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Nel Paese dei voltagabbana non stupiscono le giravolte "firmate" dai Cinque Stelle

Dal taglio delle pensioni d’oro alla Tap, disattesi alcuni impegni assunti in campagna elettorale. Risultato? Gli iscritti protestano. Ma il dogmatismo va bene finché si fa opposizione, non quando si deve governare il Paese


05/11/2018

di Giambattista Pepi


Gli italiani, si sa, sono un popolo di santi, navigatori e poeti. E, aggiungiamo noi, di voltagabbana. Quando vedono la malaparata, persino coloro che hanno fatto dell’ideologia una peculiarità distintiva del proprio modo di pensare e di agire, si vedono costretti ai compromessi. In altre parole a trovare accettabili escamotage in quanto la realtà è spesso diversa da come appariva prima di toccarla con mano. Dal viadotto sul Polcevera a Genova alla Tap in Puglia, sino al taglio delle pensioni d’oro, il Movimento 5 Stelle nelle ultime settimane ha dovuto rivedere le proprie monolitiche posizioni e rinunciare a perseguire alcuni obiettivi sostenuti con enfasi e passione in campagna elettorale. Se non addirittura per anni, quando nel Paese faceva l’opposizione ai Governi di Centrodestra e di Centrosinistra. 
Diciamolo con franchezza: non ce lo saremmo mai aspettato che dopo aver tuonato contro l’Aspi (Autostrada per l’Italia del Gruppo Benetton), additata come unica responsabile del crollo del ponte Morandi a Genova (la strombazzata revoca della concessione della gestione delle autostrade è ancora allo studio del ministero delle Infrastrutture dato l’elevato costo delle penali che potrebbe comportare), questa società sarebbe tornata in pista per la ricostruzione del ponte (visto che deve metterci i soldi) con buona pace dei propositi battaglieri di Di Maio e Toninelli. 
Diciamolo con franchezza: non ce lo saremmo mai aspettato di vedere attivisti e iscritti del M5S stracciare le tessere di partito a Melendugno (Lecce), scagliandosi contro Di Maio e il premier Conte per avere deciso che la Tap (il gasdotto Trans-Adriatico in costruzione che attraverserà Grecia e Albania per approdare nella provincia di Lecce permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio in Italia e in Europa) si deve fare, dopo che era stato loro promesso il contrario. 
Diciamolo con franchezza: non ci saremmo aspettati di vedere la civile ma ferma manifestazione di protesta “Roma dice basta” contro lo scempio della Capitale, davanti al Campidoglio dove i convitati di pietra (il sindaco Virginia Raggi e l’amministrazione pentastellata) sono stati oggetto di scherno e di biasimo per la pessima situazione in cui versa la Città eterna. 
Diciamolo con franchezza: non ce lo saremmo mai aspettato che dopo aver annunciato il taglio delle cosiddette pensioni d’oro (gli assegni da 4.500 euro netti al mese) non ne avrebbero fatto niente. Infatti quando M5S e Lega si sono resi conto che sarebbe stato non solo difficile, ma addirittura impossibile ricalcolare il periodo contributivo di chi legittimamente percepisce il rateo pensionistico e hanno temuto una valanga di ricorsi e la perdita di migliaia di consensi, ci hanno ripensato, puntando su un eventuale contributo di solidarietà (peraltro ancora da mettere a punto): un prelievo una tantum e limitato a non più di tre anni. 
Diciamolo con franchezza: non ce lo saremmo aspettato il condono per Ischia proprio dal M5S che si è lamentato che una ruvida (e ignota) manina avrebbe manipolato il Decreto sulla pace fiscale, creando malumore nell’alleato leghista. 
