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Nella “casa delle voci” sono gli estranei a rappresentare un pericolo?

Dalla penna, inquietante e travolgente, di Donato Carrisi un nuovo personaggio. Si chiama Pietro Gerber, uno psicologo specializzato nell’ipnosi infantile alle prese con il passato di una donna che, da piccola, viveva in un luogo incantato. Con tanto di omicidio al seguito…


07/01/2020

di Lucio Malresta


Una macchina da guerra, Donato Carrisi, capace di macinare successi nei più diversi campi. Proponendosi, oltre che scrittore di razza (ha vinto, fra l’altro, un Bancarella in abbinata al Prix Polar e al Prix Livre de Poche, oltre a un David di Donatello, come miglior regista esordiente, con il film La ragazza nella nebbia), anche sceneggiatore, drammaturgo, giornalista e appunto regista di peso. Ruolo, quest’ultimo, che lo ha visto tornare un mese fa sul grande schermo con L’uomo del labirinto interpretato da Toni Servillo e Dustin Hoffman. 
Ma è del Carrisi autore che vogliamo parlare. Il quale torna sugli scaffali delle librerie con un thriller di elegante fattura, La casa delle voci (Longanesi, pagg. 398, euro 22,00), imbastito sulla figura di un nuovo protagonista: Pietro Gerber, uno psicologo specializzato nell’ipnosi infantile che vive e lavora a Firenze. 
Risultato? Un altro inquietante lavoro dopo la collezione di successi incassata a partire da Il suggeritore, il suo romanzo d’esordio (edito nel gennaio 2009) che, a detta di molti, ha cambiato le regole dei thriller e che è stato benedetto da due numeri uno del calibro di Ken Follett e Michael Connelly. Un romanzo dal taglio cinematografico (“Scrivo per immagini, cercando di portare il lettore direttamente sulla scena, inducendolo a sporcarsi le mani con la mia storia”) che avrebbe venduto oltre un milione di copie in giro per il mondo - come ha avuto modo di raccontarci lui stesso qualche tempo fa - peraltro imparentato con un lavoro per il grande schermo che nessuno voleva. 
“Successe - repetita iuvant - che avendo imboccato la carriera di sceneggiatore inciampassi in un fortunato passo falso. Nel senso che un mio testo, che ritenevo ben scritto, nessuno lo voleva. Così decisi di trasformarlo in thriller, perché il mio sesto senso mi spingeva in questa direzione. Andò bene in quanto ebbi la fortuna di incrociare l’agente giusto, Luigi Bernabò, che credette nel mio lavoro, ben presto supportato da Stefano Mauri, un numero uno nel campo dell’editoria che mi fece da padrino e che ho l’onore di considerare mio amico”. 
Dopo questo bestseller internazionale, tempo due anni, sarebbe stata la volta de Il tribunale delle anime, seguito da L’ipotesi del male nel 2013 (sequel-prequel del suo lavoro d’esordio) e nel 2014 da Il cacciatore del buio (sequel del Tribunale delle anime, con sette edizioni in poche settimane). Senza trascurare La ragazza nella nebbia (“Una geniale indagine sugli abissi dell’animo umano” secondo il Sunday Times), Il maestro delle ombre e, in un crescendo di emozioni, L’uomo del labirinto e Il gioco del suggeritore. Thriller vincenti “soggetti alla seduzione del male, in quanto in ognuno di noi ne alberga almeno qualche briciola”. 
Discorso a parte per quanto riguarda invece La donna dei fiori di carta, un lavoro del 2012 che si discosta, almeno in parte, dal suo stile nerissimo. Un lavoro frutto peraltro “di una scommessa con un giornalista francese, il quale dubitava che fossi in grado di scrivere un canovaccio d’amore”. Risultato?  Una storia che “ha attraversato il tempo e ingannato la morte, perché destinata al cuore di una donna misteriosa”. 
Ma veniamo al dunque, ovvero alle note sulle quali è imbastito La casa delle voci, un romanzo che sin dalle prime battute inquieta e intriga, proiettando il lettore in un angosciante stato di attesa. Segnato da immagini confuse, sogni che potrebbe essere allucinazioni, colpi di scena che metteranno a dura prova le certezze di molti. Benché l’autore, che si dice morbosamente attratto “dal lato oscuro delle cose”, l’unica volta che ha assistito a una autopsia se la sia data a gambe levate. 
Di Pietro Gerber abbiamo accennato: è uno psicologo per certi versi fuori dalle righe, in quanto specializzato nell’ipnosi sui bambini. Piccoli innocenti spesso traumatizzati, segnati da eventi drammatici o in possesso di informazioni importanti sepolte nella loro fragile memoria, di cui polizia e magistrati si servono per le loro indagini. 
In questo campo Pietro è il migliore della sua città, dove è conosciuto come “l’addormentatore di bambini”. Ma quando riceve una telefonata dall’Australia da parte di una collega che gli raccomanda una paziente, Pietro reagisce con una certa perplessità e diffidenza: Hanna Hall è infatti una donna adulta, tormentata da un brutto ricordo che potrebbe non essere reale: un omicidio. E per capire se quel frammento di memoria corrisponde alla verità o si tratta soltanto un’illusione ci vuole proprio uno come lui. 
Quale sarà il compito di Pietro? Quello di far riemergere la bambina che è ancora dentro di lei. Una bambina dai molti nomi, guarda caso tenuta sempre lontana dagli estranei, che con la sua famiglia viveva felice in un luogo incantato: la “casa delle voci”. Quella bambina che, a dieci anni, aveva assistito a un omicidio. O forse non lo aveva semplicemente visto. E se invece, esagerando, l’assassina fosse proprio lei? 
Detto del libro, lo ripetiamo, di pregevole fattura, spazio al privato dell’autore. Per la cronaca Donato Carrisi è nato il 25 marzo 1973 a Martina Franca, in provincia di Taranto. Lui che - dopo aver frequentato il liceo classico Tito Livio della sua cittadina - si sarebbe laureato in Giurisprudenza con una tesi su Luigi Chiatti, il “mostro di Foligno”, per poi specializzarsi in Criminologia e Scienze del comportamento. 
Professione che “non avrei mai esercitato anche se i miei genitori, che mi volevano a tutti i costi avvocato, ci tenevano tanto. In effetti sin da piccolo scrivevo e scrivevo, dicendo peraltro un sacco di bugie e inventandomi storie assurde: forse è da lì che sarebbe germogliato il mio futuro di scrittore”. 
Sta di fatto che “quando avevo appena 19 anni diedi voce alla mia prima commedia, Molly, Morthy e Morgan, per il Gruppo Teatrale Vivarte, che avevo fondato insieme a Vito Lo Re”. E a seguire sarebbero arrivate altre opere, ovvero Cadaveri si nasce!, Non tutte le ciambelle vengono per nuocere, Arturo nella notte... e Il Fumo di Guzman, oltre ai musical The Siren Bride e Dracula
Che altro? Un uomo tanto riservato quanto accattivante (“Tendo a separare la mia vita privata da quella pubblica”); romano d’adozione (“Una città dove abito da molto tempo”): benevolo con le critiche (“Spesso servono. Semmai mi ferirebbe se qualcuno smettesse di leggere un mio libro”); portatore di uno stile che ama giocare, narrativamente parlando, su piani diversificati. Partendo da un assunto: “Le storie sono di tutti e se raccontate come si conviene diventano ben presto del lettore, che finisce per proiettare la sua fantasia su un filo conduttore imbastito da altri”. E, visti i risultati, si è trattato di una intuizione vincente.

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