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Nella vita "Non esistono buone intenzioni": parola di Katarzyna Bonda

È polacca, è una bellona statuaria e, per di più, sa scrivere bene. Riflettori anche sulla genialità di Glenn Cooper e sull’umorismo nero di Stuart MacBride


30/07/2018

di Mauro Castelli


In Polonia, il suo Paese, è diventata una specie di gloria nazionale. E per diverse ragioni. Intanto perché è una bellona mica da ridere: una bionda statuaria di 41 anni che ancora incanta; e poi per aver giocato in maniera vincente nella narrativa di settore grazie a una scrittura magnetica che ha rastrellato un milione e passa di lettori soltanto dalle sue parti. Il suo nome? Katarzyna Bonda, osannata dalla stampa come la risposta polacca a Jo Nesbø. In effetti, nei suoi libri, ci sono tutti gli ingredienti che spadroneggiano nella corrente che arriva dal grande freddo: neve, gelo, giornate brevi, boschi sinistri, storie raccapriccianti. E poi fiumi di vodka nei bicchieri di spie e criminali arrivati dall’Est. A fronte di trame di gratificante lettura, tanto da guadagnarsi la stima del settimanale a stelle e strisce Newsweek, che l’ha incoronata come la “nuova regina della crime fiction europea”. 
Che dire: magari si tratta di esagerazioni. Sta di fatto che nei suoi libri si sente la mano calda di una (ex) giornalista, capace di imbastire storie che hanno un senso, di dare voce a personaggi che graffiano e lasciano il segno, di regalare ambientazioni dove nulla è lasciato al caso. Lei abile come pochi nel muoversi nel mondo della criminalità femminile: non a caso un suo saggio, incentrato appunto sulle donne criminali, tre anni fa venne “tradotto” in un documentario con tanto di nomina all’Oscar. 
Che altro? Una penna che lascia il segno, in via di traduzione in otto Paesi, quanto mai abile nel giocare a rimpiattino con il mistero. Lei che ha firmato due serie crime, di cui la più recente ha per protagonista la trentaseienne Sasza Załuska, una ex poliziotta dai capelli rosso fuoco, oltre che esperta profiler nel campo degli identikit fisici e psicologici, con la quale si è portata a casa tutti i principali riconoscimenti nazionali. E appunto della serie dedicata a Sasza la casa editrice Piemme ha pubblicato il primo romanzo, che risale a quattro anni fa, intitolato Non esistono buone intenzioni (pagg. 618, euro 19,50, traduzione di Walter Da Soller e Laura Rescio), mentre sulla pista di lancio - forse per evitare una crisi di astinenza da parte dei suoi nuovi lettori - si sta già collocando il secondo romanzo, che sarà proposto sugli scaffali come Nessuna morte è perfetta
Ma veniamo al dunque. Non esistono buone intenzioni si rapporta a un assunto chiarificatore: non c’è a questo mondo gente cattiva, soltanto gente che ha fatto scelte sbagliate. E la stessa Sasza Zaluska ne sa qualcosa in fatto di pessime scelte. Ma adesso che è tornata nella sua Danzica (sulla costa ventosa del mar Baltico), dopo una poco gratificante esperienza inglese, è decisa a ricominciare tutto da capo insieme alla sua piccola Karolina. Lei che ritiene di poter fare a meno sia di un uomo che dell’alcol, anche se al bere risultava fedelmente abbonata. Tuttavia lasciarsi alle spalle il passato non sarà facile, condizionata com’è dal richiamo subdolo della vecchia vita. 
Il tutto a fronte di un incipit che la dice lunga sul suo passato: “Sasza?”. All’altro capo del telefono c’era una voce maschile. Ruvida, autoritaria. Lei passò mentalmente in rassegna le facce che potevano corrispondere a quel timbro. Non le veniva in mente nessuno. Poi lui si decise ad aiutarla con la domanda successiva. “Sasza Załuska? È così che ti fai chiamare adesso?”
A cercarla è un ex sbirro della polizia di Danzica che le vuole affidare un lavoretto di profiling. Vista la situazione, la donna suo malgrado accetta. E ben presto - maledicendosi per il tempo sottratto alla figlia e per la voglia di bere che si rifà prepotentemente viva - si troverà a indagare sull’omicidio di un cantante famoso e a fare nuovamente coppia con il commissario Duchnowski, detto Duch, un uomo che ne ha viste abbastanza per decidere che nella vita non ci sono amici. Inizierà così il loro tuffo nella malavita cittadina, tra mafiosi incalliti, gemelli che si scambiano l’identità e persino un prete che non crede in Dio, portatore di un terribile segreto. 
Finirà così, la nostra strana coppia, per navigare a vista nel sottobosco criminale di una città cupa e sinistra, violenta e corrotta, “tra donne che hanno perso tutto, compresi gli scrupoli, e gente piena di buone intenzioni finite male. Fino a imbattersi - con la scoperta di tre misteriosi cadaveri che risalgano a un decennio prima - in una vecchia storia d’amore diventata storia di vendetta, come cantava il cantante ammazzato nella sua unica hit, Ragazza del Nord...”. 
Insomma, l’indagine non sarà facile, e verrà portata avanti anche con l’aiuto di cani molecolari. I quali saranno impegnati a stabilire se c’è corrispondenza fra gli odori del sospettato (e qui non andiamo oltre) e quelli rilevati dalla polizia sul luogo del crimine. Una materia trattata con cognizione di causa, in quanto l’autrice è stata introdotta ai segreti dell’osmologia dal commissario capo Artur Debski del Laboratorio centrale criminale della polizia e da altre figure di primo piano del Laboratorio criminologico del Comando di polizia regionale di Lublino. Tutti esperti, guarda caso, di sesso maschile: potevano forse sottrarsi al fascino della nostra bellona?

