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Piet Hoffman, un uomo qualunque che si trasforma in sicario. Della polizia

Torna sui nostri scaffali lo straordinario personaggio creato dagli svedesi Roslund & Hellström. Voce anche a Don Winslow, Fabio Delizzos e Rocco Ballacchino


18/12/2017

di Mauro Castelli


Subito un suggerimento: non perdetevi Tre minuti (Einaudi, pagg. 606, euro 22,00, traduzione di Katia De Marco e Alessandra Scali), il settimo lavoro scritto a quattro mani da Anders Roslund e Börge Hellström, definiti dal New York Times come i degni eredi dei connazionali Stieg Larsson ed Henning Mankell. Non perdetelo in quanto questa pluripremiata coppia, considerata come una delle voci più interessanti del crime svedese, si è sciolta per sempre, a pochi mesi dalla pubblicazione di questo romanzo in contemporanea in oltre venti Paesi, a causa della prematura scomparsa di Hellström. Portato via lo scorso febbraio, a nemmeno sessant’anni, dalle complicazioni di un tumore. Lui che non aveva mai nascosto i suoi violenti trascorsi giovanili e che strada facendo si sarebbe proposto come uno dei fondatori dell’organizzazione di prevenzione crimini Kris; lui che avrebbe contribuito a riabilitare non pochi tossicodipendenti; lui che era stato cantante e chitarrista in diverse band, la qual cosa aveva portato a girare il mondo. 
Ma veniamo a questa loro ultima fatica: un libro che graffia e intriga e che, a detta degli stessi autori in una nota, risulta impregnato di un numero molto più significativo di vittime rispetto al passato (“Nelle sei precedenti trame, viaggiando controcorrente rispetto ai sanguinosi standard delle crime fiction, avevamo fatto ricorso a una media di 1,9 morti a romanzo”). Più omicidi in quanto “era la storia a esigerlo, rappresentazione dei presupposti e delle conseguenze del narcotraffico, dove la vita umana è sottomessa al profitto”. 
Una vicenda in ogni caso di piacevole quanto aspra lettura (non lasciatevi quindi fuorviare dalla lunghezza del testo, che scorre via liscio come l’olio all’insegna di una furbesca semplicità), pronta a nutrirsi di ragazzini disposti a uccidere per riscattarsi dalla miseria, prostitute guerrigliere e politici corrotti. Dove a tenere la scena è ancora una volta Piet Hoffmann, lo straordinario antieroe che avevamo incontrato sette anni fa in Tre secondi. Lui che un tempo era un uomo qualunque, con una famiglia come tante. Ma che da infiltrato della polizia si è trasformato in sicario. Oltre tutto uno dei più spietati, perché il suo lavoro lo deve fare bene. 
Detto questo spazio alla sinossi, ben riassunta nella seconda di copertina: 
“Medellin è una città condannata a cambiare volto nel giro di pochi isolati: fatiscente, lurida, lussuosa e sfacciata. Lì dentro, anche Piet Hoffmann è costretto all’ennesima metamorfosi. Da tre anni è un infiltrato pagato dal governo statunitense per combattere il traffico di droga e lavorare all’interno di una spietata banda di narcos. Quelli del cartello lo conoscono come El Sueco, il sicario infallibile con una lucertola tatuata sul cranio rasato. Non sanno, però, che ogni notte El Sueco prega di poter tornare a una vita normale insieme ai suoi cari. E quando la sua banda resta coinvolta in una violenta rappresaglia e persino il governo degli Stati Uniti lo abbandona, Hoffman si rende conto che è giunto il momento di progettare la fuga, anche se stavolta il prezzo da pagare potrebbe essere davvero molto alto”. 
Che dire: pochi altri autori hanno saputo tratteggiare con tanta realistica correttezza il mondo dei trafficanti sudamericani di droga, ma anche il rapporto - spesso in bilico fra il bene e il male - fra la polizia e gli informatori; pochi altri autori sono riusciti ad addentrarsi in una tematica calda quanto crudele, riuscendo a intrigare il lettore trascinandolo in un  mondo minaccioso e ipnotico, come se fossero presenti; pochi altri autori hanno saputo regalare uno spaccato di vissuto così ben congegnato, a fronte di un canovaccio costruito come si conviene a fronte di incastri logici quanto sorprendenti.

