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Peppino Caldarola: "Salvini e Di Maio? Incapaci di governare"

I partiti tradizionali si sono accorti della deriva populistica quando era ormai troppo tardi


05/03/2018

di Tancredi Re


Delle urne è uscita un’Italia dominata da forze politiche antipartitocrazia, ma con poco spirito europeista. Solo Matteo Salvini ha i numeri per formare una maggioranza. Un governo di formazioni populistiche, però, rischia di isolarci dall’Europa proprio nel momento in cui dovremmo fare le riforme e rintuzzare la politica daziaria di Trump. Di Maio e Salvini sono barbari meno barbari di quanto fanno intendere, ma non hanno una cultura di governo e, quindi potranno solo distruggere, senza far costruire o ricostruire ciò che avranno eliminato. Ne è convinto Peppino Caldarola, giornalista, scrittore e politico. Già vicedirettore di Rinascita, fondatore e primo direttore di Italiaradio, ex direttore del quotidiano l’Unità dal 1996 al 1998 e deputato dal 2001 al 2008. In questa intervista a Economia Italiana.it analizza il voto e delinea gli ipotetici scenari politico- parlamentari dei prossimi giorni focalizzando i rischi rispetto al quadro europeo e mondiale.

Che Italia esce dalle urne? 
Un’Italia del tutto diversa da quella politica che avevamo conosciuto in questi anni. In questa affermazione c’è anche la rivelazione di quanta cecità politica ci sia stata perché la carica anti-istituzionale e il livello della protesta erano talmente alti che i partiti tradizionali avrebbero dovuto accorgersene, mentre se ne sono accorti solo nel day after. Quando, cioè, il voto dice in maniera clamorosa che il Mezzogiorno va al Movimento 5 Stelle e il Centro-Nord va alla Lega.

La sensazione è che M5S e Lega hanno catalizzato la protesta antisistema e antipartitocrazia. E’ una “lettura” del voto plausibile? 
Io, però, distinguerei tra antisistema e antipartito. Perché in questo momento dal punto di vista dell’analisi è più giusto dire che sono antipartiti, anti-establishment, perché dire antisistema lo è sempre meno per la ragione elementare che sia Salvini, sia Di Maio e i rispettivi partiti, hanno proposto ai propri elettorati, non un’opposizione, ma un’andata al governo. Il Mezzogiorno che vota in massa per Di Maio rappresenta sia la protesta, ma soprattutto, la voglia di partecipare ad un’altra esperienza di governo. Il Sud, lo sappiamo, non da un voto di protesta pur che sia, generalmente affida un mandato di governo. Allora se noi vogliamo dire che Salvini e Di Maio rappresentano la punta più alta di combattimento contro i partiti tradizionali diciamo una cosa vera, se vogliamo dire che vogliono combattere contro le istituzioni diciamo una cosa che era vera ieri: perché ora si candidano a diventare istituzione. Loro vogliono entrare nella stanza dei bottoni, secondo la famosa frase pronunciata da Pietro Nenni (leader del Partito socialista italiano - ndr).

In qualche modo via il randello della protesta, il linguaggio aspro e duro e dentro con giacca e cravatta e un linguaggio consoni a chi vuole governare. È così? 
Quello che ha fatto la trasformazione più profonda in questa direzione è stato Di Maio. Perché Di Maio è esattamente il giovanotto con il gessato: questa sua eleganza tipica del gagà napoletano, con questa mossa propagandistica molto ben riuscita dell’elenco dei ministri in pectore di un eventuale futuro governo a cinque stelle sono sconosciuti per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, ma vengono da luoghi certificati: la Links University, piuttosto che altre Università. C’è insomma una parlamentarizzazione completa per quanto riguarda Di Maio. Salvini in questo senso dovrebbe essere più favorito perché se va a pescare dentro la vecchia classe dirigente trova persone che hanno già governato come Calderoli (ex ministro per la Semplificazione nel Governo Berlusconi ndr) o Maroni (ex ministro dell’Interno e ex presidente della Regione Lombardia ndr). Insomma penso che sono arrivati barbari meno barbarici di quanto non appaia ma che possano fare ugualmente un disastro in Italia perché non sanno governare e quindi potrebbero fare danni.

