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Nel mirino di un nuovo eroe, Colter Shaw, un videogioco mortale nella Silicon Valley

Torna in libreria la geniale penna di Jeffery Deaver. Intriganti storie anche quelle firmate dall’austriaco Alex Beer e dall’americano Stephen Chbosky


11/11/2019

di Mauro Castelli


Ogni volta che torna sugli scaffali delle librerie quel geniaccio di Jeffery Deaver, un mostro di creatività e di talento, non manca di regalare emozioni e sorprese ai suoi infiniti lettori. Lui che per rendere credibili i cattivi delle sue storie si siede al buio in una stanza per immaginarsi il peggio del peggio (“Mi auguro - ha avuto modo di ironizzare - che la lettura dei miei libri faccia sudare le mani e accelerare il battito cardiaco alla stregua di una corsa mozzafiato sull’ottovolante”). 
Deaver, si diceva, che questa volta ha deciso di lasciare a riposo la collaudata coppia formata da Lincoln Rhyme e Amelia Sachs per proporre, ne Il gioco del mai (Rizzoli, pagg. 486, euro 20,00, traduzione di Sandro Ristori), un nuovo eroe, battezzato Colter Shaw, in linea con una convinzione datata: quella di proporre figure sull’orlo del baratro e a rischio sopravvivenza, capaci di suscitare empatia. 
E questo vale anche per Colter Shaw, un lupo solitario che, nemmeno a dirlo, entrerà in men che non si dica nell’immaginario collettivo per la sua intrigante caratura: quella di un “localizzatore” solitario che, per tirare avanti (non è esoso, e si accontenta anche di pagamenti rateali), si dà da fare per ritrovare persone scomparse. 
Ma non immaginatevi la solita tiritera del cacciatore di taglie o del detective fallito, perché c’è dell’altro, a cominciare dal contesto del quale si nutre la storia. Incentrata com’è sul gaming disorder, quel malessere spiegato dall’Organizzazione mondiale della Sanità come la perdita di controllo sull’attività ludica, l’escalation legata al gioco nonostante il verificarsi di conseguenze negative. 
Intanto, come da sinossi, Colter Shaw non è un poliziotto né un militare. È un tracker, un localizzatore, uno che per vivere cerca persone scomparse, a bordo di un furgone, da una parte all’altra degli Stati Uniti. Allenato dal padre fin da bambino a contare solo su se stesso quando sulla strada della vita si mette male, Shaw è un vero numero uno nel seguire gli indizi, anche i più indecifrabili. In più sa come sopravvivere in ogni situazione, anche la più estrema, perché sa quali regole rispettare e quali comportamenti non assumere. 
Nel nostro caso il suo nuovo ingaggio lo porta in California, dove è sparita una studentessa universitaria. Secondo logica narrativa Colter si metterà sulle tracce del rapitore e dei suoi inquietanti messaggi, che peraltro si rifanno a quelli di un popolare videogioco. Il primo dei quali è Fuggi, se puoi. E mentre sul sentiero di caccia cade più di una vittima, Colter - che è cresciuto in modo spartano in mezzo alla natura, senza internet né televisione - si trova ad arrancare nel regno delle modernità tecnologiche rappresentato dalla Silicon Valley, che non è solo ricchezza e potere. È anche un tritacarne, un ingranaggio programmato per sbriciolare chi non ne sa tenere il passo, condizionandone la vita. Capace di scavare un solco, in termini di ricchezza, fra chi ha troppo e chi ha troppo poco. 
Di fatto un luogo dove la ricerca scientifica allarga il suo braccio anche nel redditizio mondo dei videogiochi, pronto a nutrirsi di saloni giganteschi, schermi enormi e strabilianti avventure virtuali. Un mondo che lo stesso Deaver non sembra vedere - come ha lasciato intendere in una recente intervista, mettendo in chiaro che la materia è stata trattata all’insegna della fantasia e della finzione - in termini non soltanto negativi. In altre parole ha sostenuto che i videogiochi possono sì creare dipendenza, ma non per questo inducono alla violenza. Anzi, addirittura potrebbero avere, in alcuni casi, effetti positivi su soggetti autistici, dislessici o con problemi di apprendimento. 
Sta di fatto che è in questo contesto di pura invenzione ha dato voce, all’insegna dell’intrattenimento, a un gioco sadico e mortale in cui le vittime vengono lasciate in un luogo isolato, con cinque oggetti per salvarsi. Un multi-rebus che, se non viene risolto, porta con sé l’ultimo messaggio dell’Uomo che Sussurra: Muori con dignità. Come si capirà in corso di lettura, il rapitore - che lavora in una grossa azienda di videogiochi - vuole far rivivere nella vita reale gli episodi di realtà virtuale visualizzati in un videogioco, utilizzando sadicamente il rapito come cavia e seminando indizi nei luoghi più strani. E ovviamente ci scapperà anche il morto. 
Che dire: una storia nera che viaggia al passo con i tempi, condita di colpi di scena e inaspettate giravolte narrative, con il vero colpevole dei sequestri a mimetizzarsi fra una robusta schiera di sospettati. In quanto la verità, come in ogni buona vicenda romanzata, non è mai quella che sembra a prima vista. 
Detto del libro, spazio al privato - peraltro largamente conosciuto, ma qualche novizio ci sarà sempre a farsene carico - di Jeffery Deaver, nato a Glen Ellyn, nei pressi di Chicago, il 6 maggio 1950 (suo padre era un modesto copywriter di annunci pubblicitari). Lui che in gioventù, mosso dalla passione per il giornalismo, aveva iniziato a collaborare con alcune testate minori prima di iscriversi alla prestigiosa Fordham University di New York, per poi guadagnarsi i galloni di corrispondente per grandi quotidiani, come il New York Times e il Wall Street Journal
E per quanto riguarda l’approdo alla narrativa di settore? A spingerlo in questa direzione un vecchio amore per i polizieschi, con un debutto nel 1988 legato alla pubblicazione di Nero a Manhattan. A quel punto sarebbe stato un susseguirsi di successi, culminati nel 1997 con Il collezionista di ossa, il capolavoro segnato dall’entrata in scena del criminologo tetraplegico Lincoln Rhyme e della sua bella collega Amelia Sachs, una coppia che sarebbe diventata virale grazie alla versione cinematografica interpretata da Denzel Washington e Angelina Jolie. 
A seguire la sua produzione sarebbe stata allargata alla trilogia incentrata sulla giovane regista Rune, al ciclo dedicato al cacciatore di location John Pellam e a quello imbastito su Kathryn Dance, per non parlare degli altri undici lavori di variegata estrazione, cui vanno aggiunti sei racconti brevi e alcune antologie. Non bastasse, Deaver ha anche raccolto il testimone di Sebastian Faulks entrando a far parte, con Carta Bianca, della schiera degli autori capaci di dare voce alle avventure di James Bond, l’agente 007 creato da Ian Fleming.  
Risultato di tutta questa creatività? Una collezione di riconoscimenti (si va da un Nero Wolf a tre Ellery Queen Readers, dal British Thumping Good Read al Crime Writers Association’s Ian Fleming Steel Dagger, sino ad arrivare al Premio Raymond Chandler alla carriera), oltre a traduzioni in 150 Paesi e a un venduto superiore ai cinquanta di milioni di copie. 


