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Nel regno delle bugie e del fango con "Una perfetta sconosciuta"

Dalla penna di Alafair Burke, autrice de La ragazza nel parco, un altro thriller psicologico che incanta. Spunti di lettura anche per Federico Inverni e Daniele Picciuti


24/04/2017

di Mauro Castelli


Ne abbiamo tracciato il profilo, della scrittrice americana Alafair Burke, quando abbiamo parlato del suo bestseller La ragazza del parco, accolto alla grande anche in Italia. Annotando che si è laureata con lode alla Stanford Law School; che ha collaborato come consulente nel campo della violenza domestica con il dipartimento della polizia di New York (città dove peraltro vive con il marito Sean, il suo “eroe”, e due cani adottivi); che ha fatto parte della Mystery Writers of America e che ora insegna presso la Hofstra University School of Law. Lei che ha dato alle stampe, oltre a una lunga serie di saggi professionali, a una quindicina di romanzi, tre dei quali scritti a quattro mani con un’altra numero uno, Mary Higgins Clark: ovvero The Sleeping Beauty Killer, The Cinderella Murder e All Dressed in White.
A questo breve profilo aggiungiamo ora che sin da piccola era stata invogliata alla lettura dalla madre, bibliotecaria in una scuola (dopo il trasferimento della famiglia dalla Florida del Sud a Wichita, nel Kansas, dove peraltro aleggiava il mistero di sette omicidi rimasti irrisolti), la quale ogni settimana le portava a casa dei libri. Da qui la passione dichiarata per Agatha Christie e Sue Grafton, in abbinata all’interesse per le malvagità umane, con la convinzione al seguito di poter risolvere anche i casi più complicati rimasti senza soluzione.
Di professione Alafair Burke (nata nell’ottobre del 1969) fa l’avvocato penalista. Ma, visto il successo ottenuto in libreria, c’è da chiedersi se la frittata non vada rivoltata. In quanto dalla sua mano calda sono usciti diversi bestseller tradotti in una dozzina di Paesi e benedetti da numeri uno del calibro di Michael Connelly («Pochi come lei conoscono così bene le luci e le ombre di New York»), Dennis Lehane («Una delle migliori autrici di thriller psicologici attualmente in circolazione»), Harlan Coben («Un talento»), Lisa Scottoline («Un must per tutti gli amanti della suspense»), Gillian Flynn («Con i suoi romanzi siete certamente in buone mani») e Karin Slaughter. La quale, relativamente al libro che stiamo proponendo, Una perfetta sconosciuta (Piemme, pagg. 378, euro 18,50, traduzione di Elena Cantoni), consiglia al lettore di prestare attenzione, in quanto «può creare dipendenza».
In effetti, ancora una volta, questa autrice mostra di possedere una grande personalità narrativa, riuscendo anche a dare voce a personaggi femminili forti, accattivanti e, allo stesso tempo, credibili. Magari collocati in storie impossibili o quasi. Come nel caso di quanto imbastito nella trama di Una perfetta sconosciuta, un lavoro del 2011 suggeritole dall’incombere della crisi economica che stava lasciando a spasso un sacco di lavoratori. Un thriller peraltro incentrato sulle bugie e sull’inganno che “circondano” la protagonista Alice Humphrey, le cui certezze si sbriciolano senza un perché, in quanto nulla è quel che sembra. Una donna che si trova a vivere in un mondo dove tutto sembra precipitare in un vortice nero (compresa la sua stessa innocenza) dal quale sembra impossibile uscirne. Insomma, un romanzo che si nutre di fango e di paranoia; che lascia il segno; che cattura, intriga e induce alla riflessione.
Succede - come da sinossi - che la polizia arrivi a casa di Alice e che le mostri una foto in cui lei sta baciando un uomo. Le basta poco per capire che quel bacio avrebbe rovinato tutto. In quanto quell’uomo era stato trovato morto trentuno ore prima, e lei non ricorda nemmeno di averlo mai baciato. Anzi, lo conosceva appena. Era il suo nuovo capo, l’uomo che le aveva dato in gestione la galleria per conto di un misterioso proprietario. Il lavoro dei suoi sogni: le era sembrato troppo facile, troppo bello per essere vero. Eppure tutto era andato liscio, la galleria esisteva davvero, aveva firmato un contratto regolare. Adesso, però, guardando quella foto capisce che non c’era niente di regolare. Niente di facile. Perché là fuori qualcuno sta cercando di incastrarla, anche se non riesce a immaginarne il motivo. Qualcuno che sa molte cose di lei. E che forse le è molto vicino...

