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Non credere a niente, anche se a indagare, in un castello di specchi e di inganni, è l'ex vicequestore Colomba Caselli

Torna in libreria Sandrone Dazieri nel terzo atto della trilogia psicologica iniziata con Uccidi il Padre, giocando a rimpiattino fra fatti e misfatti, vicende e personaggi. Mettendosi peraltro a nudo per i lettori di Economia Italiana.it


07/01/2019

di Mauro Castelli


Un personaggio che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo Sandrone Dazieri. Brillante e curioso, vegetariano e pacifista, accattivante e pronto alla battuta, eclettico e stravagante, a volte persino eccessivo nella sua megalomania (“In realtà mi riconosco soltanto in parte in queste definizioni. Vegetariano e pacifista, certo, ma anche stravagante, per via di certi problemi che hanno pesato, e molto, sul mio vissuto. Avevo soltanto quattro anni e mezzo quando, dopo una lunga malattia, morì papà, sindacalista della Cgil, e io iniziai a frequentare il mondo della psichiatria per via di una crisi depressiva che mi avrebbe dirottato verso una personalità autistica. Con tanti problemi al seguito e decisioni non sempre razionali”. 
Ad esempio “esco raramente, ho pochi amici, fatico a rapportarmi con le relazioni sociali e sto male se mi invitano a cena e non conosco una parte dei commensali…”. Un disagio in parte percepito, la scorsa estate, durante un pranzo organizzato, in occasione del Cantiere ZoccaNoir, da Loriano Macchiavelli. Sul quale autore Dazieri non manca di riservare un positivo giudizio: “L’avevo conosciuto quand’ero ancora alle prime armi e lui era già un decano della narrativa di settore, pronto ad approcciare criticamente sia il sociale che la politica con penna ferma e uno sguardo quanto mai interessante sul Paese”. 
Di certo a non raccontarla, la storia di Dazieri, sarebbe quasi un delitto. In quanto così ricca di fatti, di aneddoti e di curiosità da sembrare rubata a quelle di certi autori americani che, per crearsi immagine e farsi notare, si danno un gran da fare nell’inventarsi un curriculum a uso e costume dei giornalisti. D’altra parte, come si sa, la pubblicità è l’anima del commercio anche per gli scrittori. 
Per contro, quella di Sandrone - nato a Cremona il 4 novembre 1964, all’anagrafe soltanto Sandro, nome peraltro lievitato strada facendo (“Successe ai tempi dell’Università per distinguermi da uno che si chiamava come me”) non tanto per l’aspetto fisico, quanto per quel suo modo di proporsi vigorosamente alternativo, controcorrente, senza compromessi - è una vicenda umana e professionale ricca di suo, che l’interessato ci racconta a cuore aperto in occasione dell’uscita de Il re di denari (Mondadori, pagg. 500, euro 19,50). Un romanzone che completa la trilogia (Uccidi il padre e L’angelo i primi due lavori) imbastita sulle figure dell’ex vicequestore Colomba Caselli e del suo amico, il bizzarro esperto di persone scomparse Dante Torre, che questa volta si trova, sfortunatamente per lui, dall’altra parte della barricata. 
Risultato? Un nuovo colpo vincente, anche se non tutti sembrano essere del nostro avviso (come la bellezza è negli occhi di chi la guarda, una buona lettura è nella testa di chi se ne fa carico), per quello che è considerato il maestro del thriller psicologico italiano, tradotto in una ventina di Paesi (“All’appello mancano ancora - ferme restando le soddisfazioni arrivate dal mercato inglese - Cina e India” ) e abile come pochi nel “costruire un castello di specchi e di inganni, una matrioska di colpi di scena che si susseguono pagina dopo pagina sino all’inquietante finale”. 
Lui capace di giocare a rimpiattino fra falsi e veri indizi, nel condurre con stile e padronanza il succedersi degli eventi, nel regalare istantanee che sorprendono e lasciano il segno. Lui così abile, senza darlo a vedere, nello scandagliare i lati più oscuri dell’animo umano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Anche se, quando si tratta di delitti e di colpi di scena, non si fa mancare nulla, ricorrendo spesso a immagini forti. 
Detto questo, spazio alla trama de Il re di denari, dove incontriamo Colomba, tormentata dall’insonnia e da attacchi di panico, ancora intenta a leccarsi quelle ferite, fisiche e morali, che le aveva inflitto - un anno e mezzo prima - un uomo senza nome che l’aveva quasi uccisa e aveva per di più rapito il suo amico Dante. Lasciata la divisa, Colomba vorrebbe cancellare dalla sua vita il segno della violenza e della morte. Purtroppo succede quel che non dovrebbe succedere. All’indomani di una terribile tempesta di neve che ha gelato le Marche, Colomba trova infatti nel suo capanno per gli attrezzi un ragazzo autistico infreddolito, sotto shock e per di più imbrattato di sangue. 
