Share |

Pochi contro molti: alle radici del conflitto del Ventunesimo secolo

Nadia Urbinati ci mette in guardia dai pericoli delle anomalie della dialettica tra élite e popolo che possono mettere a repentaglio la vita della democrazia


11/01/2021

di Giambattista Pepi


Nel corso del XXI secolo una serie ininterrotta di manifestazioni popolari hanno portato in piazza un diffuso scontento: le primavere arabe, Occupy Wall Street, gli indignados, i Vaffa Days, i giletsjaunes, le manifestazioni sul clima. E ancora: le rivolte in Cile, a Hong Kong, in Libano. Quello cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere è un conflitto inedito rispetto a quello rappresentato e organizzato dai partiti e dai sindacati nella seconda metà dell’Ottocento e per buona parte del Novecento: è contrapposizione tra pochi e molti, tra chi detiene il potere e chi non ritiene di essere rappresentato e sente di non contare più nulla. 
La politologa Nadia Urbinati, nel libro Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo (Laterza, pagg. 120, euro 12,00) indaga il fondamento della democrazia come forma di governo: la scossa conflittuale tra i “pochi” e i “molti”, le élites e il popolo. 
Nella sua lunga storia la democrazia, sia nell’antichità che in tempi moderni, si è distinta per questa peculiarità: organizzare il processo di decisione intorno al principio dell’eguaglianza di potere di tutti i cittadini come singoli e come corpo elettorale. In questo senso aveva ragione il filosofo Norberto Bobbio che sosteneva che “la democrazia è sovversiva nel senso più radicale della parola perché, dovunque arriva, sovverte la tradizionale concezione del potere, tanto tradizionale da essere considerata naturale, secondo cui il potere - sia che si tratti di potere politico o economico, del potere paterno o sacerdotale - scende dall’alto verso il basso”. 
In democrazia avviene il contrario: il potere politico risiede nel popolo che è il vero e unico sovrano e quindi in coloro - i cittadini - che ne fanno parte. Ma la democrazia come forma di governo è conforme al suo statuto e può vivere e perpetuarsi solo se non c’è contrapposizione tra chi ha il potere e chi non ce l’ha e proprio per impedire che questo si verifica progetta procedure volte a favorire la circolazione del potere, ad impedire la solidificazione di una classe di governanti. L’eguaglianza politica come principio è salva solo se chi ha il potere e governa non formi un’oligarchia. 
Quando, nonostante le garanzie poste a tutela dell’eguaglianza democratica e del ricambio al potere attraverso la libera competizione, si determina una frattura sociale profonda che l’antagonismo o gli antagonismi (i pochi contro i molti) evidenziano è l’idea stessa di democrazia a entrare in crisi e ad esporla al rischio di pulsioni autoritarie. Sebbene questo non è un esito scontato. A questo proposito, scriveva infatti il filosofo e storico Niccolò Machiavelli: il conflitto tra pochi e molti può essere anche un lievito di libertà, se il nuovo ordine che ne può risultare riequilibra il potere nella società. 
Purtroppo sostiene sconsolata l’autrice (che insegna Teoria politica alla Columbia University) “nonostante la divisione dei poteri, la stratificazione delle società contemporanee e lo Stato di diritto” l’oligarchia ha continuato ed esistere e operare pressoché indisturbata. Alla consueta formula “i molti contro i pochi” rappresentata dalle immagini quotidiane di ribellioni, oggi si dovrebbe affiancare quella, meno consueta, dei “pochi contro i molti” che descrive invece comportamenti raramente plateali”. 
“Fin dalla sua costruzione a partire dal Settecento - scrive la Urbinati - la rappresentanza politica ha inteso non tanto e non semplicemente tenere il popolo fuori dal palazzo delle decisioni, quanto fare in modo che coloro che stanno fuori possano immaginare di partecipare assieme a coloro che stanno dentro, possano sempre controllarne l’operato e abbiano sempre l’opportunità di togliere loro la fiducia”. 
Invitandoci pertanto a non preoccuparci della tensione tra “i pochi” (chi ha il potere e governa) e “i molti” (i cittadini), ma dell’interruzione della relazione. I casi citati all’inizio dell’articolo rappresentano esempi attuali e evidenti di interruzione della relazione tra “i pochi” e “i molti”. 
Il sistema democratico insomma si regge e si fonda sulla fiducia: un rapporto che vuole distanza, mai identificazione, che vuole dubbio e sfiducia preventiva, mai fede. Questa distanza - conclude la politologa - è lo spazio del gioco mediante il quale si costruisce la democrazia contemporanea. E’ il luogo in cui prende corpo la relazione di conflitto tra “i molti” e “i pochi”. 
Per opporsi alla sfida dell’oligarchia che la insidia continuamente da venticinque secoli, la democrazia per restare viva e vitale, deve fare affidamento, ancora e sempre, sulla reazione dei “molti” che devono riscoprire l’antica regola della partecipazione in massa, perché solo con la loro forza - quella temutissima del numero - riescono a contestare e ad accorciare la distanza che separa i principi proclamati dalla condizione effettiva in cui essi operano.

(riproduzione riservata)