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Paradossi in salsa tricolore: il Governo rilancia i voucher, ma non è il lavoro che manca

Sono circa tre milioni gli italiani disoccupati, nonostante migliaia di posti restino scoperti per mancanza di figure professionali idonee. Tra i profili più ricercati ingegneri, fisici, chimici, informatici e tecnici, oltre a venditori, fabbri, carpentieri, operai specializzati e agricoltori


16/07/2018

di Giambattista Pepi


Un punto al Movimento 5 Stelle per il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari. Un punto alla Lega per i voucher. Tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, vice-premier e ministri (del Lavoro e della Previdenza il primo, dell’Interno il secondo), è pari e patta. Così, da una parte, l’Ufficio di presidenza della Camera ha approvato la delibera presentata dal presidente Roberto Fico (M5S) per il ricalcolo con il metodo contributivo dei vitalizi percepiti dagli ex parlamentari (gli interessati dal provvedimento sono 1.248 in tutto per un risparmio atteso dai tagli, che vanno dall’80 al 20% degli importi finora percepiti, di 40 milioni di euro) a partire dal 1° gennaio 2019, cavallo di battaglia del movimento di Beppe Grillo fin dalla sua fondazione; dall’altra Salvini ha incassato la reintroduzione dei voucher, sia pure limitati ai settori dell’agricoltura e del turismo. 
“Se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano”, ha detto Di Maio presentando le linee guida dei suoi dicasteri al Senato la settimana scorsa. Consapevole che la base dei militanti potrebbe non digerire facilmente uno strumento che vedono come fumo negli occhi - assimilandolo tout court alla deprecata precarizzazione del lavoro e al Jobs Act di renziana memoria, che proprio con il Decreto Dignità si è iniziato a smantellare - di Maio, per indorare la pillola, si è affrettato a invocare attenzione dal Parlamento (“L’unica cosa che chiedo alle forze di maggioranza è quella di evitare abusi in futuro”). 
Ma cosa sono i voucher? Stando all’etimologia del termine (dall’inglese to vouch, che significa attestare o garantire) sono “documenti” emessi dalle agenzie di viaggio ai propri clienti come conferma del diritto a godere dei servizi turistici già pagati all’agenzia stessa. Dal turismo i voucher sono finiti nel mondo del lavoro. 
In Italia i datori di lavoro occasionale possono utilizzare i voucher corrispondendo così ai prestatori d’opera la retribuzione e, contemporaneamente, versando i contributi previdenziali e assicurativi all’Inps e all’Inail. 
Negli anni la legislazione è cambiata diverse volte e il tradizionale ambito di utilizzo del voucher (lavoro domestico, agricoltura e così via) è stato esteso a qualsiasi settore, seppur con varie limitazioni in termini di importo massimo annuo. 
Partiti politici e sindacati sono divisi sul loro utilizzo e se per alcuni i voucher costituiscono un potente strumento di sfruttamento del lavoro, e, quindi della sua precarizzazione, per altri sono un ausilio prezioso per prestazioni lavorative temporanee o occasionali da utilizzare in determinati settori come l’agricoltura (per la raccolta di ortaggi o frutta nei campi e nei frutteti o nel settore turistico come per i bagnini nei lidi balneari), senza dei quali le imprese avrebbero difficoltà a svolgere la loro attività.  
“A furia di vedere l’albero si finisce per non vedere il bosco” diceva Karl Marx. Il filosofo tedesco, in altre parole, intendeva dire che se ci si sofferma troppo sul particolare si finisce per perdere di vista il generale, la prospettiva d’insieme. 
Ci vorrebbe ben altro che i voucher per dare lavoro ai disoccupati (2.912.000 ad aprile 2018 secondo l’Istat: dato che non tiene conto di quelli che il lavoro nemmeno provano a cercarlo tanto sono sfiduciati). Ma non possiamo non continuare a stupirci quando apprendiamo che nel Paese (e non da ora) ci sono migliaia di posti di lavoro non occupati per mancanza di figure professionali idonee a farlo. Impossibile? Eppure è così. 
Tanto per cominciare in Italia, nei prossimi 5 anni, mancheranno 11.800 medici. Finora abbiamo ancora più medici degli altri Paesi dell’Unione Europea con sistemi sanitari simili ma da qui al 2022, tra uscite dal lavoro e numero contingentato di nuovi specialisti, mancheranno all’appello (si fa per dire) 11.803 dottori, anche se si andasse ad un totale sblocco del turn over. Questo anche a causa del fatto che il 35% lascia il lavoro prima dei limiti di età, perché vanno in pensione anticipatamente o preferiscono andare a lavorare in strutture e aziende sanitarie private. 