La seconda proposta per gli acquisti risulta legata alla penna di Alex Beer, pseudonimo di Daniela Larcher, nata a Bregenz, in Austria, l’8 aprile 1977. Una penna che, dopo aver studiato archeologia, ha deciso di cimentarsi con successo nel poliziesco, ridando voce storica alla città dove vive e lavora, Vienna appunto.  Facendosi carico di illustrare al lettore, in una ricca postfazione, la toponomastica viennese del 1919 e non solo. 
In altre parole ricordando che molti luoghi e personaggi della sua storia - Il secondo cavaliere (edizioni e|o, pagg. 328, euro 18,00, traduzione di Silvia Manfredo) - sono realmente esistiti, come da documentazione legata a opere e testimonianze di quel tempo. Così come veritieri risultano molti degli avvenimenti e delle situazioni descritte. Sottolineando come - dopo la Prima guerra mondiale (un altro tema centrale di questo romanzo sono le atrocità commesse durante il conflitto, arrivate a processo solo in otto caso su 484, ma con due sole sentenze di colpevolezza) - la vita quotidiana nella Capitale fosse segnata da fame e miseria, con l’economia in ginocchio, gli alloggi insufficienti e il numero dei disoccupati a livelli da record. 
Ma precisando anche che in tale drammatico contesto (scarseggiavano cibo, medicine, vestiti e legna da ardere) malattie, epidemie e suicidi erano all’ordine del giorno. Così come di riflesso si era concretizzato un notevole flusso migratorio, in abbinata al dilagare di una prostituzione per così dire di… sopravvivenza. 
In buona sostanza, a pochi mesi dalla fine della guerra che aveva visto, con la pace di Versailles, la scomparsa dell’Impero austro-ungarico e la proclamazione della Repubblica socialdemocratica, Vienna, un tempo gloriosa capitale di un impero millenario, si proponeva - come accennato - una città in rovina. Segnata - lo ribadiamo - da fame, borsa nera, donne costrette a prostituirsi, orfani, rifugi pieni di reduci, rabbia sociale, frustrazione per la disfatta. 
Il romanzo, come da sinossi arricchita di particolari, si apre con l’omicidio di un reduce del Conflitto: l’assassino gli spara alla testa in un bosco alla periferia della città e cerca di farlo sembrare un suicidio. A indagare c’è August Emmerich, che insieme al suo assistente, il giovane e inesperto Winter, sta pedinando un borsanerista. 
Emmerich non lavora alla Omicidi, anche se nutre l’ambizione di entrare a farne parte. È cresciuto in un orfanotrofio, insieme a colui che oggi è noto come Kolja, uno dei maggiori trafficanti di borsa nera. Lui che, dopo aver combattuto nelle trincee, dove una scheggia di granata gli è entrata in una gamba causandogli dolori insopportabili, cerca di sopravvivere facendosi di eroina. Fortuna vuole che possa contare su una compagna, che ama teneramente al pari dei figli di lei. Ma anche in questo ambito familiare la sorte finirà per giocargli un brutto scherzo. Eppure continua a credere nella giustizia e caparbiamente manda avanti la sua pericolosa indagine usando mezzi leciti e illeciti, correndo rischi enormi, svelando segreti che coinvolgono personaggi potenti e pericolosi. Insomma, finirà per agire da fuggiasco pur di farsi carico di una verità legata a inspiegabili suicidi. Ci riuscirà? Leggere per sapere. 
La forza di questo romanzo, di intensa quanto coinvolgente leggibilità, sta nella ricostruzione di un’epoca che non c’è più. Una ricostruzione illuminata da particolari inediti che merita un bel dieci e lode. Per non parlare della prima volta di Emmerich, un coraggioso quanto empatico poliziotto che, c’è da supporre, ritroveremo presto in pista. 


