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Npl, le banche accelerano. E per il credito con il contagocce non ci sono più alibi

Secondo Banca Ifis e PwC il 2017 potrebbe essere l’anno della svolta per ridurre lo stock dei crediti deteriorati. In tale ambito UniCredit, Mps e Banco Bpm sono stati gli istituti più attivi sul mercato. Ma la stretta della Bce non piace ai banchieri…


06/11/2017

di Giambattista Pepi


Ammonta a oltre 33 miliardi di euro il valore delle transazioni su portafogli di crediti deteriorati concluse in Italia da inizio anno da parte delle banche. Fondata su rilevazioni e proiezioni, la cifra è contenuta nel report “Market Watch Npl - The Italian Scenario” realizzato da  Banca Ifis secondo la quale il 2017 si chiuderà con la cessione  di crediti non performanti (Npl) per 71 miliardi di euro di controvalore, il che farebbe salire complessivamente a 104 miliardi di euro l’importo di questi crediti (cifra che comprende, tra l’altro, i 17 miliardi delle operazioni avviate da UniCredit alla fine del 2016, ma realizzate effettivamente nel primo semestre 2017) collocati nel mercato domestico. Un ammontare notevole e, comunque, superiore ai volumi venduti nel 2015 (19,1 miliardi) e nel 2016 (17,3 miliardi). 
Tra gli istituti di credito più attivi in questo mercato UniCredit, Banca del Monte dei Paschi di Siena e Banco Bom (vedi info-grafica) occupano le prime tre posizioni, rispettivamente, con 27,5 miliardi di euro, 3,6 miliardi di euro e 3,3 miliardi di euro. Di un soffio fuori dal podio le tre nuove banche Etruria, Marche e Carichieti (acquisite da Ubi Banca) che hanno venduto un portafoglio di 2,2 miliardi di euro ad Atlante II (il fondo di investimento alternativo formato da investitori privati e gestito da Quaestio Capital Management Sgr spa) contenente nuovi prestiti generati dopo la messa in risoluzione dei “vecchi” istituti nel 2015 da parte della Banca d’Italia. Da segnalare, inoltre, la presenza di Intesa Sanpaolo, grazie al portafoglio di 2,1 miliardi di euro venduto al fondo Crc. 
Pur essendo fortemente diminuiti con il lavoro di “pulizia” dei bilanci svolto dalle banche e l’aiuto giunto dal progressivo miglioramento dell’economia, quello dei crediti problematici rimane un problema rilevante. Un “nodo” che, secondo gli esperti, avrebbe condizionato non poco l’attività bancaria con un inasprimento dei criteri di valutazione per la concessione di credito a imprese e famiglie in particolare dal 2012 (l’anno della crisi dell’euro e del debito sovrano) al 2014 (l’anno che ha fatto da spartiacque tra la fine della recessione e l’inizio della ripresa) dando luogo al triste fenomeno della ristrettezza creditizia (“credit crunch”). 
Un risultato che, stando ai banchieri, sarebbe dovuto a una serie di attività indispensabili per rimettere in ordine i bilanci e i conti economici degli istituti di credito compromessi dagli effetti negativi della prolungata crisi finanziaria ed economica che ha impattato sulle famiglie e sulle imprese non consentendo loro di poter rimborsare i prestiti ricevuti. Molti di questi crediti sono diventati sofferenze, crediti cioè di dubbia o di difficile esigibilità, in parte ceduti, dopo essere stati cartolarizzati al mercato, e in parte rimasti iscritti in bilancio dopo essere stati svalutati e garantiti mediante accantonamenti secondo quanto prescritto dalla regolamentazione della vigilanza della Bce (152 miliardi negli ultimi sei anni secondo dati forniti dall’Abi in occasione della Giornata del Risparmio). 
In alcuni casi (come, ad esempio, la cartolarizzazione di crediti in sofferenza lordi per un controvalore di 26,1 miliardi di euro ceduti dal Monte dei Paschi di Siena ad Atlante II) peraltro accompagnati dalla Garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze dello Stato: uno strumento che ha avuto un impatto limitato perché il Tesoro, per non violare la disciplina comunitaria sugli aiuti di Stato, si è fatto garante solo dei crediti non performanti con minor rischio e minor rendimento che avessero, però, il rating “investment grade”. Cioè che non fossero di infimo livello qualitativo (o junk, termine inglese che significa spazzatura). 
Infatti, pur con questo travaso di crediti deteriorati sul mercato, i volumi di Npl nei bilanci delle banche italiane restano tra i più elevati in Europa. Come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, intervenendo il 31 ottobre alla Giornata Mondiale del Risparmio, “nel secondo trimestre di quest’anno il flusso dei nuovi crediti deteriorati è diminuito al 2% del totale dei prestiti, un valore in linea con la media osservata negli anni che hanno preceduto l’avvio della crisi finanziaria globale. Anche la consistenza dei crediti deteriorati si sta riducendo rapidamente: al netto delle rettifiche di valore a giugno era scesa a 150 miliardi, l’8,4% dei finanziamenti complessivi, dal picco di 200 miliardi, circa l’11% del totale, raggiunto nel 2015. Per le sole sofferenze l’incidenza sui prestiti si è ridotta dal 4,8 al 3,9%”. 
