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Possibile che nell'Italia dei terremoti non ce ne sia uno che scuota la classe politica?

Siamo alle solite: i paesi alle prese con le più o meno recenti distruzioni continuano a vivere di molte promesse e di pochi fatti. Perché la malaburocrazia blocca il processo di ricostruzione, all’insegna di un mare di indifferenza, di cavilli e di mancanza di buona volontà. Alla faccia di chi ha sofferto e sta soffrendo l’inenarrabile


18/04/2017

di Mauro Castelli


«Il terremoto è stato un disastro, ma può essere la spinta per fare un salto di qualità. Quello che stiamo gestendo è un problema inedito per la particolare dimensione della situazione e per la fragilità del territorio che si sta, poco alla volta, spopolando». Ad affermarlo è stato Vasco Errani, il commissario straordinario del Governo per la ricostruzione dei territori del Centro Italia colpiti dal sisma. Insomma, mica l’ultimo arrivato. Anche lui pronto ad arrampicarsi sui vetri, anziché battere i pugni sul tavolo perché le azioni da portare avanti vengano concretizzate.
In effetti la ricostruzione va avanti veloce negli annunci, ma lentissima per contro nei fatti; la relativa normativa risulta ancora troppo complessa, farraginosa e dispersiva; i senzatetto non ne possono più di vivere di promesse mancate e appunto per questo (non era mai capitato) sono già scesi in piazza all’insegna dello slogan “Non siano morti di terremoto, non moriremo di macerie”; le bollette pazze su consumi di energia mai effettuati in abitazioni inagibili imperversano (ma è successo anche per gli affitti di case popolari distrutte dal terremoto).
Intanto i gigioni della politica si nascondono sotto l’ala dell’indifferenza, per poi mettersi a gridare allo scandalo a seconda del vento che tira; i soliti noti continuano a predicare sventure e a dare la colpa agli altri (perché, nel nostro beneamato Paese, è sempre colpa degli altri); i costi per la ricostruzione - ci voleva tanto a rendersene conto? - sono lievitati a più di venti miliardi. Per contro gli stanziamenti continuano a venire erogati con il contagocce. E anche la recente decisione di riservare un ulteriore miliardo di euro all’anno attraverso la creazione di un fondo triennale per la ricostruzione risulta lodevole, ma ancora largamente insufficiente.
Per non parlare della malaburocrazia che - all’insegna di un mare di indifferenza, di cavilli e di scarsa buona volontà, alla faccia di chi ha sofferto e sta ancora soffrendo l’inenarrabile - continua a mettere i bastoni fra le ruote a coloro che hanno intenzione di fare e non solo di chiacchierare. E poco importa che i primi cittadini delle zone più colpite chiedano, in particolare, che sia modificato il codice degli appalti, una vera pietra tombale sulla volontà di ricostruire strade, ponti e viadotti nel più breve tempo possibile, ma anche di intervenire nella ricostruzione di stalle, fienili, aziende e via dicendo. E che dire dei rifornimenti di beni di prima necessità? Sembra incredibile, ma è stato registrato che per acquistare la carne da destinare agli sfollati ci sono volute diverse settimane in termini di attesa delle diverse autorizzazioni. Un’altra vergogna fra le tante.
Non bastasse, a complicare ulteriormente la situazione, tengono banco i paradossi legislativi: dal momento che vige ancora il pareggio di bilancio, i sindaci delle zone interessate non possono nemmeno spendere le donazioni ricevute nel 2016 (lo potranno fare soltanto nel 2018 a fronte di un progetto di spesa presentato quest’anno). Fortuna vuole che, dopo tanto penare, nel recente Def abbiano rifatto capolino le zone franche urbane (zero tasse e contributi biennali per le imprese) a favore dei 140 Comuni del cratere. Questo mentre l’Europa (c’è forse da sorprendersene?) continua purtroppo a giocare allo scaricabarile. 
Intanto la Protezione Civile assicura che i sopralluoghi sugli edifici (come si sa le verifiche rappresentano il primo tassello sulla strada della ricostruzione) saranno completati al più presto, anche se ne restano pur sempre, a occhio e croce, alcune decine di migliaia da effettuare. Peccato che siano già passati otto mesi da quel primo drammatico scrollone in quel di Amatrice, bissato a fine ottobre dall’epicentro di un nuovo sisma in quel di Norcia, con scosse di assestamento che si sono succedute all’infinito una dopo l’altra. Ne sono state contate oltre settantamila. Una successione da incubo, capace di spezzare anche le resistenze e i nervi dei più coriacei.
In tale contesto risulta critica pure la situazione di chi ha scelto il contributo per una autonoma sistemazione, contributo che è di 400 euro per un nucleo familiare composto da una sola persona, di 500 per famiglie di due persone, di 700 per quelle da tre e di 900 per quelle da cinque e più persone. In quanto la speculazione non ha risparmiato le zone terremotate, alle prese con canoni - un vero e proprio atto di sciacallaggio - che in alcuni casi sono stati addirittura raddoppiati.   
Insomma, siamo alle solite. Si predica bene e si razzola male. E quando si era trovato, come nel caso del terremoto de L’Aquila, un uomo con le palle a decidere, ovvero Guido Bertolaso, la macchina del fango lo ha investito come una valanga (salvo poi venire assolto alla grande dopo però che la sua immagine era stata compromessa). Perché in Italia bisogna sottostare ai voleri di tanti piccoli uomini invidiosi, attaccati alle loro poltroncine di signori nessuno. Il peggio del peggio. Dirigentucoli pronti a mettere il becco su qualsiasi cosa per far vedere che contano. Lo sanno tutti, ma tutti purtroppo continuano a far finta di niente.

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