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Piano del Papa per l'America Latina: renderla un'utopia anticapitalista

Un'attenta riflessione di un pensatore liberale contrapposta al furoreggiante politicamente corretto


22/01/2018

di Renato Cristin*


Si prevede che mezzo milione di argentini varchino la frontiera con il Cile per incontrare il loro connazionale che dal 2013 è pontefice della chiesa cattolica, in occasione del suo ventunesimo viaggio apostolico, ansiosi di incontrare il loro antico arcivescovo di Buenos Aires ma anche sconcertati dal fatto che egli non sia ancora andato a benedirli in patria. Wojtyła si recò nella sua Polonia sette mesi dopo l’elezione al soglio; Ratzinger lasciò passare solo quattro mesi prima di andare in Germania. Tutti si chiedono dunque come mai papa Bergoglio non abbia ancora, in cinque anni di pontificato e cinque viaggi in America Latina, trovato il tempo di fare visita al suo paese d’origine. E poiché i viaggi del papa sono sì apostolici ma hanno sempre anche un contenuto sociale e, quindi, politico, la domanda ha un preciso risvolto politico: qual è la strategia retrostante a questa mancata visita? 
Dopo dieci anni di semi-regime della famiglia Kirchner (Néstor e poi sua moglie Cristina, ufficialmente indagata per corruzione), nei quali l’Argentina precipitò in una voragine economica e in un inferno politico, causati da scelte ideologiche che hanno portato il paese sull’orlo della bancarotta e fuori dall’area occidentale, oggi il presidente Mauricio Macri, a capo di una coalizione liberaldemocratica, punta a ridurre la povertà creando lavoro e attraendo capitali stranieri, collocando il paese nella sfera strategica occidentale, combattendo la corruzione e smascherando l’ideologia di estrema sinistra che il governo kirchnerista aveva instaurato. 
L’Argentina di oggi è dunque un paese che sta facendo un gigantesco sforzo di ricostruzione, di pulizia morale e innovazione produttiva, uno sforzo straordinariamente meritevole, del suo leader e della maggioranza dei cittadini, e che proprio perciò viene decisamente sostenuto dai paesi occidentali. Ora, ci si immagina che anche la chiesa contribuisca a fornire questo appoggio. Invece non è così, anzi, essa ha assunto una posizione molto critica, ostile addirittura, verso alcune iniziative cruciali di quel governo. Le ragioni di tale scelta non sono facili da decifrare, ma se pensiamo ai capisaldi teologico-politici di papa Bergoglio, la risposta è evidente: l’opposizione netta che egli ha assunto nei confronti del sistema capitalistico (ancora di recente, nel corso dell’omelia natalizia, lo ha definito fallimentare) implica un’attenzione severa verso il tentativo di Macri di ricostruire un sistema degno dell’Occidente e, quindi, della sua tradizione politica ed economica. Molti ritengono che ci sia uno scontro fra Bergoglio e Macri, ma in realtà quest’ultimo è totalmente conciliante con le scelte del pontefice, mentre il primo è inflessibile nella riprovazione di qualsiasi opzione che egli consideri neo-capitalistica, e quindi ostile nei confronti della linea, per altro molto moderata sia in economia sia in politica estera, di Macri. 
Il fatto è che la sinistra pratica un’opposizione violenta ed eversiva, al punto che in un articolo su La Nación, il politologo Marcos Novaro si chiede se sia oggi in atto una convergenza tra l’ideologia kirchnerista e l’attuale dottrina sociale della chiesa. Sarebbe una logica conseguenza della teologia politica di Bergoglio, che assomma al ruolo di guida spirituale quello di leader politico, in senso ideale ovviamente, e per il quale il suo paese d’origine si offre come terreno privilegiato. La nomina del capo della conferenza episcopale argentina è un esempio della sua determinazione. La maggioranza dei vescovi preferiva il cardinale Poli, personalità prestigiosa ed equilibrata, ma l’indicazione vaticana andava verso Oscar Ojea, vescovo villero, impegnato cioè nella «pastorale sociale» nelle periferie più povere, in linea con la teología del pueblo e per di più (o forse proprio perciò) in diretta sintonia con il pontefice. Risultato: dopo le prime votazioni, Poli ritira la sua candidatura e Ojea viene eletto. 