Nei prossimi mesi le operazioni di cessione e di cartolarizzazione già in corso e quelle annunciate di recente da più banche forniranno un ulteriore impulso alla riduzione dello stock di crediti deteriorati che, sempre al netto delle svalutazioni già in essere, scenderebbero al di sotto dell’8% del totale dei prestiti nei primi mesi del 2018. 
“Con una riduzione prevista di 60-70 miliardi, il 2017 può essere considerato un anno importante per gli Npl. È stata presa la strada giusta, ma visti i numeri della massa che resta, il problema non è ancora superato”, spiega dal canto suo Pier Paolo Masenza, financial services deals leader di Pwc nel rapporto “The Placet to Be” (nella traduzione dall’inglese, il “posto giusto” per gli operatori del settore) di PricewaterhouseCoopers (PwC). Secondo il quale “c’è ancora molto da fare, ma gli interventi compiuti a vario titolo hanno dato una buona mano, come dimostra l’andamento ascendente dei titoli bancari in Borsa e la diminuzione dello spread”. 
Il cammino che separa l’attuale tasso degli Npl italiani pari al 18% (dati Fmi) dall’asticella del 7% di sicurezza definita dalla Bce, resta d’altro canto ancora lontano. Come ha indicato Fedele Pascuzzi, business recovery services leader di PwC, lo stock degli Npl andrebbe ridotto di altri 120 miliardi per arrivare a livelli di “normalizzazione”. Di fatto si tratterebbe di tornare ai livelli di crediti deteriorati del 2009, quando gli Npl erano 132 miliardi, pari al 7,8% (dati Pwc) dei crediti totali. Proprio per questa ragione la Banca Centrale Europea, pur riconoscendo l’impegno profuso dalle banche Ue, e in particolare da quelle italiane, per “alleggerire” i loro bilanci da questa “zavorra”, ha continuato a ritenere prioritaria la soluzione del problema degli Npl. E non ha mai perso occasione per sollecitare il management degli istituti di credito ad agire con lungimiranza e risolutezza su questo versante, così come ha insistito perché rivedano il loro modello di governance e di business per accrescere la redditività e gli utili. 
Da ultimo, la Bce ha posto in consultazione, fino all’inizio di dicembre, un documento di integrazione delle linee guida per la gestione dei crediti deteriorati ai fini della vigilanza (il cosiddetto “Addendum”) con cui propone che, a partire dal 1° gennaio 2018, le banche debbano svalutare integralmente i nuovi crediti deteriorati entro due anni, se non garantiti, e dopo sette se garantiti.  Le organizzazioni di categoria (Abi e Federcasse in testa) hanno espresso tutta la loro preoccupazione per le eventuali ricadute sul credito all’economia se questa integrazione della regolamentazione della vigilanza diventasse operativa. 
Ma tornando al mercato domestico dei crediti deteriorati, c’è da osservare, secondo il rapporto di Banca Ifis, che all’offerta corrisponde una domanda non proprio vivace, perché è ancora alimentata prevalentemente da player italiani. Il 61% delle offerte, infatti, si trova nei portafogli di compratori nazionali. E le società internazionali? L’interesse c’è, ma il mercato domestico non sarebbe ancora maturo poiché mancherebbe la massa critica.   Banca Ifis, tuttavia, fa notare che “per far fronte a una mole così consistente di crediti problematici, i player internazionali continuano l’acquisizione di piattaforme di servicing”. Nel 2017 sono andate in porto quattro operazioni: Bain Capital ha acquisito Heta Asset Resolution; Varde ha rilevato il 33% di Guber; Kkr ha comprato Sistemia; infine Lindorff ha acquistato Gextra. 
I prezzi medi dei portafogli garantiti da beni o immobili sono diminuiti del 33% nel secondo trimestre dell’anno a causa di un incremento dell’offerta in questo segmento di mercato. Salgono dell’11%, invece, quelli dei portafogli consumer. 
Il mercato dei crediti difficili è in costante divenire. La “materia prima” (i crediti deteriorati) non manca, le banche devono per forza “alleggerire” i loro bilanci dagli Npl ma non vogliono cedere questi asset a prezzi di saldi mentre gli acquirenti, anche se non sono molti, ci sono ma vorrebbero acquistarli al loro prezzo. Insomma gli “ingredienti” per far crescere il mercato esistono. Se dovesse poi passare la proposta della Bce, le banche che non volessero (o potessero) permettersi di accantonare ulteriori capitali a garanzia dei crediti non performanti di “nuova generazione”, dovrebbero accelerare i tempi di dismissione di quelli “vecchi” e questa circostanze potrebbe comportare di concedere un forte sconto rispetto al valore di libro degli Npl ancora iscritti a bilancio. Si potrebbe, pertanto, contribuire a rendere più dinamico il mercato e avviare a soluzione uno tra i problemi che maggiormente ha angustiato il sistema bancario e, forse, ha fornito ai banchieri negli ultimi anni un alibi per decidere se, come e quando, aprire il portafoglio del credito all’economia.

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