Diciamolo con franchezza: da un Governo del popolo non ci saremmo aspettati il silenzio davanti al bollettino di guerra del maltempo dei giorni scorsi che ha devastato l’Italia da Nord a Sud, facendo 16 vittime e causando danni stimati in diverse centinaia di milioni di euro. E avremmo pensato che per quella che è divenuta un’emergenza permanente il Governo, oltre alle parole di solidarietà verso le popolazioni colpite, dicesse che cosa intende fare per cominciare a mettere in sicurezza il territorio nazionale ovunque dissestato e in pericolo. 
Insomma il M5S sta comprendendo che una cosa è fare le pulci stando all’opposizione dei famigerati Governi della cosiddetta Seconda Repubblica (o la Prima se preferite), altra cosa governare la Terza Repubblica, quella cosiddetta del cambiamento. 
Intanto il disegno di legge di Bilancio 2019 è approdato in Parlamento. Piatto forte le due misure che più stanno a cuore a M5S e Lega: quota cento per andare in pensione e reddito e pensione di cittadinanza. Da sole valgono 16 miliardi di euro: meno della metà del costo dell’ammontare complessivo della manovra da finanziare (36,7 miliardi), una quota soltanto coperta (15 miliardi derivanti da tagli alle spese, risparmi e nuove entrate), gran parte della quale in deficit (21,7 miliardi). Il che porterebbe ad aumentare il deficit al 2,4% nel 2019 (ma il Governo stima che l’aumento reale del deficit sia del 2%, tenuto contro che la sterilizzazione degli aumenti dell’Iva vale lo 0,9). 
A parte che non c’è ancora alcuna certezza sulle regole (che, assicura Di Maio, saranno contenute in un decreto legge ad hoc che l’Esecutivo dovrà approvare prima di Natale), siamo sicuri che alla fine i benefici attesi dal reddito di cittadinanza e dalla quota cento potranno soddisfare tutte le aspettative che nel frattempo sono state ingigantite dalla propaganda continua su stampa e Tv? 
Il dogmatismo può andare bene fino a quando fai opposizione in Parlamento e nel Paese, ma deve cedere il passo al pragmatismo: le promesse fatte potranno essere mantenute e le aspettative create potranno essere assecondate soltanto se i conti pubblici, l’economia del Paese, l’Europa, i mercati, remeranno tutti nella stessa direzione. Ma quando gran parte di questi soggetti la pensano diversamente, anche chi è al Governo deve avere a disposizione opzioni alternative, vie di uscita diverse per far “digerire” ai propri elettori e al Paese eventuali passi indietro sugli impegni assunti. 
Se ci sarà crescita (nel terzo trimestre il Pil secondo le stime dell’Istat è stato pari a zero, i contratti di lavoro a tempo indeterminato sono diminuiti e il tasso di disoccupazione è aumentato al 10,1%) più dell’Esecutivo, il merito sarà di imprese e lavoratori. Com’è sempre stato. 
Se si risparmia, sono gli italiani a farlo, e in questo momento la manovra ne ha fatto diminuire il valore, oltre ad avere innescato la corsa al rialzo dello spread, che comporta il pagamento di più interessi (fino a 5 miliardi in più stima la Banca d’Italia), fa aumentare il rendimento dei titoli di Stato, compromettendo il valore di quelli detenuti dalle banche. 
Se si investe, sono le imprese a deciderlo, con fondi propri o prestiti ottenuti dalle banche, a tassi di interesse contenuti grazie alla vigorosa politica monetaria che Mario Draghi (Bce) si è intestata nonostante i mal di pancia della Germania (e le invettive di Di Maio). 
Se l’export è cresciuto, lo dobbiamo al cambio favorevole euro-dollaro e al merito dei nostri imprenditori, che sono bravi e fanno prodotti e servizi di buon livello qualitativo in grado di competere in tutto il mondo. 
È bene allora che il Governo e la sua maggioranza in Parlamento sappiano che volere non è potere, e che tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di difficoltà, avversità, ostacoli. Recita infatti un vecchio adagio: uomo avvisato mezzo salvato…

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