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Perché l'equilibrista Giuseppe Conte si è proposto a Bruxelles con il cappello in mano

D'altronde non poteva essere diversamente per il leader di un Governo che finanzia i monopattini e fa fallire artigiani e operatori turistici


20/07/2020

di SANDRO VACCHI


Mettiamoci nei panni del padrone del vapore, il “frugale” olandese Rutte al quale i tedeschi – per non sporcarsi le mani e per apparire più buoni di quanto sono – hanno lasciato il lavoro sporco, vale a dire trattare con gli italiani. I quali, si sa, per i teutonici sono da sempre inaffidabili (e dopo l'8 settembre anche traditori), mandolinari, fannulloni e, per di più, usufruttuari delle tedesche in vacanza. 
Il buon (si fa per dire) premier di Amsterdam, a nome degli altri “frugali” austriaci, danesi, finlandesi e compagnia bella, non si fida di Giuseppe Conte. E allora? Chi potrebbe mai fidarsi di un equilibrista capace di guidare prima un Governo di centro-destra e, senza nemmeno il tempo di cambiarsi la pochette, uno di centro-sinistra? Capace di rassicurare l'Unione Europea, il nostro vero premier, che senza il cattivissimo antieuropeista Salvini l'Italietta sarebbe diventata meritevole di aiutini, aiutini e anche pacche di incoraggiamento da parte dei padroni. 
Salvo poi distribuire il reddito di cittadinanza a cani e porci, malviventi compresi; salvo stanziare altri miliardi per quel colabrodo fallito dell'Alitalia; salvo foraggiare con altri soldi i Benetton, i quali incasserebbero più di dodici miliardi pubblici dopo che un “loro” ponte senza manutenzione è crollato facendo 43 morti: Maurizio Belpietro su “La Verità” ha scritto un articolo documentatissimo in proposito. 
E non ci dilunghiamo sulle ridicolaggini di un Governo da operetta capace di finanziare i monopattini, ma di far fallire artigiani e turismo; di programmare le lezioni del prossimo anno scolastico dappertutto fuorché in aula; di non avere la benché minima idea su come tamponare un debito pubblico da marziani se non quella di pescare soldi nelle tasche dei pensionati e delle partite Iva. 
Vi fidereste voi? Io neanche un po’. La banca-Europa dovrebbe darci circa ottocento miliardi per rilanciare l'economia dopo un Coronavirus tutt'altro che defunto e non avrebbe il diritto di pretendere garanzie? Quando andiamo in banca a chiedere un mutuo, o un prestito, non pretendono forse garanzie a quintali? 
L'Unione europea non si diverte a fare la cattiva con noi italiani perché siamo piccoli e neri, ma fa il suo mestiere, che è anche quello di prestare (non regalare, si badi) denaro e di accertarsi che venga restituito. Poiché non è un'accolita di fessi, di incapaci e di scappati di casa come i governanti italiani, ma un club di rigidissimi funzionari quasi tutti cresciuti secondo l'etica protestante, dice “Nein!” a ogni nostro tentativo di ammorbidire le regole, di svicolare dalle norme, di salvarci dall'austerity. 
Il complicatissimo problema è in realtà molto semplice: quando una banca non ci va a genio, la cambiamo, no? Soltanto che la Ue non è lo sportello sotto casa, ma un immane e costosissimo carrozzone burocratico, politico, di potere, nel quale abbiamo fatto di tutto per entrare. Salvo pentircene sempre più spesso. Il problema è a monte: è l'Europa com'è stata costruita e trasformata, la sacra, intoccabile Europa unita che ogni anno che passa si dimostra sempre più matrigna e sempre meno madre: domandare agli inglesi. 
La banca pretende garanzie e di guardare in casa nostra: vogliamo farne una colpa alla banca o a noi stessi, che prima ne abbiamo accettato e lodato le regole e che adesso, invece, pretenderemmo di scavalcarle, secondo l'inveterata abitudine italiota di far prevalere l'“aum aum” sul diritto, l'“ammuina” sulla serietà? 
I ministri che da Roma sono volati a Bruxelles con il cappello in mano si accorgono ora che la Grande Mamma non guarda in faccia proprio nessuno, tantomeno eunuchi come gli italiani, sempre pronti a baciare la pantofola dei padroni, salvo poi scaricarli al mutare del vento. La Buona Europa ha fatto fallire la Grecia, culla della civiltà e del sapere occidentale. Siamo sicuri che si dannerebbe l'anima per salvare un Paese di Pulcinella governato da dilettanti allo sbaraglio? Il Consiglio europeo potrà fare di noi ciò che vuole, nonostante le rassicurazione del sedicente avvocato degli italiani, alias Giuseppe Conte. 
Qualcuno, piuttosto, che sollevi mai la questione di paradisi fiscali come l'Olanda e il Lussemburgo? Che si domandi come mai gli eredi di un altro Avvocato abbiano portato ad Amsterdam armi e bagagli, dopo avere per decenni intascato sovvenzioni e cassa integrazione in Italia, e dopo aver lasciato migliaia di operai con il sedere per terra? No: tutti i benpensanti a dire che è l'Europa che ce lo chiede (in tempi più pii si sarebbe detto il Cuore di Gesù), che se vogliamo rimanere nell'Unione dobbiamo comportarci da persone serie, che lamentandoci facciamo il gioco dei sovranisti Salvini-Meloni... E allora? Hanno la peste loro due o la malattia è l'Europa? 
La malattia qual è? Non fare manutenzione a un ponte, ritrovarsi con 43 morti e scaricare un danno di miliardi sulla Cassa Depositi e Prestiti, cioè sugli italiani più umili che hanno depositato i risparmi alle Poste? Oppure il danno per tutti gli italiani è trasformare quello che in qualsiasi altro Paese, compresi il Venezuela e il Ruanda, sarebbe un esproprio obbligato, in un miliardario risarcimento-danni alla famiglia più ricca d'Italia?  «Siamo un grande Paese», ha detto Matteo Salvini. Sì, caro mio, il Paese dei più grandi pagliacci del mondo.

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