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Possono le menzogne essere onorate sempre e ovunque? E, nel caso, sino a che punto?

Domenico Cacopardo, già consigliere di Stato e magistrato di alto livello, dà voce a un romanzo graffiante che induce alla riflessione sul ruolo dell’amore in un rapporto di coppia. Fermo restando - secondo l’autore - che la fedeltà non è un valore…


18/12/2017

di Mauro Castelli


Una penna di piacevole lettura, graffiante, controcorrente e al tempo stesso patriottica - basta dare un’occhiata a un suo articolo pubblicato recentemente su Italia Oggi - quella di Domenico Cacopardo, nato “per caso” il 25 aprile 1936 a Rivoli, in provincia di Torino. Nel senso che “mia madre, di origine emiliana, per il parto era tornata dai suoi genitori, appunto a Rivoli, per poi riaccasarsi dopo due o tre mesi in Sicilia dove abitava, in quanto mio padre era originario di Letojanni”, un paesino in provincia di Messina che fa parte del comprensorio turistico di Taormina. Un centro balneare - d’altra parte si sa quanto valgano i ricordi per gli scrittori - che viene tirato in ballo anche nel suo ultimo romanzo, Amori e altri soprusi (Marsilio, pagg. 282, euro 17,00). 
Un lavoro imbastito sul rapporto difficile e tormentato fra due protagonisti caratterialmente distanti anni luce uno dall’altro; un rapporto peraltro vissuto all’insegna del sadismo e del masochismo, nonché della sottomissione da quella che, a rigor di logica, avrebbe dovuto rappresentare la parte più forte della storia e che si prolungherà sino alla violenta fine. “Un uomo soltanto apparentemente supino, che sopporta tutto. Ma sino a un certo punto…”. 
Domenico Cacopardo, si diceva. Che ha frequentato l’Università a Bologna e a Napoli (“Papà era un funzionario dello Stato”) laureandosi in Giurisprudenza e arrivando a un passo da una seconda laurea in Storia e filosofia (“Lasciai perdere in quanto avevo litigato con una professoressa”), oltre a frequentare la facoltà di Economia e commercio sotto “l’occhio vigile di Epicarmo Corbino”, l’esponente del Partito liberale che era stato ministro dell’Industria durante il governo Badoglio, ministro del Tesoro con De Gasperi nonché membro della Consulta nazionale e dell’Assemblea costituente... 
Sta di fatto che, “dopo aver allargo i miei orizzonti con una stage in un collegio di Londra, avrei vinto un concorso per l’accesso nella Pubblica amministrazione”. In altre parole avrebbe abbracciato la professione giudiziaria, pronta a regalargli una vita da girovago fra Viterbo e Bologna, Napoli e Roma, Venezia e Parma, città quest’ultima dove si sarebbe accasato nel 2005, in quanto lì si era sposata e abitava sua figlia. A fronte peraltro di una carriera importante, che lo avrebbe visto diventare consigliere di Stato (“A nominarmi fu Francesco Cossiga”, ricorda con soddisfazione) nonché braccio destro di diversi ministri, come Lauricella, De Michelis e Scognamiglio, seguendo per “un certo periodo dossier importanti”. Senza dimenticarci del suo ruolo di Magistrato per il Po a Parma e di quello di Magistrato alle Acque nella città lagunare. 
Lui che si propone anche come uno dei soci fondatori dell’Aspen Institute Italia, al quale - da personaggio abituato a dire le cose come stanno - non risparmia rilievi: “Alcuni anni fa, su proposta di Cesare Romiti, venne avviato un programma di studi e di tavole rotonde su un tema a me caro, quello dell’interesse nazionale. Devo però ammettere che, pur riconoscendo all’istituto ogni merito, lo sforzo non ha prodotto i risultati che ci aspettavamo. Per tante ragioni che è difficile sintetizzare, tra le quali ne spicca una: l’amor patrio è passato di moda. E con esso appunto l’interesse nazionale”. Arrivando, al riguardo, a criticare “l’indifferenza sia della classe politica, di qualsiasi colore essa sia, che di quella imprenditoriale, pronta a vendersi l’anima al primo cinese o arabo di passaggio. Complice l’assenza di qualsivoglia empito morale, di qualsiasi spinta a fare di più e di meglio”. 
