancassa. Ma certi malanimi durano a lungo, o almeno così la pensa il brigadiere Cantatore. Caso archiviato. E allora perché gli omicidi continuano in un paese che comincia a crescere, con l’acqua arrivata in casa, anche se le donne continuano a frequentare la fontana per fare quattro chiacchiere, quelle stesse alle quali gli uomini si lasciano andare nelle cantine? 
Sta di fatto che mentre la rinomata banda locale si trova a suonare La leggenda del Piave, a ogni prova con una voce in meno, la paura comincia a diffondersi. E chi può fare chiarezza su questa sfilza di omicidi se non il bel commissario Eriberto Passalacqua, chiamato da Lucca per occuparsi della faccenda? Come se fosse facile. Il nostro poliziotto si trova infatti a fare i conti con un gruppo di sospetti quanto meno insolito: un cornista frustrato, un paio di clarinettiste affascinanti con due mariti gelosi (nonché cacciatori e quindi armati), per non parlare di una perpetua vergine, un oste bestemmiatore e il meccanico di Castelnuovo... 
Insomma, sono troppe le tracce che si confondono e troppi i cadaveri che si accumulano tra le montagne dell'Appennino ferite dalle cave (decisamente bella e intrigante la prima di copertina), dove i boschi nascondono l’orizzonte del mare e i pettegolezzi coprono la verità. 
In altre parole Pierfrancesco Poggi fa rivivere l’Alta Versilia del 1963 in un intreccio ben orchestrato che porta alla ribalta personaggi ben caratterizzati, che al lettore sembra quasi di vederli e di averli conosciuti. E poi quei corsivi, sparsi qua e là all’inizio di alcuni capitoli, che rappresentano la ciliegina sulla torta in salsa toscana della storia. Il tutto a fronte di una scrittura così ben congegnata che non manca di sorprendere in un autore (di gialli) esordiente. 
Che dire: un romanzo certamente godibile, semplice e diretto, che risente di una toscanità vissuta. E che, secondo lo stesso Poggi, in certi momenti richiama il manzoniano modo di raccontare. Gliela vogliamo dare per buona? Leggere per rendersene conto, in attesa del prossimo romanzo. 
“In effetti - tiene a precisare - ho una nuova storia già a buon punto, ma tutto dipenderà da come è andata questa mia prima volta. Si tratta di un lavoro ambientato a Venezia dove, all’interno del teatro La Fenice, un’attrice viene uccisa due giorni prima dell’andata in scena del Misantropo di Molière. E appunto Molière col morto potrebbe essere il titolo. A meno che l’editore non sappia fare di meglio”.   

Di notevole spessore è anche il modo di raccontare dell’inglese Angela Marsons, una autrice di mezza età che torna nelle nostre librerie - forte dei riscontri registrati con Urla nel silenzio, il suo romanzo d’esordio, seguito da Il gioco del male e da La ragazza scomparsa, lavori tradotti in 26 Paesi e accreditati di un venduto superiore ai tre milioni di copie - con Una morte perfetta (Newton Compton, pagg. 376, euro 9,90, traduzione di Erica Farsetti e Clara Nubile). Risultato? Una nuova avventura, ricca di maliziosi incastri e personaggi ben costruiti, a fronte di una intelaiatura decisamente solida. 
A tenere la scena - giocando su un assunto che la dice lunga: i morti non parlano, a meno che qualcuno non li stia sentire - è ancora una volta la detective Kim Stone, una donna, a detta della stessa Marsons, non particolarmente espansiva, certamente determinata e assetata di giustizia. Fermo restando che anche “questa storia ha rappresentato un’esperienza unica, che si è abbeverata a diverse fasi prima di assumere la sua forma definitiva”. 
Angela Marsons, si diceva, che prima di arrivare in libreria si era dovuta accontentare - ne abbiamo in parte già parlato - dei complimenti contenuti nelle lettere di risposta degli editori, che si concludevano regolarmente con un paio di poco simpatiche paroline: purtroppo e sfortunatamente. In buona sostanza sono stati “venticinque anni di amari rifiuti”. E dire che sin da piccola “avevo amato giocare con le parole, in quanto affascinata dalla scrittura”. Salvo poi ammettere: “Ma forse sbagliavo nel raccontare storie basate su luoghi di fantasia, nel creare personaggi sviluppati a beneficio del pubblico, nel dare voce a trame che ritenevo di facile accesso”. 
Così “quando me ne resi conto decisi di cambiare registro. Puntando su una protagonista non sempre simpatica, cupa e umorale, diretta e a volte irritante, messa in scena negli stessi luoghi (stiamo parlando della regione del Black Country, in Inghilterra) dove vivo in compagnia di un labrador e di un pappagallo. E dove sono sostenuta dalla mia compagna Julie Forrest, critica quanto basta, ma sempre pronta a concedermi la sua fiducia e il suo sostegno nei momenti difficili”. 
