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Perché l'Italia continua a trastullarsi su iniziative di "distruzione di massa"?

Un grande manager punta il dito sull’inefficienza e l’incapacità politica nel rimettere in sesto le cose. Partendo dalle rivendicazioni secessionistiche del Veneto sino ad arrivare al caso Milano: un esempio da imitare. Con una difesa d’ufficio per il suo Sud


30/10/2017

di Pietro De Sarlo


Il tema del referendum sull’autonomia del Veneto è ancora caldo e quindi è bene precisare, prima che il dibattito si sgonfi o prenda pieghe impreviste, almeno un paio di cose. La prima: a fronte delle tasse pagate dal Veneto quanto le viene restituito in beni e servizi dallo Stato? La questione non è secondaria e forse dopo trent’anni di mal di pancia dei veneti occorre fare chiarezza su questo dato, non solo per il Veneto ma per tutte le regioni, altrimenti non si sa di cosa parliamo.
Gianfranco Librandi, imprenditore lombardo membro della commissione Bilancio della Camera, dice l’86 per cento. Luca Zaia dice il 78. Non mi sembra una differenza significativa. Ma a queste percentuali occorre aggiungere il disavanzo contributivo Inps, che per il Veneto è pari circa a 6 miliardi, e gli ammortamenti per le infrastrutture (strade, ferrovie, metropolitane, aeroporti) che insistono sul territorio Veneto, più eventi eccezionali come il fallimento delle Banche Venete. Non credo che queste voci concorrano a formare il 78% di Zaia.
Poiché la popolazione veneta è l’8% di quella italiana possiamo chiederle di contribuire per l’8% delle spese dello Stato Centrale? Se le spese che lasciamo allo Stato centrale ammontassero a 250 miliardi (viste le dimensioni del Paese e tenendo conto che in questa cifra ci sono gli interessi del debito pubblico, i contributi per l’Europa, la difesa, polizia e carabinieri, le rappresentanze estere, il parlamento e il quirinale, la protezione civile, le calamità naturali, la solidarietà con le regioni meno ricche eccetera) non mi sembra una cifra enorme. Al Veneto spetterebbero 20 miliardi, l’8% di questa cifra. Rimarrebbe al Veneto esattamente il 78% di Zaia.
Il Veneto non vuole pagare un tollino di solidarietà alle altre regioni? Bene! Quanto vale effettivamente questa solidarietà? Possiamo saperlo e fare due conti certificati e condivisi una volta per tutte per favore? Possiamo capire quale è la quota delle tasse che i veneti sono disposti a pagare allo Stato Centrale per il suo funzionamento? Non può essere zero!
In un articolo di Feltri, scritto con la rozzezza culturale e la disonestà intellettuale che solo Feltri riesce ad avere, dice che il Nord (la Lombardia per l’esattezza) è disposto a pagare per la solidarietà al Sud il 50% delle tasse. Da lucano chiedo: dove si deve firmare per accettare la proposta di Feltri? Zaia e i veneti sono d’accordo visto che secondo i conti di Zaia ora solo il 22% delle imposte venete va a Roma ladrona e ai parassiti del sud e già questo li fa incazzare? 
L’articolo di Feltri è l’ennesimo attacco offensivo fatto di dati parziali (cifre assolute e non percentuali ad esempio) o inventati allo Stato centrale e al sud. Mi cadono le braccia, ma che dobbiamo fare? Questo è il livello dei giornalisti italiani e questo signore viene invitato in tutte le trasmissioni televisive a formare la pubblica opinione. 
La seconda. Se i numeri sono questi di cosa parliamo? Perché le istanze autonomiste del Veneto? Sono lucano, lo ripeto, mi sono laureato a Roma e ho sviluppato la mia fortunata carriera a Milano. Questo, da un lato non mi fa sentire a casa da nessuna parte e dall’altro mi fa conoscere, con cognizione di causa, i difetti del sud, di Roma e dei milanesi. Chi mi segue e ha letto il mio romanzo e i miei articoli sa che non sono mai stato tenero nei confronti dei difetti di noi meridionali. Devo anche dire, per onestà intellettuale, che oggi mi riesce difficile trovare difetti ai milanesi.  A 31 anni ero già dirigente in un primario gruppo meneghino e vivevo nella Milano al minimo storico della sua storia economica e sociale. Era una città, dopo mani pulite, depressa, stizzosa, arrivavo in ufficio e c’era sempre qualche lamentela nei confronti dei terroni. Non ci vivevo bene. 