Insomma, come si sarà capito, Cacopardo non è un tipo da compromessi (“Credo di essere stato un uomo tosto e determinato, qualità che mi sono servite negli ultimi tempi per far fronte a operazioni importanti. Con il caso a salvarmi la vita. È successo infatti che alcuni anni fa nella mia casa di campagna in Umbria sia caduto e nel corso del ricovero in ospedale abbiano scoperto che ero affetto da un tumore. Nella sfortuna sono stato fortunato. In ogni caso le malattie le affronto a viso aperto. Sono ad esempio convalescente da poco e già penso di tornare in piscina per le mie quotidiane nuotate. Ma soprattutto intendo lasciare un buon ricordo ai miei nipoti…”. 
Un protagonista, Cacopardo, che peraltro non accetta - ci mancherebbe - bacchettate mosse a sproposito. Arrivando persino a prendersela con quella specie di mostro sacro della narrativa che è Andrea Camilleri, citandolo in tribunale. Cosa successe è presto detto: ne Il nipote del Negus il papà del commissario Montalbano aveva dato vita ad Aristide Cacopardo, un personaggio che a suo dire lo aveva diffamato. E per di più aveva tirato in ballo anche alcuni suoi amici, come lo scrittore Consolo. Il motivo? Forse Camilleri era rimasto piccato dal fatto che “un critico come Giovanni Pacchiano mi avesse descritto come il suo diretto concorrente e che io, a mia volta, avessi criticato le prime indagini del suo commissario in quanto prive di accenni alla mafia”. Il punto della discordia? Una frase che descrive il Cacopardo del romanzo come una persona “fissata di essere un grande scrittore e che consuma il suo stipendio pubblicando romanzi a sue spese”. Insomma, facendo uno più uno…  “A spingermi su questa strada fu un giovane avvocato, ma avendo avuto a che fare in prima battuta con un magistrato senza palle decisi di lasciar perdere”. 
Detto questo, cosa tiene ancora banco nel carnet del Cacopardo reale? Un debole dichiarato per autori come Philip Roth, Kent Haruf (“Per la delicatezza narrativa”), Oran Pamuk, Mišel Uelbek, Gianrico Carofiglio (“Ma solo per un certo periodo”), Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo (“Che conosco a memoria”), Elio Vittorini e Jean Paul Sartre, le cui opere (come Conversazione in Sicilia del primo e L’età della ragione del secondo) “mi hanno aperto un mondo”. Senza dimenticarci del suo passato da cinofilo, con il piacevole ricordo di una setterina irlandese ma anche con il magone ancora vivo per un border collie “acquistato da un canile trovato su Internet, scoprendo subito dopo che aveva la rogna e la tigna. Mi lamentai e un veterinario lo venne a prendere per curarlo. Risultato? Non avrei più rivisto né il cane né i quattrini che avevo sborsato”. Che altro? Il flashback di vecchia data della casa piena di libri che era stata di suo nonno, un magistrato borbonico, fra i quali “l’allora fidanzato di mia figlia, un giornalista, aveva scoperto un plico legato con lo spago che conteneva dei miei scritti e, in particolare, il romanzo Il caso Chillè. Mi chiese di leggerlo e, rimanendone impressionato, insistette perché lo proponessi a degli editori. Lo inviai a un paio di case, con risposte positive. Scartai quella che parlava di due anni di tempo per la pubblicazione e accettai invece quella di Marsilio, che in breve l’avrebbe dato alle stampe”. Era il 1999 e questo romanzo gli avrebbe regalato l’attenzione del grande pubblico, a fronte di una trama ambientata a Messina e i cui eventi si snodano a cavallo fra la commedia e la tragedia, come nella migliore tradizione del giallo siciliano. 
Tematica, quest’ultima, ripresa ne L’endiadi del dottor Agrò, un romanzo nel quale avrebbe dato voce a uno dei suoi personaggi più riusciti: il sostituto procuratore Italo Agrò, una specie di alter ego dello scrittore, che avrebbe rimesso in scena anche in Agrò e la deliziosa vedova Carpino e in Agrò e la scomparsa di Omber, oltre a proporlo per alcuni anni in un programma (Il taccuino del dottor Agrò) andato in onda settimanalmente su Radio 24