Il secondo invito alla lettura risulta invece legato a una penna per certi versi avvolta nel mistero. Nel senso che Federico Inverni - alla sua seconda prova narrativa dopo Il prigioniero della notte, pubblicato da Corbaccio lo scorso anno e i cui diritti sono stati venduti a editori esteri del calibro di Penguin - è il nom de plume dietro al quale si nasconde un autore che preferisce mantenere l’anonimato. Pur dicendosi «felice di parlare con i suoi lettori e con i tanti librai che l’hanno contattato attraverso i social network» e fermo restando che gioca a rimpiattino con i «suoi interessi e le sue passioni fra le pieghe delle sue storie». Come succede in questi casi, c’è da ritenere che l’incanto velenoso dell’anonimato si rapporti a una collaudata strategia di marketing (basti citare Elena Ferrante, che ha venduto milioni di copie e il cui profilo si rifà a voci di corridoio. In realtà, a parte tutti gli scoop sulla sua reale identità, non si sa nemmeno se sia un uomo o una donna). E anche nel nostro caso risalire al vero nome dell’autore al momento risulta impossibile, con l’editore a precisare che si tratta di un italiano di poco più di quarant’anni, sposato, che ama le storie (da qualunque parte provengano), «che si sente in pace circondato dalle pagine scritte, ma che a volte ha l’impressione che i libri lo guardino». Del resto, «i libri hanno una vita indipendente: ecco perché ha scelto di celarsi dietro un nome di fantasia e lasciare che i suoi romanzi facciano il resto». In buona sostanza il segreto è ben custodito. Di fatto si tratta di uno scrittore di livello, che si rapporta con una narrativa dal taglio americano, condita di risvolti introspettivi e personaggi che lasciano il segno: come i due protagonisti, la profiler Anna Wayne e il detective Lucas, che vengono riproposti ne Il respiro del fuoco (Corbaccio, pagg. 474, euro 16,90). Ferma restando una nota dell’autore, nella quale tiene a precisare che, «per chi ama scrivere romanzi, non esiste nulla di più affascinante da studiare del comportamento degli esseri umani. E in particolare della loro mente. Perché la mente è sorprendentemente fragile e malleabile: per quanto possiamo crederla impervia e coriacea, si rivela facilmente penetrabile laddove l’ago è sottile. E non esiste ago più sottile di un’idea, pronta a conficcarsi nel punto più giusto: quello della paura». La qual cosa lo ha portato a studiare i fenomeni di manipolazione mentale più eclatanti, anche dal punto di vista criminologico. Da qui lo spunto per dare voce a Il respiro del fuoco, un thriller che si avvale di un incipit curioso quanto graffiante: Le stelle muoiono nel buio più accecante. Muoiono nel fuoco. Le stelle muoiono da sole. Ma io ho paura di morire, anche se non l’ho mai avuta prima… Tutto si rifà - fermo restando il ritorno «nella palla di vetro che avvolge Haven», immaginario centro urbano a stelle e strisce - a un incendio scoppiato su una collina della cittadina abbandonata di Eden Crossing. Un incendio che ha distrutto l’eccentrico tempio che accoglieva il reverendo Tobias Manne e i suoi adepti. Si tratta di un incendio fortuito oppure dietro c’è una mano assassina? I corpi giacciono composti in quel che resta del bianco abbagliante delle loro vesti e degli arredi. Sul fattaccio indaga la squadra investigativa della polizia, con la profiler Anna Wayne e il detective Lucas a domandarsi se si poteva impedire quello che a prima vista sembra un suicidio rituale, ma che potrebbe nascondere una strage efferata. «Un rito, messo in atto da una mente visionaria e geniale. Perché esiste soltanto una cosa più affascinante e pericolosa del manipolare il fuoco: manipolare le menti». E succede anche - facciamo un passo indietro - che mentre la squadra sta per cominciare le rilevazioni, l’intera pagoda si perda nel rogo innescato da una bomba incendiaria nascosta nella bocca del capo della setta. Insomma, una storia che regala pericolosi risvolti, tanto più che tutto quel che succede è fuorviante. In primis, chi è il misterioso piromane che ha predisposto la mattanza all’insegna di un drammatico brucerete tutti? E perché gli scampati all’incendio si sono dati fuoco? In quest’ottica Anna e Lucas cercano di sfidare il tempo «per riuscire a elaborare un profilo del killer, ricostruire la storia delle vittime e individuare la più sfuggente delle ombre. Prima che uccida ancora. Ma ogni indagine ha un prezzo, e quando Anna e Lucas scoprono che quel caso affonda le radici nel loro stesso passato, nei loro segreti, saranno costretti a chiedersi se possono davvero ancora fidarsi l’una dell’altro...». Che dire: una storia sconvolgente, condita di personaggi che catturano e inquietano, di contesti e di indizi che cambiano colore soltanto per mettere fuori strada il lettore. Una storia peraltro ben scritta e che costringe ad «accettare l’inaccettabile». Chi vuole intendere intenda.