Il minimo assoluto lo ha avuto con la elezione di Formentini, primo e, per fortuna unico, sindaco leghista. In alcuni bar del centro c’era esposta la cartina d’Italia con il canale d’Africa dove i coccodrilli mangiavano i terroni.  Poi c’è stato Albertini, la Moratti, Pisapia e ora Sala. Tutti ottimi sindaci. Il mio preferito: Albertini. I milanesi si sono rimboccati le maniche e la città è rifiorita. È diventata una città con una vita culturale intensa e dove architetti di tutto il mondo hanno costruito dei quartieri straordinari in soli 10 anni. Bisognerebbe portarci tutti gli italiani a fare una passeggiata tra piazza della Repubblica e corso Como per arrivare a Brera e nel percorso prendere un caffè a piazza Gae Aulenti. 
Non è un caso che al referendum costituzionale di Renzi, che toglieva autonomia alle Rregioni, sia stata l’unica città dove Renzi abbia vinto e dove c’è stata la più bassa partecipazione ai referendum leghista. Non è un caso che il M5S e la stessa Lega fatichino a trovare spazio a Milano. Non voglio mitizzare, per carità, ma è possibile far girare tra gli italiani il virus della milanesità? 
Racconto questo perché la vera ragione di questa indegna gazzarra autonomista (meglio dire secessionismo strisciante, non facciamo i furbi e chiamiamo le cose con il loro nome) è la crisi che fa paura a tutti e che solo Milano è riuscita a superare. 
Una classe politica indecente, di cui a mio modo di vedere Zaia fa parte a pieno titolo, che non riesce a proporre soluzioni a questa crisi e aizza, come Feltri, gli istinti più bassi della popolazione. 
La crisi ha radici profonde negli ultimi trent’anni dove abbiamo affrontato la globalizzazione con il localismo e giocato la competizione con la Cina sul costo del lavoro. Potevamo mai vincerla per questa via? Poi è arrivata l’informatizzazione e poi la robotica che hanno spazzato via posti di lavoro su posti di lavoro e ancora continuerà a farlo. 
Non ho nulla contro la secessione e il dissolvimento dello Stato Unitario in linea puramente teorica. Se i veneti pensano di poter contare di più senza il resto dell’Italia in Europa e nel mondo si accomodino. Se pensano di poter diventare un’altra Svizzera da soli, si illudano. Non è che il resto del mondo possa accettare, e neanche gli svizzeri, un’altra confort zone per i capitali alle porte di casa. Però, come il risorgimento per portare la gente a morire sulle barricate aveva bisogno della retorica risorgimentale la secessione ha bisogno della retorica secessionista, alla Feltri per capirci. Perché per alimentarla occorre costruire il mito della identità territoriale. Questa identità si rafforza per contrasto attribuendo le peggiori nefandezze e le cause della potenziale rovina ai popoli e allo Stato Centrale, da cui ci si vuole separare, e quindi necessariamente oppressivo e inefficiente. 
Vorrebbero uno Stato più efficiente e meno invasivo? Hanno i loro parlamentari: che lavorino sul serio anche loro a renderlo tale! 
Possiamo oggi affrontare le sfide attuali con il mito di: Padroni a casa nostra? Su La Repubblica nei giorni scorsi è apparsa una intervista a Riccardo Illy. Leggetela. Mi si apre il cuore a leggere uno scritto di un uomo di rara intelligenza e profonda visione. Paradossalmente quello di cui c’è più bisogno è dello Stato che governa. Bene però! 
Possiamo permetterci altri 30 anni di retorica localistica? Per me no. Quindi o ci separiamo subito e ognuno per la sua strada o cerchiamo insieme una visione e degli interessi condivisi per salvarci. 
C’è anche un’altra soluzione ed è lo sviluppo del Sud.  È possibile che questo avvenga?  Si. Se invece di occuparci di autonomia e secessione ci occupassimo di quello che è successo riguardo agli investimenti dei cinesi sulle vie della seta e sul porto di Taranto e che abbiamo perso per la nostra stupidità, scopriremmo interessi indissolubili proprio tra il Veneto e la componete adriatica e ionica del Sud. È probabile? No. Perché continuiamo a trastullarci su iniziative di distrazione di massa. Quali? Il referendum di Renzi e questo, il job act, e via andare che sono create ad arte per nascondere la incapacità del ceto dirigente politico di maturare una visione sul percorso di uscita dalla crisi.Come dice Illy: l’occhio lo facciamo cadere sui piedi e non guardiamo più l’orizzonte.

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