Il dato è contenuto in un’indagine della Federazione delle aziende sanitarie pubbliche (Fiaso) presentata in occasione dell’Assemblea annuale. Dall’indagine – basata su un campione rappresentativo di 91 aziende sanitarie e ospedaliere, pari al 44% dell’intero universo sanitario pubblico - emerge che un medico su tre lascia dunque per motivi diversi dal raggiunto limite d’età. Le uscite anticipate dei medici dal servizio pubblico, spiega il presidente Fiaso Francesco Ripa di Meana, “hanno varie ragioni, come la paura dell’innovazione organizzativa e tecnologica e di veder cambiare in peggio le regole del pensionamento, oppure il dimezzamento necessario dei posti di primario, che ha finito per demotivare tanti medici a proseguire una carriera oramai senza più sbocchi”. 
Le carenze maggiori si registrano per igienisti, patologi clinici, internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori. Se allarghiamo l’orizzonte della ricerca all’intero Paese e a tutti i settori economici ci rendiamo conto che il fenomeno del mismatch (quando cioè la domanda e l’offerta di lavoro non si incontrano agevolmente perché le competenze di chi lo cerca non coincidono con le competenze delle figure professionali ricercate da chi lo offre) è radicato da tempo e la cui diffusione, piuttosto che ridursi con il passare del tempo, tende ad ampliarsi. 
Infatti, secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal, sulla base delle entrate previste dalle imprese con dipendenti dell’industria e dei servizi tra giugno e agosto 2018 (1.260.000), le maggiori difficoltà di reperimento di lavoratori sono anzitutto per le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (40,8%), per cui sono disponibili 47.200 posti (parliamo di laureati in ingegneria, matematica, fisica, chimica, scienze naturali ed altre professioni assimilate), seguiti da dirigenti e responsabili (36,7%), con 1.670 posti. Al terzo posto tra i profili più ricercati senza successo, le professioni tecniche (36,2%), con 136.680 posizioni (tecnici informatici, telematici, delle telecomunicazioni, nonché tecnici in campo ingegneristico, della salute, dell’organizzazione e dell’amministrazione delle attività produttive, dei rapporti con i mercati e della distribuzione commerciale). Al quarto ci sono artigiani, operai specializzati e agricoltori (32,2%), con 166.340 posti (artigiani e operai specializzati nelle costruzioni e nel settore edile, e poi fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori, carpentieri, fabbri ferrai, meccanici, artigiani e operai nel settore dell’abbigliamento, tessile, alimentare, costruzioni metalliche e così via) e, infine, conduttori di impianti e operai di macchinari fissi e mobili (26,8%) con 153.920 posti (conduttori di veicoli a motore, macchine per movimento terra,  operai di macchine automatiche e così via). E ci fermiamo qui, per carità di patria, perché l’elenco dei posti di lavoro non coperti è davvero lungo. 
Si è parlato per anni di come rendere più flessibile il mercato del lavoro e si sono fatti passi avanti per ammodernarlo attraverso interventi legislativi (esempio il Jobs Act), ma qui l’operazione da fare con urgenza sarebbe di orientare diversamente sia gli indirizzi delle scuole di istruzione secondaria superiore, soprattutto ad indirizzo tecnico per formare i tecnici che servono davvero alle industrie e all’artigianato, sia di ampliare l’offerta formativa universitaria e post universitaria creando un maggior numero di laureati in discipline matematiche più che umanistiche creando un collegamento diretto e permanente tra il mondo dell’impresa e quello della scuola e della formazione. Così il lavoro fondamentale della scuola e dell’università sarebbe più mirato a formare giovani diplomati e laureati in grado con le loro competenze di soddisfare i fabbisogni delle imprese. 
E visto che uno dei primi atti del governo Conte è stato quello di ridare maggiore dignità al lavoro (e non solo) bisognerebbe pensare a un piano organico che rimettesse al centro il valore della formazione moderna per assecondare esigenze e aspettative delle imprese che, in definitiva, sono i veri attori della crescita di qualsiasi economia perché, attraverso la produzione e la vendita di beni e di servizi, creano ricchezza e offrono lavoro.

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