L’ex vicequestore vorrebbe lasciar perdere, ma non ce la fa. E ben presto scopre che Tommy - così si chiama il ragazzo - è l’unico sopravvissuto (oltre che sospettato) di una strage familiare. E soprattutto, nel suo modo di fare, si legge il marchio del Padre, il rapitore e assassino seriale che Colomba aveva ucciso anni prima. Che ci sia qualcuno che ne sta seguendo le orme o Tommy è soltanto il primo tassello di un mistero che affonda le radici nel passato e può aiutarla a scoprire dove Dante è tenuto prigioniero? Già, Dante, che intanto si è risvegliato in un luogo che non può esistere e adesso deve lottare per sopravvivere… 
Per farla breve, un lavoro - frutto di approfondite ricerche - che ha un suo perché, nel quale Dazieri mischia sapientemente realtà e fantasia. Così eccolo precisare: “Molte delle cose che nomino in questo romanzo sono vere, seppure adattate. Così Villa Blu non esiste, anche se esisteva una Villa Azzurra sulla quale vi invito a informarvi e, in tal modo, scoprirete che certi trattamenti medioevali sui neuro-diversi sono arrivati sino ai nostri giorni. Anche l’Agro-guerra di Cremona esiste, e la storia è più o meno quella che ho raccontato. E vera è anche la storia degli autistici della Silicon Valley…”. 
Detto del libro, spizzichi di vita - all’insegna di chissà quante sorprese - legati al nostro autore. Lui che vive fra Milano (“Dove ho una casa-studio”) e le Marche (“Con mia moglie ci siamo comprati una casa in campagna, dove gli animali la fanno da padrone. E dove vorrei avere anche un maiale, se non fosse per le dimensioni che raggiunge…”). 
Lui che incontriamo ragazzino insofferente trasferirsi, dopo le scuole medie frequentate nella sua città natale (“Mia madre, visto che ero un bravo studente, avrebbe voluto che mi iscrivessi al liceo classico”), nel collegio della scuola alberghiera di San Pellegrino Terme, in provincia di Bergamo, per diventare cuoco. 
“Una sorta di liberazione, per me, in quanto in casa si respirava un’aria triste, che mi aveva reso introverso e che forse aveva contagiato anche mia sorella. Ma non furono rose e fiori, in quanto nel corso del primo anno dovetti subire le angherie dei compagni, una specie di nonnismo militare. Poi, grazie anche alla mia buona conoscenza dell’italiano, la musica sarebbe cambiata, in quanto in molti avevano bisogno dei miei suggerimenti. Così mi guadagnai il nomignolo di avvocato”. Il tutto a fronte di esperienze estive sul campo. “Iniziate nel ristorante-pizzeria Lo stagnino di Cremona, proseguite a Vallese, un paese sopra Bergamo, e quindi a fronte di un ritorno a casa presso l’Hotel Continental”. 
Dopo il triennio in quel di San Pellegrino avrei frequentato il quarto e quinto anno della scuola a Milano. “In quel periodo pensavo, romanticamente, che come cuoco avrei potuto viaggiare per il mondo, anche se il filone degli chef doveva ancora essere inventato. Invece mi limitai a fare il pendolare sul capoluogo lombardo - una città ricca di librerie e di cultura che per me rappresentava un sogno a occhi aperti - dove in seguito mi sarei iscritto a Scienze politiche, per poi lasciare la facoltà a soli cinque esami dalla laurea”. Una delle sue tante scelte prese a cuor leggero, come quando, dopo aver superato l’esame orale per la patente di guida, non si sarebbe presentato alla prova su strada pur avendo frequentato un infinito numero di lezioni. Risultato? Non ci avrebbe più nemmeno voluto provare e quindi niente patente. 
Che altro? Sotto la Madonnina - dove si era dato da fare anche come addetto al servizio d’ordine nei concerti - si era trovato a dormire sui treni della Stazione Centrale, a occupare abusivamente case sfitte, a fare il facchino (“In realtà avevo fondato una cooperativa per cercare di sbarcare il lunario”) e a entrare casualmente in contatto, complice un’occupazione di facoltà datata 1985, con il Centro Sociale Leoncavallo. Del quale Centro sarebbe diventato ben presto un attivista di punta (“Per via della barba sembravo più vecchio di quello che in realtà ero”), impegnandosi in lotte ambientalistiche e per il diritto alla casa, oltre che in manifestazioni, cortei e occupazioni. Finendo peraltro anche nei guai. 
Ad esempio successe che a 22 anni, durante una manifestazione contro la centrale nucleare di Montalto di Castro, fosse arrestato, incarcerato per un breve periodo a Civitavecchia e poi rimesso in libertà vigilata. Ma sarebbe stato, quello, soltanto uno dei tanti processi che lo avrebbero visto alla sbarra nei dieci anni a seguire, sempre per reati minori che andavano dall’occupazione a cortei non autorizzati. 