Voltiamo libro con un autore che ama l’Italia, in questo ricambiato dall’affetto dei suoi lettori. Stiamo parlando dello statunitense Glenn Cooper, nato a White Plains - un piccolo centro alla periferia di New York - l’8 gennaio 1953, che nella vita si propone, oltre che autore (è stato tradotto in 31 lingue e ha venduto, andando a spanne, una decina di milioni di copie, tre dei quali soltanto in Italia), anche medico, archeologo, sceneggiatore e produttore cinematografico. Di fatto un personaggio ambizioso, eclettico, rigoroso (scrive sette giorni su sette per dieci mesi all’anno) il quale, dopo essersi diplomato presso la White Plains High School, si era iscritto alla Harvard University laureandosi nel 1974, Magna Cum Laude, in Archeologia. Non appagato, quattro anni dopo si sarebbe portato a casa una seconda laurea in Medicina (con specializzazione in malattie infettive) frequentando la Tufts University School. 
La qual cosa lo avrebbe portato - ne abbiamo già parlato - a lavorare nel campo dell’industria farmaceutica per trent’anni, venti dei quali trascorsi come presidente e amministratore delegato di un’importante azienda di biotecnologie del Massachusetts. In ogni caso proponendosi anche come direttore di diverse altre compagnie farmaceutiche pubbliche e private. Non bastasse, a conferma della sua versatilità, strada facendo si sarebbe dedicato alle sceneggiature e al ruolo di produttore cinematografico con la Lascaux Pictures, “complice” la frequenza della prestigiosa Boston University Film School. 
Tutto questo senza trascurare le sue inclinazioni letterarie - supportate dal piacere della lettura, ieri come oggi, di Pian della Tortilla di John Steinbeck (“Il libro più divertente, tenero, bello e profondo che sia mai stato scritto”) - che lo avevano visto debuttare sugli scaffali nel 2009 con Library of the Dead, pubblicato come La biblioteca dei morti dalla Nord, il suo editore italiano di riferimento. Un romanzo tradotto in 22 Paesi benché - come lui stesso tiene a precisare nei suoi incontri con il pubblico, evidentemente perché la lingua batte dove il dente duole - fosse stato rifiutato da 65 agenzie, tanto da fargli dichiarare che scovare un agente letterario per lui si era rivelato più complicato che trovare un editore. E questo lavoro, che doveva rappresentare un unicum, avrebbe fatto da apripista ad altri tre romanzi con lo stesso protagonista, Will Piper. 
A questo punto spazio al suo quattordicesimo romanzo, I figli di Dio (Nord, pagg. 442, euro 20,00, traduzione di Barbara Ronca), che l’autore ha presentato - secondo una consuetudine ormai consolidata - anche in Italia, e più precisamente presso la Basilica di Massenzio a Roma. Un luogo ideale per parlare di un libro che si snoda fra fede e scienza, mistero e suspense, e che risulta imbastito su tre giovani done, tre miracoli e una minaccia. Da qui tre diverse ambientazioni (segnate da altrettante ragazzine vergini e incinte) per arrivare alla quarta, Roma (“Una città pazzesca, bellissima, ma anche sconcertante, enigmatica”), ovviamente incentrata sul ruolo del papa che, in questa misteriosa vicenda, vuole vederci chiaro. 