La nuova legge elettorale concepita per arginare il dilagare dei partiti che hanno raccolto la protesta per avviare un cambiamento, è stata un fallimento. Ora per formare una maggioranza di governo bisognerà partire dai “numeri”. 
Ma sui numeri può lavorare solo il centrodestra. E’ vicino alla maggioranza, ma quelli che gli mancano può trovarli in questo mondo, in questo Parlamento dove ci sono degli scontenti degli altri partiti. Penso per esempio al Movimento 5 Stelle dove c’è già un gruppo piuttosto numeroso che non accetta le regole. Mentre mi sembra difficile che questi numeri li trovi Di Maio. Perché anche l’ipotesi di prima del voto su una strizzatina d’occhio tra Di Maio e il partito di Grasso viene meno visti gli scarsi numeri raggiunti da Liberi e Uguali. Il Pd l’accordo con il M5S non lo fa perché non avrà tempo dovendosi dedicare fondamentalmente alla propria sopravvivenza. Il ragionamento di un governo che nasce in Parlamento perché c’è una minoranza che può diventare maggioranza è una carta che ha tra le mani solo il centrodestra. Salvini dovrebbe avere l’intelligenza di smettere la felpa e indossare il doppio petto.

Le prospettive della formazione di un governo con forze piuttosto critiche verso l’Europa non aumenta a Bruxelles l’incertezza e il timore che l’Italia non sia più affidabile? 
Assolutamente sì. Il profilo internazionale dell’Italia è molto a rischio. Perché noi abbiamo due fatti nuovi. Quello positivo era la Germania che adesso si ristabilizza con la nascita del governo di larga coalizione e che riprende molto probabilmente a tirare la sua locomotiva, l’Europa, a cui è agganciata anche la Francia. Un’Europa in cui, però, soprattutto nei Paesi dell’Est ma anche in Austria e in Olanda comincia a farsi pressante la presenza dei partiti cosiddetti populisti. E allora questa Italia che si presenta con scenari di governo centrati su Salvini o su Di Maio è un’Italia poco europeista. Poi vedremo come queste forze si atteggeranno però diciamo è un’Italia che viene accolta in Europa con grande diffidenza e con dei governanti che guardano all’Europa senza l’entusiasmo di partecipare alla costruzione europea. 
Questo peraltro - e vengo al secondo punto - in un momento particolarmente duro per l’Europa perché il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta chiamando l’Europa ad un rapporto interatlantico di grande tensione a causa dei dazi che minaccia di applicare sull’importazione negli Usa dei nostri prodotti (dalle auto all’agro-alimentare). E quindi avremo un braccio di ferro euro-americano che è un inedito negli ultimi anni. In questo momento avremmo bisogno di un’Europa che parli con una sola voce e che faccia leva soprattutto su quei Paesi manifatturieri come Germania, Francia e Italia che producono ed esportano merci sul mercato americano. Ecco quando si indebolisce lo spirito europeista si indebolisce tutto questo. 
Quando diciamo che questi populismi fanno rischiare qualcosa all’Europa non lo diciamo perché si comporteranno male, perché non sanno stare a tavola, per ragioni astratte o di retorica, ma perché non saranno in grado di affrontare i nodi che abbiamo di fronte. E il nodo di oggi è che l’Europa va riformata ma va riformata con le grandi potenze europee e soprattutto con la Germania e che il fronte europeo deve tenere botta nei confronti della politica di Trump che fa quel che promette. Lo abbiamo visto con la riforma fiscale e adesso con i dazi all’import. Non so dire se un Governo Di Maio o Salvini potranno partecipare a questo sforzo europeo o meno, o si defileranno, in questa eventualità l’Italia tornerebbe ad essere una mera espressione geografica”.

