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Perché un misterioso killer uccide porporati nelle basiliche romane e genovesi?

Dalla mando calda di Mario Paternostro un radicale cambio di rotta: lasciato in panchina lo sbirro Falsopepe l’autore dà voce ai ruggenti anni Cinquanta


21/10/2019

di Carlo Sutalime


Si chiama Mario Paternostro, è nato a Genova il 28 dicembre 1947 e si propone - oltre che come prolifico scrittore - una mano calda del giornalismo (è iscritto nell’elenco dei professionisti liguri dal 19 dicembre 1974), professione che lo aveva visto esordire presso lo storico quotidiano socialista della sua città, Il Lavoro, per poi proseguire come cronista politico a Il Giornale diretto da Indro Montanelli, quindi arrivare a Il Secolo XIX dove sarebbe rimasto per 26 anni ricoprendo diversi ruoli: capocronista, responsabile della cultura, inviato di politica e infine vicedirettore. Sin quando, nel 2003, sarebbe approdato alla direzione dell’emittente televisiva ligure Primocanale, ruolo che ha ricoperto per undici anni per poi darsi da fare come direttore editoriale e presidente. Mentre ora collabora come autore e conduttore di Terza, trasmissione di cultura e società. Lui che strada facendo si era anche dato da fare come docente di Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Genova. 
Insomma, un curriculum di tutto rispetto, a fronte di una capacità descrittiva che - dopo aver firmato Le buone società per Costa & Nolan, Genovesi, Lezioni di Piano e Viaggiatori mangianti per De Ferrari) - avrebbe dirottato, nel 2011, sulla narrativa gialla, debuttando con Troppe buone ragioni (Il Melangolo, editore che gli avrebbero pubblicato anche Il sangue delle rondini), avventura d’esordio del vicequestore pugliese Ferruccio Falsopepe, uno sbirro senza ghiribizzi per la testa, con una moglie che rispetta e due figli che vanno a scuola, ma con il vizio della storia e dell’ozio incorporato. 
Un personaggio che avrebbe tenuto banco anche ne Le povere signore Gallardo (la cui trama spazia nell’arco di un secolo in quanto gli avvenimenti iniziano con la misteriosa morte dell’aviatore Geo Chavez, precipitato sulle Alpi piemontesi nel 1910) e quindi, sempre per i tipi della Mondadori, in Bésame Mucho, un noir elegante e avvincente, perfettamente congegnato, di accarezzante e modaiola lettura. Poliziotto che ora è stato messo in panchina (momentaneamente, c’è da supporre) per dare voce a un lavoro infarcito di cronaca, politica e religione. Tematiche rielaborate a uso e costume del lettore e che la fanno da padrone nel suo ultimo romanzo, Il cardinale deve morire. Genova, 1958 (Fratelli Frilli, pagg. 268, euro 14,90). Un lavoro che si nutre dei ruggenti anni Cinquanta, quando in Italia stava decollando il boom economico, che ci era invidiato a livello mondiale, con la nostra moneta (la lira, per i più giovani) premiata nel 1960 con il cosiddetto “oscar”. 
Risultato? Un intrigante spaccato della storia tricolore, a fronte di una vicenda nella quale l’autore mette in scena, in un rincorrersi di fatti, personaggi reali (come i papi Pio XII e Giovanni XXIII, il camerlengo Benedetto Aloisi Masella, il leader sovietico Nikita Kruscev o Ivan Serov, capo del Kgb) nonché molti altri di fantasia. È il caso dell’arcivescovo di Genova e del suo segretario, oltre a diverse prime guide della gerarchia ecclesiastica. Già, perché l’élite della Chiesa ha da poco eletto Angelo Roncalli al soglio di Pietro, anche se il più accreditato successore di Pio XII era l’arcivescovo di Genova, l’ancora troppo giovane Augusto Binni. 
Purtroppo, mentre si consuma la lotta fra i potenti porporati conservatori e quelli progressisti, nella splendida basilica romana di Santo Stefano Rotondo, sotto i cruenti affreschi con i Martiri del Pomarancio, viene trovato il cadavere massacrato di un pretino genovese, lì esiliato per punizione da Binni. E sarà proprio l’arcivescovo di Genova a condurre in gran segreto le indagini per scoprire l’assassino di don Casimiro Volpini, coadiuvato dal giovane vicecomandante della Gendarmeria vaticana, il colonnello Cobianchi. 
Tutto però si complica ulteriormente quando il misterioso killer colpisce ancora, lasciando messaggi come in una atroce caccia al tesoro. Vittime designate, sia a Roma che a Genova, alcuni cardinali. Nel mirino dell’assassino o degli assassini ci sarà proprio il “nostro” Binni. Ma perché? E per quale motivo? 
Di fatto Paternostro ci propone un ficcante spaccato della storia italiana, con il centrosinistra alle porte, le vicende di un conclave che fu al centro di misteri veri o presunti, le lotte tra le mura leonine e quelle che si consumavano anche a Genova tra i sostenitori di un arcivescovo potente e molto popolare e chi invece puntava a una svolta progressista anche nella Chiesa locale. 
Detto questo, come mai Mario Paternostro ha scelto di ambientare il suo canovaccio nel 1958? “Perché - ha avuto modo di precisare in una recente intervista - è stato un anno cruciale nella storia italiana. In politica governava il democristiano Amintore Fanfani e si avvertivano i primi segnale di un svolta. L’opposizione era forte anche da parte della Curia vaticana, dove i cardinali conservatori erano la maggioranza. Chi l’avrebbe detto che l’elezione di un pontefice anziano come Roncali si sarebbe dimostrata inaspettatamente rivoluzionaria? Sarebbe stato infatti lui a convocare, un anno dopo, il Concilio. Ecco, a me interessava raccontare una storia completamente di fantasia, ma incorniciata in quei giorni, durante e dopo il Conclave. Il mio cardinale di Genova, Augusto Binni, somiglia molto al vero arcivescovo Giuseppe Siti che entrò nella Cappella Sistina papa, ma ne uscì cardinale. Su questa vicenda sorsero molte leggende…”. 
Che altro? Una storia che cattura all’insegna di una piacevole lettura, imbastita su due città che all’autore dicono molto (“A Genova, dove sono nato, le lingue e i dialetti si mescolano, mentre la montagna e il mare si abbracciano; Roma invece, dove ho lavorato come notista politico, è un luogo bellissimo dove si incontrano e si confrontano arte e cultura, affari e intrighi, cardinali e senatori…”). Il tutto a fronte di personaggi controcorrente, ma sino a un certo punto. Come il cardinale Binni, un conservatore che viene dal popolo, il quale pretende che la Chiesa sia rispettata e mantenga il suo ruolo di guida della cristianità...

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