Il tutto nel segno di un ricordo che ancora l’angustia. “Successe che quando avevo dodici anni rimanessi ostaggio del bullismo dei miei compagni di classe a causa della mia non facile situazione familiare. Sono infatti cresciuta in una piccola casa a schiera con due sorelle, un fratello e un padre assente in quanto autista di camion sulle lunghe distanze. Per questo vivevo di umiliazioni, sentimenti che mi avrebbero segnata nel profondo”. 
Fortunatamente un insegnante “mi avrebbe avviato alla lettura portando dei libri in classe. E da allora sarei diventata una lettrice accanita, con un debole per autori come Val McDermid, Karin Slaughter e Carol O’Connel. 
Inoltre, a mitigare quel mio stato di inferiorità, ci sarebbe stata una ragazzina, di nome Karen Hansen, che un bel giorno si sedette accanto a me. Nessuna parola, solo un cenno e un sorriso. A lei sarò grata per tutta la vita. E anche se strada facendo ci siamo perse di vista non l’ho mai dimenticata un solo momento…”. 
Che altro? Finita la scuola la trafila della vita: un primo lavoro in un ufficio, quindi un’occupazione nell’ambito della gestione della sicurezza. “Ma sempre con tanta voglia di scrivere. E non trovando editori disponibili - ritengo che le persone non debbano lasciarsi sconfiggere dal loro passato - decisi di auto-pubblicarmi un paio di romanzi rosa, che vendettero però soltanto una manciata di copie. Fortunatamente la musica sarebbe cambiata, con un contratto in essere che prevede la scrittura di altri quattordici libri, al ritmo di due all’anno, incentrati sulla stessa protagonista. Un personaggio che, a detta di alcuni, cattura anche quei lettori che non sembrano inizialmente apprezzarla”. 
Affondata la penna nel passato della nostra autrice, entriamo nel vivo della trama di Una morte perfetta, che ci porta nel laboratorio di Westerley, “un posto non certo indicato per i deboli di cuore” in quanto è in questa struttura che vengono studiati i cadaveri in decomposizione. Ma è proprio in questo luogo che la detective Kim Stone scoprirà il corpo ancora caldo di una giovane donna (e subito riaffiora prepotente il ricordo della scomparsa improvvisa della madre della nostra protagonista: Ancora prima di toccarla sapevo che era morta, eppure la toccai). Vuoi vedere che l’assassino ha trovato la location ideale per coprire i propri delitti? E quanti dei corpi arrivati negli ultimi tempi nel laboratorio gli “devono” qualcosa? 
Mentre i sospetti di Kim si fanno inquietanti, una seconda ragazza viene aggredita e rinvenuta in fin di vita con la bocca riempita di terra. A quanto pare il tempo stringe e bisogna evitare che il serial killer uccida ancora. Ma chi sarà la prossima vittima? Forse Tracy Frost, una giornalista del posto scomparsa improvvisamente. Da qui le affannose quanto frenetiche ricerche.  Perché Kim è sicura che la vita della donna sia in grave pericolo. Per questo “intende setacciarne il passato per trovare la chiave che possa condurla all’assassino. Ma riuscirà a decifrare i segreti di una mente contorta e spietata, pronta a uccidere ancora?”.

In chiusura una proposta da non perdere: la casa editrice Neri Pozza ha infatti dato alle stampe la versione originale del capolavoro di Mary Shelley Frankenstein 1818 (pagg. 352, euro 15,00, traduzione di Alessandro Fabrizi), quella che - dopo vari tentativi di pubblicazione - era arrivata sugli scaffali in forma anonima il primo gennaio, appunto del 1818, in soli 500 esemplari per i tipi di una piccola casa editrice, la Lackington. Risultato? Vendite quasi nulle, con un mezzo scandalo al seguito al posto del successo e accuse pesanti (una per tutte: “Si tratta di un libro orribile e disgustoso, scritto da un pazzo”). L’autrice si vide quindi costretta a rimettere mano al romanzo, eliminando le connotazioni “più nere e distopiche”. Fu così che la nuova versione, pubblicata nel 1831, finì per conquistare le platee di mezzo mondo. 
Ora la riproposizione del testo originale, quindi non censurato, consentirà ai lettori di confrontarsi con “l’opera di una giovanissima donna che, all’insegna dell’irruenza e del candore tipico della sua età, aveva dato inizio a un qualcosa di assolutamente nuovo, una favola fantascientifica che sarebbe diventata nel Novecento un genere letterario di grande richiamo e che, come scrive Nadia Fusini nell’introduzione, suscita tuttora l’orrore della scoperta che la cosa di tenebra è dentro di noi”. 