In chiusura una tematica fuori dal coro, una specie di metafora del Male e del Diavolo. Che il male esista da sempre lo sappiamo tutti; sul diavolo, invece, qualche dubbio - dopo le dicerie dei secoli passati quando la religione, che rappresentava una specie di dogma, lo imponeva - è giusto porselo. In realtà, se vogliamo centrare il problema, il male e il diavolo finiscono per identificarsi con le azioni di chi fa parte della nostra vita quotidiana. Forse perché «il diavolo è in ognuno di noi e la sua materializzazione non è che una scusa per poter nuocere agli altri». Ed è appunto su questa falsariga che si sviluppa l’ultimo romanzo di Daniele Picciuti, L’inconsistenza del diavolo (Golem Edizioni, pagg. 248, euro 9,90), un lavoro ambientato a Roma - in realtà nello squallore di una vecchia fabbrica abbandonata della periferia - che si dipana sul sottile crinale che separa il thriller dall’horror. Protagonista è Maura Allegri, una giornalista di primo pelo che però pensa in grande, in quanto disdegna (leggi pure disprezza) gli articoli popolari che il suo responsabile le chiede. Anche perché sono quelli che fanno vendere il giornale. Semmai il suo obiettivo è quello di graffiare puntando sul sociale. E l’occasione di volare alto sembra arriderle quando in metropolitana si imbatte in un uomo inquietante con la bocca storta e con l’atteggiamento da pedofilo. Un tipo che, secondo Maura, ha qualcosa da nascondere. Così decide di seguirlo sino alla citata fabbrica dove lo aspettano altri criminali con i quali ha qualcosa da spartire. Maura scopre così che una bambina e una ragazza sono tenute prigioniere ma, prima che possa chiedere aiuto, viene scoperta e costretta a fuggire nei meandri del vecchio edificio. La qual cosa rappresenterà il preludio a una vera e propria discesa agli inferi. «Un incubo che non sembra avere mai fine, dove i fantasmi del passato si intrecciano con l’orrore del presente. Facendo emergere la consapevolezza che il diavolo, quello evocato da una misteriosa setta, in realtà non esiste. Perché il diavolo, lo ripetiamo, è in ognuno di noi». Sta di fatto che la sprovveduta giornalista finirà in un mare di guai. Fortuna vuole che sia disposta a tutto non solo per salvare la propria vita, ma anche quella delle due compagne di sventura… Che dire: la forza di questo thriller claustrofobico si rapporta alla capacità dell’autore di gestire la narrazione all’insegna dell’ansia e dell’angoscia; di distillare il terrore in sapienti dosi; di utilizzare la tecnica del flashback per dare spessore ai vari personaggi e rendere edotto chi legge sul loro ruolo nella storia; di farci confrontare, quasi senza darlo a vedere, con le atmosfere più oscure della nostra vita, dove azioni e violenze non sono (quasi) mai fini a se stesse; di regalare angolature che non lasciano intravedere nulla di buono. Insomma, a parte qualche smagliatura narrativa, il canovaccio tiene e merita di essere letto. Detto del libro, qualche nota sull’autore. Daniele Picciuti è nato a Roma nel gennaio del 1974, si è appassionato all’horror «grazie ai romanzi di Stephen King prima, di Peter Straub, Dean R. Koontz e di H.P. Lovecraft poi». Lui che si propone come presidente dell’Associazione culturale Nero Cafè; lui che è stato vincitore e finalista di alcuni concorsi letterari e che in pochi anni ha dato alle stampe diversi lavori; lui che, forse, sta ancora cercando la sua strada definitiva. Fermo restando che si tratta di una penna, ancora in via di maturazione, da tenere d’occhio.

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