Perché dunque Bergoglio procrastina il viaggio argentino? Coloro che gli sono vicini sostengono che egli non voglia accentuare la frattura che dividerebbe gli argentini in liberali (cattivi) e socialisti nazional-peronisti (buoni), suggerendo implicitamente che egli sta dalla parte di questi ultimi. Ma così dicendo negano, come ha osservato Loris Zanatta sul Foglio qualche tempo fa, la forza pacificatrice di un pontefice: possibile, si chiede Zanatta, che «l’autorità che più nel mondo si suppone riconcili, pacifici, rassereni, sia fonte di viscerali discordie nel suo paese?». La colpa, si dice negli ambienti vicini al papa, sarebbe della litigiosità della politica argentina e soprattutto del governo, che attuerebbe politiche ritenute divisive. Ma è davvero così? Secondo Zanatta, «il papa ha qualche responsabilità, se divide tanto». Che Bergoglio tenda a dividere, è assodato, perché le sue affermazioni sono sempre estremizzanti, critiche verso il mondo occidentale, filo-terzomondiste e, per quanto riguarda l’America Latina, filo-indigeniste. Nel caso argentino, la sua parzialità è palese: in linea con quella teologia sessantottina che è sempre andata a braccetto con il marxismo e che oggi lo ha addirittura superato nella prassi sociale. L’appoggio della sua chiesa a persone e organizzazioni di sinistra è noto, ed è funzionale a quell’idea di intervento dottrinale e sociale perfettamente delineata in quasi tutti i discorsi papali e che l’ha portata, per esempio, a criticare duramente la riforma pensionistica voluta da Macri. 
L’Argentina è dunque il laboratorio politico di Bergoglio, secondo l’antico stile gesuitico. L’esperimento è chiaro: verificare le possibilità di impiantare una politica cattocomunista e una economia anticapitalista. Un progetto in sintonia con le tensioni sociali che l’opposizione kirchnerista sta inscenando in tutto il paese e a vari livelli. Se in Europa la chiesa sta perdendo fedeli, per molteplici cause storiche e contingenti, tra cui spicca la forte torsione socio-politica che ha trasformato la chiesa in una ONG, in Argentina e in generale in America Latina essa sta tenendo le posizioni, certa di accrescere la propria influenza. Da qui la convinzione, anch’essa però tutta da dimostrare, che i richiami alla lotta contro il potere neo-capitalista, a rivendicare «terra, casa e lavoro», secondo la nota formula, servano da spinta non solo politica ma pure evangelizzatrice. Bergoglio ha immesso nell’orizzonte europeo una linea teologico-ideologica che i suoi predecessori avevano accuratamente confinato nell’ombra, anche nel continente americano; accortosi però delle difficoltà di imporla, sembra accentuare la pressione sull’America Latina, ritenuta ancora ricettiva, nonostante le critiche al suo orientamento aumentino di giorno in giorno. 
La situazione argentina contribuisce dunque a chiarire alcuni indirizzi pontificali che noi europei consideravamo estranei all’azione della chiesa, messaggi espliciti che mostrano la connessione stretta fra appello religioso e dichiarazione politica, e che sono la cifra che ha sempre contraddistinto la teologia della liberazione. Lo schema secondo cui la sinistra utilizza i cattolici per rafforzare le proprie posizioni all’interno del sistema trova qui un rovesciamento: l’avanguardia rivoluzionaria o quanto meno sovversiva è costituita da cattolici che hanno reso sostanzialmente superfluo il vecchio apporto marxista. Legittimata e rafforzata dall’azione bergogliana, la teologia della liberazione non ha più bisogno del marxismo come base di analisi sociale, può agire in proprio, trainando una sinistra alla disperata ricerca di nuovi capi: dopo Che Guevara, un altro argentino?

La Verità

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