Mary Shelley, si diceva, nata a Londra il 30 agosto 1797, città dove sarebbe morta 54 anni dopo. Figlia del filosofo William Godwin e di Mary Wollstonecraft (una antesignana del femminismo che avrebbe lasciato questo mondo soltanto undici giorni dopo averla messa al mondo), già da ragazzina era ossessionata dall’idea di riportare in vita i morti: evidente è il richiamo alla prematura scomparsa della madre. Oltre a proporsi come insofferente alle regole. Non a caso, dopo aver conosciuto a 16 anni un uomo sposato, Perry B. Shelley, sarebbe fuggita con lui in Svizzera. Quindi nel 1818, dopo averlo sposato, si sarebbe trasferita in Italia, Paese in cui avrebbe scritto anche Mathilda. Rimasta vedova quattro anni dopo, Mary sarebbe tornata in Inghilterra in compagnia del figlio generato nel frattempo. 
Per la cronaca Mary Shelley aveva dato vita al suo “mostro” quasi per gioco, in quanto nato da una competizione letteraria tra amici. Tutto successe la notte del 16 giugno del 1816 a Villa Diodati, sul lago di Lemano a Ginevra, quando la giovanissima Mary concepì il racconto che avrebbe segnato una svolta radicale nella tradizione del romanzo gotico o del terrore. Le circostanze in cui tutto ciò accadde risultano, anche con il senno di poi, a dir poco eccezionali. Il 10 aprile dell’anno prima in Indonesia il vulcano Tambora si era reso protagonista di una delle più catastrofiche eruzioni che l’umanità ricordi. Le stagioni risultarono sconvolte ovunque nel mondo. In Svizzera, tanto per fare un esempio, nonostante la stagione il freddo era insopportabile e la pioggia incessante. 
In tale contesto successe che Lord Byron stimolasse i suoi ospiti, per ingannare la noia causata appunto dal tempo inclemente, a scrivere un racconto dell’orrore. Da qui la nascita di due lavori straordinari: Frankenstein, appunto, e Il vampiro, romanzo breve di John Polidori (scrittore e medico londinese) che fondeva tutte le storie su questo anomalo succhiatore di sangue. 
Come molti sapranno, Frankenstein - narrativamente parlando - è un dottore che, utilizzando parti di cadaveri, costruisce un corpo senz’anima. Un mostro privo di spiritualità, ma fortissimo, che odia a tal punto il suo creatore da ucciderlo per poi scomparire. Un lavoro tragicamente pulsante, certamente fra i migliori del genere gotico, dal quale sono stati tratti numerosi film. Di fatto un’opera quanto mai originale (“Nella storia l’orrore non è soltanto legato allo sviluppo tecnologico della civiltà, ma aggancia profondamente anche morale e religione”), forse suggerita all’autrice dagli esperimenti portati avanti in quel periodo da Darwin nonché dalla teoria di Galvani sull’elettricità intrinseca al corpo animale. 
Redatto in forma epistolare, la storia di Frankenstein viene narrata attraverso le lettere che il capitano Robert Walton comincia a scrivere alla sorella per raccontarle di una sua missione al Polo Nord. Durante questa missione Walton incontra Victor Frankenstein, rampollo di un’agiata famiglia svizzera che gli ha garantito un’infanzia e un’adolescenza felice, indirizzandolo sulla strada degli studi scientifici, intesi come strumento per indagare e migliorare la realtà. Vista l’inclinazione, il giovanotto deciderà di dedicarsi alla chimica e alla filosofia naturale iscrivendosi all’università di Ingolstadt. Ma un grave lutto gli scombussolerà la vita: la madre morirà di scarlattina, dopo essere stata contagiata da Elizabeth, figlia orfana di una sorella del padre. 
Caduto in una specie di trauma psicologico, Frankenstein si metterà a coltivare, segretamente, un sogno impossibile: la creazione di un essere umano più intelligente del normale, dotato di una salute perfetta. Insomma, ossessionato dall’utopia di poter dare vita alla materia inanimata, Victor si darà da fare utilizzando, appunto, parti di cadaveri recuperate saccheggiando tombe nei cimiteri. E ci riuscirà, ma con conseguenze tragiche per lui e per la sua famiglia. Perché il mostro (o Demone, come amava chiamarlo il suo papà putativo) non era di quelli da prendere sottogamba, visti i suoi istinti omicidi. Anche se sarà lo stesso mostro - prima di sparire per sempre - a rammaricarsi del suo comportamento, causato dall’odio immotivato degli uomini per il suo orripilante aspetto, primo tra tutti quello del suo creatore.

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