Sin quando nel 1994 decise di abbandonare la politica attiva - lasciando tutti allibiti nel corso di una assemblea del Leoncavallo, edificio che poco dopo sarebbe stato raso al suolo dalle ruspe - in quanto “senza rimpianti” riteneva che “il suo percorso si fosse esaurito”. 
Che altro? Una passione di vecchia data per la narrativa gialla, che aveva iniziato a “frequentare e amare sin da bambino sulla scia dell’interesse della madre, di professione infermiera”. Passione strada facendo allargata all’horror, alla fantascienza e allo spionaggio. Con il ricordo ancora vivo di quando aveva incominciato “a scrivere i suoi primi pezzulli per il giornalino della scuola in abbinata a un racconto horror ignorato alla grande dalla rivista alla quale l’avevo inviato”. 
Di fatto l’amore per la scrittura e la lettura lo avrebbe fatto avvicinare all’editoria come correttore di bozze nel service editoriale Telepress (“Presi il posto di un’amica che aveva deciso di lasciare, forte di una assoluta inesperienza mitigata da alcuni consigli mirati”), guadagnandosi  poi il posto di redattore in abbinata alla tessera di giornalista pubblicista grazie ad articoli scritti per le riviste in conto terzi del service e alla “complicità” di una collaborazione con Il Manifesto in qualità di esperto di controculture e narrativa di genere. Qualifica seguita da quella di caporedattore e, infine, di amministratore delegato. 
E per quanto riguarda il suo debutto sugli scaffali? Risulta datato 1999 con il romanzo Attenti al Gorilla, subito apprezzato sia dalla critica che dal pubblico dei lettori. A quel punto, forte del successo ottenuto, sarebbe stato chiamato a dirigere i Gialli Mondadori e, ben presto, anche tutto il comparto dei libri destinati alle edicole. 
Impegni importanti che non lo avrebbero distolto dalla scrittura a fronte di altri quattro noir (La cura del Gorilla, Gorilla Blues, Il Karma del Gorilla e La bellezza è un malinteso), un romanzo per ragazzi (Ciak si indaga), numerosi racconti, oltre ad alcuni soggetti per fumetti, anche quest’ultima una sua radicata passione. 
Nominato nel 2004 direttore dei Libri per Ragazzi Mondadori, avrebbe lasciato questo incarico due anni dopo scegliendo di diventare autore a tempo pieno. Non prima però di aver incontrato, alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, la donna della sua vita, la russa Olga Buneeva. “Era il 2006 e lei lavorava per la casa editrice moscovita Rosnet. Una donna bella e di grande cultura che mi conquistò senza compromessi e che avrei sposato l’anno successivo sotto le due Torri. Lei che, al contrario del sottoscritto, risulta portatrice di ben quattro lauree e parla diverse lingue, cinese compreso. Ma che, nonostante questo, se in casa c’è da trapanare qualcosa non si tira indietro, mentre io mi limito a darmi da fare con la tecnologia e l’elettricità”. 
Da ricordare inoltre che Sandrone Dazieri, un “antisportivo per eccellenza” che strada facendo si sarebbe dovuto rapportare anche con il nomignolo di Kriminal (“Per motivi che non ho mai capito”, tiene a precisare), in abbinata al regista Gabriele Salvatores e al produttore Maurizio Totti, ha anche fondato la casa editrice “Colorado Noir”, iniziativa che si sarebbe persa per strada dopo un promettente inizio, ma soprattutto si è imposto come sceneggiatore e headwriter delle fiction Squadra antimafia, Intelligence e R.I.S Roma
E per quanto riguarda il suo domani narrativo? “Sto lavorando su più fronti: a un paio di fiction televisive che forse si realizzeranno o forse no; a un nuovo thriller orfano di Dante e Colomba, nonché a un altro Gorilla, da troppo tempo a riposo, alle prese con una storia capace di raccontare questi tempi malvagi…”. 
Insomma, un paniere ricco di buone intenzioni, in quanto Dazieri assicura di dare vita, per ogni suo romanzo, a sei o sette diverse versioni del testo all’insegna di un robusto lavoro di ricerca (“E io non ho mica al servizio uno staff come tanti colleghi americani… Fermo restando il mio legame stretto con autori del calibro di Stephen King, Don De Lillo e del rimpianto Philip Roth”, scomparso nel maggio scorso a New York). 
E lo fa raffrontandosi, da autodidatta quale si definisce, “con una scrittura stratificata”: quella che, partendo da un fatto che lo ha colpito, lo porta “a irrobustire la trama, senza darlo a vedere, appunto con strati che si rifanno alla cultura pop, a quella fumettistica e via dicendo”. E i risultati, nemmeno a ricordarlo, si vedono.

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