Da non perdere anche L’amico immaginario (Sperling & Kupfer, pagg. 630, euro 19,90, traduzione di Chiara Brovelli), un lavoro firmato dallo scrittore, sceneggiatore e regista americano (nato a Pittsburgh, in Pennsylvania, il 25 gennaio 1970) che aveva sbancato i botteghini delle librerie con il romanzo epistolare The Perks of Being a Wallflower (Noi siamo l’infinito, un lavoro che ha conquistato e commosso un’intera generazione di lettori). Romanzo che, dopo aver venduto milioni di copie in mezzo mondo (venti edizioni soltanto negli Stati Uniti), sarebbe stato portato da lui stesso sul grande schermo nel 2012, dopo soli 50 giorni di riprese, forte delle interpretazioni di Logan Lerman nel ruolo Charlie, Emma Watson in quello di Sam ed Ezra Miller in quello di Patrick. 
Lui precoce regista, che a soli 23 anni aveva diretto il lungometraggio The Four Corners Nowhere, per poi proporsi vincente con Wonder, una pellicola interpretata da Julia Roberts, Owen Wilson e Jacob Tremblay. Non bastasse avrebbe dato voce anche, come co-ideatore, dell’apprrezzata serie televisiva Jericho.   
Ma di cosa si nutre la trama mozzafiato di questo suo secondo romanzo, L’amico immaginario appunto? Di una storia da brividi “in cui il delicato passaggio dall’infanzia all’età adulta si compie attraverso una battaglia epica fra Bene e Male. Una storia degna di Stephen King (da leggere - è stato detto - con le luci accese e la porta sprangata) in cui gli eroi sono coloro che non temono di abbandonarsi al potere dell’immaginazione”. Fermo restando che “possiamo divorare la paura, oppure lasciare che sia lei a divorare noi”. 
Il protagonista è un bambino di sette anni, Christopher, già segnato dal male dei grandi, arrivato con la madre (in fuga da un compagno violento) nella tranquilla e isolata cittadina di Miller Grover (in Pennsylvania, perché le origini non si dimenticano) per ricominciare una nuova vita. 
Ma le aspettative, dopo un tranquillo inizio (nuovi amici per il piccolo e un nuovo lavoro per la madre), vengono subito tradite. Succede infatti che, all’improvviso, Christopher scompaia. E che per sei lunghissimi, drammatici giorni non se ne sappia nulla. 
Fortunatamente, una notte, il bambino riemerge dal bosco di Mission Street, al limitare della cittadina. “È illeso, ma profondamente cambiato. Nessuno sembra accorgersene; solo sua madre sospetta qualcosa, perché Christopher, che ha sempre faticato a scuola, di punto in bianco prende ottimi voti ed è diventato anche un accanito lettore. Ma nemmeno lei può immaginare tutta la verità. Christopher ora sente una voce in testa, e vede cose che agli altri sono impercettibili. Conosce i segreti del passato, inghiottiti dal bosco di Mission Street, ma anche quelli del presente, celati dietro le facciate rispettabili della città. Conosce il futuro tragico che sta per abbattersi su tutti loro. Non può parlarne, nemmeno a sua madre, perché lo prenderebbero per pazzo. Ma può e deve compiere la missione che quella voce amica gli detta: costruire una casa nel bosco, prima che arrivi Natale. Altrimenti, per sua madre, i suoi amici e l’intera città sarà la fine...”. 
In sintesi: un lavoro che si nutre di una scrittura semplice e al tempo stesso coinvolgente (frasi brevi e concetti facili da assimilare a fronte di una storia condita di sogni che “avvertono” e di colpi di scena); una trama che inizialmente sembra attingere dal già raccontato, per poi allargare gli orizzonti nell’inaspettato. Fermi restando alcuni peccati veniali: inutili neretti e corsivi, frasi riportate in maiuscolo, una parola in una sola pagina per otto pagine di seguito. Ma sono minuzie, che nulla tolgono al contesto e che magari a molti possono piacere.

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