Share |

Nel "bosco delle streghe" con la malizia narrativa di Marco Vichi

Lo scrittore toscano propone una serie di storie («Che sono venute a cercarmi per farsi raccontare») con il solito gradevole piglio


28/07/2017

di Massimo Mistero


Di Marco Vichi e della sua piacevolezza narrativa ne abbiamo già parlato in diverse occasioni. Ma ogni volta che torna sugli scaffali è come se il nuovo si affacciasse alla porta di casa del lettore. In quanto è nelle corde di questo autore giocare con le parole a 360 gradi, diversificando, cercando rotte alternative al suo modo di raccontare. Di fatto una delle migliori penne nostrane, pronta a supportare una malcelata timidezza con il piacere della lettura. Perché, a suo dire, leggere «fa bene alla salute, aiuta a vivere e a districarsi nella foresta sentimentale della vita. Inoltre consente di attingere, rielaborandole, alle idee e al vissuto altrui». Onestà che non è nel bagaglio di tutti. Fermo restando che, avendolo fatto in parecchi, la differenza «sta nel come e nel perché si ruba».
In realtà Vichi - che è nato a Firenze il 20 novembre 1957, mentre oggi vive nel Chianti - non ha certo bisogno di cercare spunti altrove, in quanto la sua fervida fantasia si è allargata nel tempo a macchia d’olio, regalando piacevoli testi teatrali, sceneggiature, una lunga sfilza di racconti e quasi una ventina di romanzi, otto dei quali dedicati al commissario Bordelli. Una specie di eroe segnato dalle disillusioni, che aveva fatto debuttare nel 2002 mettendolo in scena negli anni Sessanta nella città del Giglio e che potremo rincontrare prossimamente («Bordelli mi sta raccontando una nuova storia proprio in questi giorni e io - ironizza - non potrò fare a meno di riprenderla»).
Ma nel suo palmarès - oltre alla curatela di alcune antologie come Città in nero, Delitti in provincia, È tutta una follia e Un inverno color noir - troviamo anche la realizzazione, per Radio Rai Tre, di alcune puntate del programma Le cento lire dedicate all’arte in carcere, oltre a diverse collaborazioni con riviste e quotidiani nazionali, per non parlare delle sue virate, strada facendo, nell’ambito della graphic novel (o romanzo a fumetti che dir si voglia) con Morto due volte, in coppia con Werther Dell’Edera.
Che altro? Un collezionista di riconoscimenti (come il Premio Fedeli, il Premio Scerbanenco, il Premio Chiara e quello delle Arti “Fiorentini nel Mondo”) che della piacevolezza narrativa ha fatto bandiera. Lui che sa incantare colpendo, graffiando e scuotendo le coscienze. Senza quasi darlo a vedere. Una qualità che trova spazio soltanto nelle penne di un certo livello.
Complice l’abilità nel saper spaziare nelle più diverse tematiche. Un esempio? Il console, un lavoro del 2015 dove la sua inventiva ha saputo abbracciare come si conviene la storia, quella legata ai tempi turbolenti e controversi di Nerone, accusato dell’incendio di Roma, colpa che a sua volta aveva fatto ricadere sui cristiani.
Di certo un uomo con i piedi per terra, Vichi. Pronto a guardare avanti, senza scandalizzarsi che l’editoria elettronica possa regalare un brutto colpo a quella cartacea. «Credo sia solo una questione di tempo. Premetto che sono abituato al libro di carta, e fatico a rapportarmi con il supporto elettronico, ma questo passaggio non mi scandalizza. Tanto più che ha il vantaggio di far salvare dall’abbattimento una marea di alberi…».
Ma veniamo al dunque. Ovvero a Il bosco delle streghe (Guanda, pagg. 268, euro 18,00), il racconto che si rapporta al titolo e che risulta ambientato in una misteriosa collina dietro una chiesa dove si diceva che di notte si vedessero certe fumate strane che puzzavano di zolfo. Succede che un uomo arrivi in macchina, di notte, in un borgo toscano composto di quattro case in cima a un cucuzzolo. E lì, una volta entrato in un’osteria, viene colpito da un vecchio dall’aria metà contadina e metà risorgimentale. Gli si siede davanti e, dopo aver ordinato un mezzo litro di rosso, l’uomo gli chiede di raccontargli una storia. Da qui il ritratto sfuggente di un vecchio matto dall’aspetto poco piacevole che vive in una caverna. Un uomo che curiosamente - secondo la voce narrante, che è quella di un ex boscaiolo - assomiglia come una goccia d’acqua alla persona più facoltosa del luogo... E se a questa storia non ci credi stattene zitto e tientelo per te, perché non c’è di peggio che dire il vero e poi c’è uno che gli sembrano panzane.
Poche parole, queste, che, se allargate al contesto narrativo generale, la dicono lunga. Così non finiranno per sorprenderci le altre storie, che si rifanno «al tormento del Sommo Poeta, alle prese con l’amore impossibile tra Paolo e Francesca e con la disperata ricerca delle parole giuste per immortalare la loro storia; alla strana eredità di una zia mai conosciuta, che porta il protagonista nella profonda campagna toscana; a Dino Campana all’alba del giorno in cui vengono stampati i Canti Orfici; e poi ancora a un vecchio mercante in un villaggio ai margini del deserto, al quale una fanciulla si rivolge per avere consolazione del proprio amore puro, sincero e sfortunato; a un uomo che torna di nascosto nel ventre medievale di Firenze, prima che venga distrutta per far posto a una piazza...».
Insomma - come da note editoriali - sono tante le vicende che si intrecciano in queste pagine. «Racconti fantastici, drammatici, oscuri, divertenti, delicati, che esplorano gli infiniti angoli dell’animo umano seguendo sentieri narrativi diversi, accomunati da una grande passione per le storie e dalla voglia inesauribile di raccontare».

(riproduzione riservata)