Quali altre curiosità nel curriculum di Cacopardo? Una passione di vecchia data per la poesia (al suo attivo figurano quattro raccolte, l’ultima delle quali - Il verso dell’innocenza - data alle stampe due anni fa con Bonanno, ma “mal distribuita”), per le monografie di carattere giuridico, per la saggistica e ovviamente per la narrativa. A fronte di numerosi lavori pubblicati con editori di peso, fra i quali Marsilio (la sua casa di riferimento, con dieci libri arrivati sugli scaffali), Mondadori e Baldini Castoldi Dalai. Per non parlare delle collaborazioni con diversi quotidiani e periodici, che potrebbero aver positivamente inciso sulla fluidità del suo stile, rendendolo in altre parole più caldo e accessibile. Oltre a consentirgli di scegliere storie legate all’attualità e, quindi, più verosimili. 
Ma torniamo al dunque, ovvero ad Amori e altri soprusi, dove assistiamo all’incontro in quel di Letojanni (“La mia famiglia ha una storia di vecchia data in questo Paese, dove un mio avo, di nome Teodoro, nel 1758 si costruì una casa che avrei in parte ereditato e venduto undici anni fa a causa della inadeguata abitabilità del luogo”) fra una fascinosa e disinibita diciottenne, Gloria Laguidara, e il ventiduenne Sebastiano Bellopede, detto Jano: lei studentessa di Legge, lui giovane avvocato. Dalla Sicilia i due ragazzi si trasferiranno a Roma con l’intenzione di sposarsi (e lo faranno), ma non di lavorare insieme. Così, sotto la protezione del compaesano Michelangelo Curtà, alto magistrato, Gloria abbraccerà la carriera di impiegata per poi diventare dirigente statale, mentre Sebastiano continuerà a crescere professionalmente. Almeno sino al giorno in cui la compagna lo abbandonerà per trasferirsi a Milano. 
Una separazione prevedibile, visto che la sua femmina aveva iniziato a darsi un gran da fare fra le lenzuola altrui. E di questi tradimenti continui non faceva nemmeno mistero al povero marito, costretto a subirli in quanto follemente innamorato. Sta di fatto che, tornato in Sicilia, “Jano osserverà da lontano l’evolversi della vita della moglie, in attesa di qualcosa che, fatalmente, avverrà: un evento tragico che toglierà il velo alle bugie (Avevo creduto di scegliere una vita d’amore e molto presto mi sarei accorto che era una vita basata sulla menzogna) e che ci consegnerà un’ultima sorpresa”. Perché “la menzogna è la professione più praticata, ma è difficile, impossibile da onorare sempre e ovunque”. 
Che dire: una storia ben raccontata, segnata da sentimenti contrapposti (e il brutale conto che dovrà pagare la donna sarà - a detta del marito - solo il saldo matematico del dare e dell’avere), nonché ricca di personaggi credibili (a partire dal citato Italo Agrò - che questa volta incontriamo nel ruolo di avvocato, avendo lasciato la magistratura - e di sua moglie Marta, ex commissaria di pubblica sicurezza). Il tutto a fronte di ben curate ambientazioni e di un canovaccio divagante che non concede spazi alla disattenzione. Con Cacopardo a suggerire al lettore di non odiare la sua Gloria, un personaggio di fantasia, in quanto la fedeltà non è un valore. Semmai a esserlo è soltanto l’amore... 
E questo è quanto. Anzi, no. Perché l’ex sostituto procuratore Italo Agrò tornerà presto in scena in quello che rappresenterà il diciottesimo romanzo di Cacopardo. “In realtà si tratta di un lavoro - intitolato Agrò e i segreti di Giusto - che avevo nel cassetto dal 2011, ma del quale avevo perso un centinaio di pagine. Così in questi giorni mi sono rimesso al lavoro per rimediare. Posso solo dire che la trama di questo giallo ruota attorno ai segreti o, meglio, alle porcate dello Stato italiano. A fronte di un Paese alle prese con un pericoloso processo di disgregazione e sospensione della democrazia”. Insomma, viste le premesse, aspettiamocene delle belle.

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