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Pensioni: parlamentari, ma anche "professori" improvvisati e impreparati, vogliono cambiare l'articolo 38 della Costituzione

Lo scopo? Espropriare gli assegni di chi ha versato per anni contributi d'oro e pagato le tasse, cancellando il merito. Otto milioni di pensionati su un totale di 16,2 sono già a carico della collettività. Ma nei palazzi romani ignorano questo dato. Fermo restando che il 50% degli italiani dichiara redditi pari a zero come fossimo un Paese in via di sviluppo


17/07/2017

di Alberto Brambilla*


Nel nostro Paese il tema pensioni è sempre e costantemente l'argomento che va per la maggiore, come se tutti i problemi italiani non esistessero. Peraltro con l'impreparazione e l'improvvisazione tipica italica (è noto che sono tutti commissari tecnici della nazionale di calcio e tutti ne sanno di più del CT di turno) si straparla senza neppure aver prima studiato bene i numeri di uno tra gli argomenti più difficili e sensibili.
E così giacciono in Parlamento due proposte di legge abbastanza simili a firma del presidente della Commissione Affari Costituzionali Andrea Manziotti (gruppo civico e innovatori mai presentatosi alle elezioni) con altri 34 parlamentari e del deputato PD Preziosi che, attraverso la modifica dell'articolo 38 della Costituzione, vorrebbero far sì che il sistema previdenziale, basato da noi sul versamento dei contributi, venga utilizzato per "assicurare la solidarietà e l'equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria".
In pratica, dare a tutti - compreso la quantità industriale di gente che vive a sbafo e non paga né tasse né contributi - una prestazione; e dove vanno a prendere i soldi i due "noti esperti di sistemi previdenziali"? Ovviamente dalle pensioni di quelli che i contributi li hanno pagati davvero. E il merito? Per i due espertoni contano i voti, per il merito c'è tempo. Ovviamente né i due né gli altri due professori della Luiss, Fabio Marchetti e Luciano Monti (altri notissimi esperti in previdenza e demografia), si sono presi la pena di analizzare la situazione attuale: 16,2 milioni di pensionati di cui il 51% totalmente (oltre 4 milioni) o parzialmente (i restanti) già a carico della collettività. Non hanno analizzato neppure le dichiarazioni dei redditi che vedono il 50% della popolazione dichiarare redditi pari a zero come fossimo un Paese in via di sviluppo. No, per loro occorrono meno tasse per i giovani. Giusto! Ma dove vanno a prendere i soldi? Naturalmente aumentando le tasse ai pensionati.
Ai due prof bisogna consigliare di andare a vedere quante tasse pagano i pensionati e, per far loro passare l'esame, suggerire (se non lo sanno) che il 51% dei pensionati che hanno versato poco o nulla in 66 di vita (e quindi li abbiamo mantenuti da attivi, ma attivi si fa per dire) non pagano un eurino di tasse neppure da pensionati, anzi, per premio gli diamo una bella integrazione al minimo o una maggiorazione sociale. Guarda te, direbbe Vasco Rossi, dove va il merito.
Ma ci sono pure le proposte di Nannicini, le reiterate proposte di decontribuzione presentate da tutti i Governi, ultimi Renzi e Gentiloni. Ma come? Ci sgoliamo per educare i giovani con i mega programmi di educazione previdenziale e finanziaria di cui si riempiono la bocca dalla Banca d'Italia in giù e poi diciamo ai giovani di non pagare i contributi tanto li paghiamo noi Stato prelevando i soldi da altri cittadini. E che dire del blocco delle perequazioni delle pensioni, dei contributi di solidarietà, vere miniere per gli avvocati con migliaia di cause. Continuano a proporli nonostante la Consulta li abbia giudicati incostituzionali e ci siano ricorsi pendenti provenienti da sentenze della Corte dei Conti e dalla Cassazione.
Forse sarebbe meglio lasciare in pace il sistema pensionistico che è in assoluto equilibrio; cioè, le pensioni pagate dai contributi sono per 5 miliardi inferiori ai contributi che ogni anno paghiamo. È l'assistenza, quella che i due parlamentari e i professoroni vorrebbero aumentare, il vero cancro del sistema sociale: ci costa 100 miliardi, cresce a tassi del 5,9% l'anno negli ultimi 5 anni e ormai vale il 60% del totale delle pensioni vere in pagamento. Si leggano le sentenze della Consulta o le pronunce della Cassazione, lascino in pace i pensionati che dal lontano 1992 a ieri hanno visto plurime riforme previdenziali e si dedichino ai problemi veri del Paese. Ma per loro, forse, è più semplice straparlare di pensioni che porta consensi (i pensionati, quelli veri toccati dai loro provvedimenti, sono meno di 3 milioni e contano poco elettoralmente) e si deve studiare di meno. Il merito? Una bella chimera!

* Presidente Itinerari Previdenziali

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