La vicenda parte da Manila, nelle Filippine, dove succede l’impensabile. “Nausea, mal di testa, uno svenimento: per sapere di cosa si tratti, Maria, una sedicenne che vive in una baraccopoli, affronta la lunga attesa per essere visitata da un medico volontario. La diagnosi è semplice: aspetta un bambino. Ma le circostanze di quella gravidanza sono eccezionali... Maria infatti è ancora vergine”. Secondo approdo a Gort, in Irlanda. “Da alcuni giorni, fuori della casa della famiglia Riordan si allunga una fila di persone raccolte in preghiera. Vogliono un’unica cosa: vedere e toccare la giovane Mary, una sedicenne vergine. A sua volta in attesa di un bambino”. Il terzo atto ci porta a Lima, in Perù. Dove “l’arcivescovo della diocesi sudamericana manda un messaggio urgente al Vaticano: uno sperduto villaggio di montagna sta diventando meta di pellegrinaggi, perché si è sparsa la voce che lì vive una sedicenne, anche in questo caso vergine, incinta e a sua volta di nome Maria”. 
Sconcertato, il papa decide di affidare a Cal Donovan (un personaggio che abbiamo già imparato a conoscere) il compito di incontrare le tre vergini “per capire se quello che è successo loro sia un miracolo autentico. Cal si mette subito in viaggio e incontra prima la ragazza filippina, poi quella irlandese. Entrambe sono disorientate e non sembrano rendersi conto di cosa stia accadendo. Ma c’è un altro punto in comune. Tutte e due, una sera di qualche mese prima, mentre tornavano a casa, erano state accecate da una luce abbagliante e avevano sentito una voce dire loro: Sei stata scelta”. 
Sconcertato Cal vola in Perù, ma non riuscirà a incontrare la terza Maria: la ragazza è infatti scomparsa. E, nel giro di poche ore, anche delle altre due vergini si perdono le tracce. Cosa sta succedendo? Chi ha sequestrato le tre giovani? “Mentre il mondo si interroga sulla loro sorte, Cal intuisce che forze oscure fuori e dentro le gerarchie ecclesiastiche hanno messo in moto un piano per destabilizzare dalle fondamenta il papato di Celestino VI. E lui è l’unico che può sventare la più grande minaccia che incombe sulla Chiesa di Roma dai tempi dello scisma d’Occidente e della riforma protestante...”. 
Che dire: un altro centro nel carnet narrativo di Glenn Cooper, capace di intrigare e dare voce a tematiche non facili. In ogni caso trattate con la sua consueta levità. Dando voce al grande potere della suggestione, al ruolo della fede e all’incredibile amore che può sconvolgere ogni piano. Con una precisazione al seguito: “La religione è sempre stata un elemento dominante della cultura e della politica per duemila anni. Così non mi sono sottratto a questo richiamo. Tanto più che gli intrighi del Vaticano rappresentano per me un qualcosa di irresistibile. Potevo non farmene carico ancora una volta?”.