Proseguiamo. Il suggerimento è per un’altra lettura d’autore, ovvero Nevada Connection (pagg. 364, euro 15,50, traduzione di Alfredo Colitto), un romanzo scritto nel 1993 da quel geniaccio di Don Winslow (nato a New York il 31 ottobre 1953) e ora riportato sugli scaffali dalla Einaudi, che lo ha inserito nella collana Stile Libero Big. Si tratta della terza avventura, dopo quelle di London Underground e China Girl, legate al detective Neal Carey. Questa volta alle prese con il rapimento (da parte del padre, Harley McCall) di un bambino di due anni, di nome Cody. Per rintracciarlo la madre chiede aiuto a Gli Amici di Famiglia, che affidano l’incarico al loro uomo migliore, appunto Carey, che tutti credevano morto. 
“Sulle tracce del piccolo, Neal si ritrova così a passare dalle scintillanti colline di Hollywood alle desolate Terre Alte del Nevada: sei mesi di neve, tre di fango e tre di polvere che taglia la pelle. La base perfetta per una milizia di fanatici razzisti, i Figli di Seth. Suprematisti bianchi che spargono odio e violenza in attesa dello scontro finale con quella società corrotta che tanto disprezzano. E della quale Harley McCall faceva parte. Se vuole ritrovare il bambino, sperando sia ancora vivo, Neal deve quindi entrare nell'organizzazione, conquistare la fiducia del capo, diventare uno di loro. Per lui nulla di più facile…”. 
Detto questo ricordiamo che Don Winslow - un eclettico quanto simpatico autore che, strada facendo, si era dato da fare anche come giornalista, venditore di condimenti per insalata, comparsa cinematografica, consulente di studi legali e assicurazioni, guida di safari fotografici in Kenya nonché come regista teatrale e televisivo - ha firmato una lunga serie di romanzi che hanno fatto il giro del mondo. Basti citare L’inverno di Frankie Machine, Il potere del cane (forse il suo miglior lavoro), Satori e Le belve. Complice peraltro un’esperienza giovanile da investigatore privato, attività che svolgeva in attesa di laurearsi in Storia, riempiendo le noiose pause degli appostamenti con la lettura. 
“E in questo ambito - come lui stesso ha avuto modo di raccontare in più occasioni - ho appreso le regole del mestiere da chi ne sapeva più di me. In altre parole ho imparato a stare sulla strada, a comportarmi nel modo giusto, a pedinare un sospetto e a raffrontarmi con gli informatori. Tuttavia soltanto da due di quelle indagini, peraltro arrivate a giudizio, ho preso spunto per le mie trame”.

A questo punto cambiamo argomento e temi trattati per accasarci nella narrativa storica di Fabio Delizzos, un autore tradotto in diversi Paesi che sa tenere sulla corda il lettore proponendo vicende verosimili, ben inquadrate nel contesto, certamente frutto di un attento lavoro di ricerca (“Consulto libri e testi d’epoca, foto e mappe della città dove intendo accasare la storia, trovando via via informazioni interessanti per ricreare le atmosfere dei tempi andati”). Risultato? Thriller di notevole leggibilità, frutto di un sapiente impasto fra realtà e fantasia. 
Così, dopo averci intrigato con La loggia nera dei veggenti e Il libro segreto del Graal; dopo aver incassato critiche favorevoli con La setta degli alchimisti, La cattedrale dell’Anticristo e La stanza segreta del papa; dopo essersi confermato ai vertici delle classifiche di vendita con Il collezionista di quadri perduti torna ora sugli scaffali con Il cacciatore di libri proibiti (Newton Compton, pagg. 374, euro 9,90), a sua volta ambientato nella Roma del 1559. 
Un anno denso di fatti, a cominciare dalla morte di Paolo IV, il papa che aveva emanato “Il primo indice dei libri proibiti”, a fronte di una storia che vede ancora protagonista Raphael Dardo, agente segreto e mercante d’arte di Cosimo de’ Medici finito nelle prigioni di Castel Sant’Angelo per il possesso, guarda caso, di una bibbia giudicata maledetta. In effetti, mentre i romani si abbandonano a devastazioni e profanazioni, in città si verificano anche episodi che hanno del miracoloso e di cui nessuno deve venire a conoscenza. Così il cardinale camerlengo decide di affidare a Dardo - conoscendone le qualità investigative - le indagini. E sarà opportuno che si dia da fare bene e in fretta, perché di mezzo non c’è soltanto la sua libertà, ma anche la sua stessa vita. 
Di fatto “Raphael dovrà risolvere il caso prima che abbia inizio il conclave per l’elezione del nuovo pontefice. Così, con l’aiuto di un geniale alchimista, di due bellissime e astute cortigiane, nonché del grande maestro Michelangelo (sì, proprio lui), Dardo inizierà una ricerca che lo condurrà sulle tracce di un libro: il più antico, raro, misterioso e pericoloso che sia mai stato scritto. I pochi che sono a conoscenza della sua esistenza lo chiamano Il Codice dei miracoli, e devono custodirne i segreti a tutti i costi…”. 
In sintesi: anche in questo intrigante lavoro si sente la mano calda di Delizzos - nato a Torino nel 1969, ma da tempo di stanza a Roma - pronto a sostenere che la sua laurea in Filosofia ben si sposa con la stesura di un thriller, in quanto “questa branca in buona sostanza è indagine, una forma estrema di investigazione. Non è forse vero che il filosofo è un pensatore che cerca di sapere come stanno le cose, ponendosi delle buone domande proprio come fa un bravo detective? Ecco perché, grazie alla mia formazione, mi sento agevolato nel trattare certi argomenti”.  