L’Italia rischia l’isolamento? 
Questa è la storia dell’Italia. Anzitutto l’Italia è cresciuta economicamente e sostanzialmente: è cresciuta nell’immagine mondiale quando ha saputo essere partner dell’Europa. Ma parto anche da lontano: da Garibaldi, Cavour, Mazzini. Durante il fascismo ci fu la separazione tra l’Italia e i partner europei, la Francia e l’Inghilterra. Dopo la caduta del fascismo per merito fondamentalmente della Democrazia Cristiana e te lo dice un ex comunista, l’Italia era nel grande gioco internazionale, in primo piano non solo in Europa ma anche con gli Stati Uniti. Cioè ogni volta che l’Italia è rimasta e ha partecipato al gioco internazionale integrandosi in Europa e dialogando con gli Stati Uniti noi abbiamo avuto un grande Paese. 
Ogni volta invece che questo legame si è interrotto noi abbiamo avuto un piccolo presuntuoso Paese. Temo che questa volta torneremo ad avere questo gioco di alternanza, di successioni di fasi: la fase attuale che abbiamo di fronte è quella di un piccolo Paese brontolone. Diciamo che non sa stare dentro i vincoli e i vantaggi di un grande cantiere che è l’Europa. Poi se si tratta di demolire qualche sovrastruttura si demolisca, ma il principio europeista deve essere l’anima della nostra politica interna non della nostra politica estera. Nel bene o nel male ci viene consegnato un minimo di segnale di ripresa produttiva se lo si spreca con l’isolamento torniamo appunto ad essere un Paesello. Temo che la vittoria di Salvini e di Di Maio rappresenti la vittoria di un Paese che vuole tornare ad essere un Paesello.

Finite le elezioni il bello viene adesso. Le promesse fatte in campagna elettorale saranno mantenute o no? 
Se le rimangeranno. C’è già un’operazione che è comincia nell’ultima settimana che ha preceduto il voto quando il ministro ombra della scuola indicato dal M5S ha detto che la Buona scuola va bene. Anche il ministro dell’Interno ombra del M5S indicato da Di Maio ha detto che non è all’ordine del giorno la cacciata degli immigrati. Lo stesso Di Maio è ossessionato ormai dai viaggi in Europa per accreditarsi. Rispetto ad altri, il Movimento 5 Stelle ha un vantaggio: il suo elettorato avrà pazienza. Lo si è visto anche su Roma. Il refrain: hanno sfasciato l’Italia, non chiedeteci tutto e subito, può avere un certo successo. Loro in questo senso non hanno una politica economica. Perché una politica economica fondata sulla spesa, e non fondata su investimenti che creino lavoro, che facciano nascere strutture produttive. A questo Mezzogiorno tu proponi un reddito di cittadinanza. I preferisco dare lavoro, piuttosto che un reddito di cittadinanza, ma dove vai a trovare le risorse per mantenere tutte queste persone? Mi pare che il tema che questi programmi siano programmi chavisti (da Ugo Chavez, il popolare presidente del Venezuela che investì sul surplus petrolifero per distribuire denaro ai poveri ma poi una volta morto sono finite le provvidenze e i poveri sono rimasti tali ndr). Faccio questo esempio per dire che le politiche di sostegno alla povertà devono essere vere, incisive, delineate, ma devono essere accompagnate da straordinarie politiche di modifica dell’assetto produttivo. Nessuno di questi partiti che si candida a governare ha questo profilo. In verità non lo hanno avuto nemmeno gli altri del passato ma almeno esisteva nella loro cultura una parvenza di capacità di fare politica. Questi nuovi protagonisti sono barbari che sono sì capaci di distruggere, ma non di costruire. O di ricostruire ciò che avranno distrutto”. 

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