L’ultimo consiglio per gli acquisti è legato alla penna dello scozzese Stuart MacBride, un autore da due milioni e passa di copie, tradotto in mezzo mondo e che in Italia si è affidato ai tipi della Newton Compton, con 15 romanzi pubblicati, dieci dei quali legati all’interpretazione dell’ex sergente, poi promosso ispettore, Logan McRae (un poliziotto onesto e capace, fedele nei confronti di chi lo rispetta), che avevamo imparato a conoscere ne Il collezionista di bambini (Premio Barry come miglior romanzo d’esordio), e altri tre dedicati alla detective Constable Ash Henderson, un donna vivace e fuori dalle righe, quanto abile nell’uso delle armi nonché portatrice di un terribile segreto. 
E ora eccolo di nuovo sugli scaffali (esattamente a un anno di distanza dalla pubblicazione de Il cadavere nel bosco) con un nuovo personaggio, che poi tanto nuovo non è visto che aveva già tenuto banco in altre storie, seppure con un ruolo non di primissimo piano. Ovvero l’ispettore capo Roberta Steel che, ne Il ponte dei cadaveri (pagg. 380, euro 9,90, traduzione di Francesca Noto), si conquista la prima pagina attraverso un maquillage portato avanti, come si conviene, da un autore che ama giocare con il lettore all’insegna di una cattiveria macchiata di ironia e di un graffiante umorismo nero. 
Il quale autore confessa di averla lasciata in sospeso, “essendo stata beccata con le mani nella marmellata”, proprio ne Il cadavere nel bosco. E visto che il suo Logan l’aveva fatto lavorare sodo negli ultimi due romanzi, e quindi necessitava di una vacanza, ha deciso di regalare spazio appunto a Roberta Steel, riservando a Logan soltanto “un minuscolo cameo” in quanto, a guardar bene, “questa storia non lo riguardava”. In ogni caso Rebecca non sarà sola in questa nuova indagine, nel senso che “a farle compagnia e a cercare di impedirle di fare cose che dispiacerebbero a tutti troveremo l’agente Stewart Quirrel”. 
Per la cronaca Roberta Steel è un personaggio scomodo, in quanto la diplomazia non è uno dei suoi punti forti. Lei che ha “quarant’anni passati da un po’, che è lesbica dichiarata e sposata con Susa dalla quale, grazie all’aiuto di Logan, ha due figli”. Lei, poco abituata a tenere a freno la lingua, che si trova alla guida “di una squadra scalcinata, un team di agenti messi insieme in seguito alla loro conclamata incapacità di risolvere anche i casi più semplici”. Lei che ha cercato di incastrare Jack Wallace, aggressore seriale di donne, in modo da chiuderlo in cella per sempre, ma è stata pizzicata mentre falsificava le prove. La qual cosa le è costata la perdita del grado, mentre il “suo” criminale viene rilasciato. 
Dal giorno stesso in cui Wallace viene rimesso in libertà, le aggressioni ricominciano. “Roberta non ha dubbi sul fatto che sia lui il responsabile, ma la legge ha stabilito di stargli lontano, pena la perdita totale del distintivo. Le alte sfere, oltretutto, non hanno alcuna intenzione di ascoltarla, non dopo il disastro che ha combinato l’ultima volta. Preferiscono riempirla di casi e tenerla lontana dalla sua ossessione: d’altronde non è meglio rendersi utile che tormentare un uomo innocente? Ma Roberta Steel sa che Wallace è colpevole. Ne è sicura. E più aspetta ad agire, maggiore sarà il numero di donne aggredite. La domanda è: che cosa è disposta a sacrificare per fermarlo una volta per tutte?”. 
Ricordiamo infine che MacBride - incoronato autore dell’anno dai critici del The Times e inserito, da uno che se ne intende come James Ellroy, fra i protagonisti del tartan noir contemporaneo (una forma di letteratura gialla, tanto per intenderci, specifica della Scozia) - è nato a Dumbarton il 27 febbraio 1969, è cresciuto ad Aberdeen (dove bene e spesso ambienta i suoi lavori), ha studiato architettura all’Università di Edimburgo e oggi vive nel Nord-Est della Scozia con la moglie Fiona (“Complice e grande preparatrice di tè”), la gattina Grendel (“Compagna, musa ispiratrice e consigliera nelle parti più sanguinose”) e il micetto “soffice” Beetroot. 
Un autore - lo ribadiamo - decisamente fuori dalle righe, che curiosamente si dice affezionato al genere fantascientifico (pur non praticandolo), il quale, prima di guadagnarsi lucrosi contratti editoriali, aveva fatto di tutto: dall’addetto alle pulizie allo sviluppatore di applicazioni per l’industria. Lui piacevole millantatore, come quando si dichiara “maestro” nella produzione di patate, salvo poi ammettere che il suo orto è un vero disastro, in altre parole un concentrato di erbacce. 
Per contro, dal punto di vista narrativo, MacBride si offre ai lettori - repetita iuvant - con la genialità di chi sa avvincere e convincere, quella stessa che lo ha portato ad accasarsi in cima alle classifiche di vendita del Regno Unito e non solo. A fronte di una scrittura a volte crudele e aggressiva, altre volte angosciosa e delirante, quasi sempre intessuta di una ben giocata malizia che, quasi senza darlo a vedere, trascina il lettore verso il “suo” inferno. Peraltro tratteggiando personaggi che lasciano il segno, siano essi positivi o negativi, e dando voce ad ambientazioni che, pagina dopo pagina, finiscono per conquistare i lettori.

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