In chiusura di rubrica (ri)diamo voce a Rocco Ballacchino, scrittore e sceneggiatore, che per i tipi della Fratelli Frilli di Genova è arrivato sugli scaffali con Tredici giorni a Natale. Torino 1990-2016 (pagg. 188, euro 11,90), un noir imbastito su una nuova indagine del commissario Sergio Crema affiancato dal critico cinematografico Mario Bernardini. La strana coppia che aveva già tenuto banco in altri quattro lavori: Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine. Torino piazza Vittoria, Trama imperfetta. Torino piazza Carlo Alberto e Torino Obiettivo finale
Fra i soci fondatori del gruppo di scrittori ToriNoir, Ballacchino è nato nel capoluogo piemontese nel luglio del 1972, città dove si è laureato in Scienze della comunicazione con una tesi in Semiologia del cinema incentrata sul personaggio di Totò nell’Italia del Dopoguerra. Non a caso il cinema, la scrittura e il teatro rappresentano da sempre le sue più grandi passioni. 
Più in particolare, il suo debutto nella narrativa risale agli anni fra il 2001 e il 2002, quando alcuni suoi racconti furono pubblicati sulla rivista per giovani scrittori Inchiostro. Successivamente, dopo aver contribuito alla realizzazione, assieme ad altri 14 autori, di Giallo aperto e aver curato la sceneggiatura di un paio di cortometraggi (Poison e Doppio inganno), nel 2009 avrebbe giocato da solista, per i tipi de Il Punto - Piemonte in Bancarella, con Crisantemi a Ferragosto, seguito da Appello mortale e Favola Nera. Un lavoro, quest’ultimo, scritto a quattro mani con il giornalista-scrittore Andrea Monticone, nel quale avviene il sodalizio tra il professore Andrea Corioni e il capitano dei carabinieri Gabriele Sodano, personaggi già protagonisti di precedenti romanzi. 
Quindi, nel gennaio 2013, il cambio di casacca e l’approdo in casa Frilli con il citato noir Trappola a Porta Nuova, romanzo la cui distribuzione avrebbe varcato i confini piemontesi. E “sempre lo stesso anno - tiene a precisare l’interessato - avrei debuttato come autore teatrale con la commedia Operazione marito infedele portata in scena da Maria Grazia Alfarone e Alberto Pisano per la regia di Alex Curina”. 
Tracciato il profilo dell’autore, spazio ora alla trama di Tredici giorni a Natale, dove - come accennato - incontriamo nuovamente la coppia Crema-Bernardini. Il primo segnato da difficoltà familiari e con il sogno proibito di impalmare la dottoressa Bonamico; il secondo in cerca di una relazione stabile, che troverà in Luisa, una sua coetanea che nulla ha a che fare con il mondo dello spettacolo. Una coppia che inizialmente avrebbe dovuto tenere banco soltanto in una trilogia. Tuttavia, “visto che molti lettori si erano affezionati alle loro vicissitudini investigative e sentimentali, mi sono sentito quasi obbligato a rimetterli in pista”. 
Ma di cosa si nutre questo nuovo caso? La storia richiama la Torino del 1990, “una città che allora si proponeva come una bella ragazza e che, grazie all’organizzazione dei mondiali di calcio, stava cerando di diventare donna. Riuscendoci però soltanto diverso tempo dopo”. Sta di fatto che proprio in quell’anno aveva tenuto banco il chiacchierato Delitto di Palazzo Nuovo. Un delitto che ora viene tirato in ballo - siamo nel 2016 - dalla madre della vittima, una donna in punto di morte che convoca al suo capezzale il commissario Crema per pregarlo di riaprire le indagini, anche se quell’omicidio risulta già passato in giudicato, con il presunto colpevole condannato e per di più finito all’altro mondo. Crema vorrebbe lasciar perdere, in quanto già alle prese con l’indagine sull’assassinio di uno spacciatore avvenuto alcuni giorni prima. Ma il suo istinto, la sua apertura mentale e anche la sua cocciutaggine lo indurranno a confrontarsi, a distanza di 26 anni, con i protagonisti di quella misteriosa vicenda. Cercando di scoprire la verità su quanto accadde quel giorno all’interno dell’Università. 
E lo farà nonostante la diffidenza dei colleghi, oltre che dell’affascinante magistrato Bonamico (sì, proprio lei) e del suo compagno di indagini Mario Bernardini, che guarda caso era stato coinvolto proprio in quel processo in qualità di testimone. Sta di fatto che il nostro commissario finirà per vivere, insieme ai suoi cari, una vigilia di Natale certamente difficile da dimenticare. E nulla, dopo quella maledetta sera, sarà più come prima... 
Detto questo ricordiamo, a beneficio dei lettori, che Rocco Ballacchino sta già lavorando al sesto episodio legato ai suoi due protagonisti seriali. Fermo restando l’impegno all’interno del collettivo ToriNoir, del quale fa parte dal 2014.

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