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Prodi e la sua lezione ai piddini bolognesi: fra gay e operai sceglie i secondi

Finalmente il Mortadella dileggiato dagli avversari, il Padre dell'euro maledetto da mezza Italia, l'ultimo vincente della sinistra, ha osato pronunciare la sua sentenza. E lo ha fatto a un "funerale": la rievocazione delle esequie del Partito comunista


18/11/2019

di Sandro Vacchi


Molti anni fa discussi la tesi di laurea davanti a una commissione presieduta da Romano Prodi. Si trattava di un lavoro mastodontico sul referendum abrogativo del divorzio del 1974 visto attraverso le lettere ai giornali. Il relatore era il compianto professor Piergiorgio Camaiani, “cattolico del No”, il quale mi aveva affidato in precedenza la bellezza di altre due tesi, una sul brigantaggio in Romagna e l’altra sulla figura del diavolo negli scritti della “Civiltà Cattolica”, prima di virare sulla terza via. Correlatore era Arturo Parisi, prodiano di ferro e futuro ministro della Difesa. 
Un anno e mezzo di lavoro inimmaginabile, tre quarti d’ora “sotto i ferri” e una lunga lettera di plauso di Camaiani non valsero a farmi prendere la lode con la mia tesi apertamente divorzista. Amen. Anni dopo, inviato di un quotidiano romano al seguito del Prof presidente del consiglio, volli togliermi un sassolino dalla scarpa, così gli domandai il perché dell’episodio, che peraltro lui ricordava. Bofonchiò qualcosa e io, da trapano quale ero, gli chiesi per chi avesse votato a quel referendum. La risposta fu: «Non te lo dirò mai». 
Chi vuole intendere intenda le parole del fondatore dell’Ulivo e campione democristiano della sinistra che per due volte avrebbe sconfitto Silvio Berlusconi. 
Scusatemi per la prolusione personale, che però illustra l’uomo e la capacità di occultarsi quando occorre: non sarebbe altrimenti arrivato dove è arrivato, anche se l’ultimo salto, il più lungo, forse non lo spiccherà. Quando la cronaca e la storia, tuttavia, vanno palesemente in una direzione, e forse anche per l’età che avanza, il prudentissimo Prodi non trattiene le parole. 
Finalmente il Mortadella dileggiato dagli avversari, il Padre dell’euro maledetto da mezza Italia, l’ultimo Vincente della sinistra, quindi ex idolo dei poveracci attuali, ha osato pronunciare la sua sentenza. Lo ha fatto a un funerale, la rievocazione delle esequie del Partito Comunista, nel trentennale della Bolognina di Achille Occhetto, del cambio di nome (per vergogna) e della lentissima transumanza verso un’entità che non sarebbe più dovuta essere comunista bensì socialdemocratica. 
Lasciamo perdere gli esiti reali, ma non le attuali parole di Prodi. Queste: «Molti ex elettori percepiscono che la socialdemocrazia ha difeso le persone omosessuali ma non più gli operai». Alla buonora, professore! Bravo, bene, bis! Dopo lunga metabolizzazione, ecco la frase che Berlusconi, Salvini, la Meloni pronunciano da anni, dicendo “comunisti” invece di “socialdemocratici”; una frase, una considerazione, una presa d’atto che è propria anche del sindacato, che vede scomparire gli operai, e dei nostalgici di un partito che fu glorioso mentre oggi è un budino alla crema pieno di voltagabbana saliti sul carro bestiame di Giuseppe Conte insieme a coloro che fino a un minuto prima definivano mentecatti, incapaci e rovinafamiglie. 
I gay in sala sono insorti, riporta Dagospia, e la risposta del PD (Partito Demente) non si è fatta attendere, per bocca della senatrice Monica Cirinnà, protettrice del mondo gaio e arcobaleno, della comunità Lg… non mi ricordo cosa, tanto è complicata la sua sigla, delle quote rosa e verde pisello, dei Gay Pride. Insomma, di tutte le belle lotte democratiche e antifasciste che oggi fanno parte dei programmi del partito dei lavoratori. L’erinni ha sentenziato che negli enti e nelle amministrazioni pubbliche, a partire dal governo nazionale, un terzo dei dipendenti dovrebbero essere uomini, un terzo donne e un terzo gay, trans o simili. Vale a dire che le scelte sessuali dovrebbero essere parte essenziale del curriculum. 
Tradotto: se il Comune di Pincopalla ha trenta dipendenti, dieci devono essere uomini, dieci donne e dieci transessuali o comunque omosessuali dichiarati. Se la proporzione non è rispettata, si pesca sotto le lenzuola di qualcuno e lo si sbatte da un’altra parte per dare il suo posto a un candidato alternativo. Costui è un imbecille? Non importa, ciò che conta è quali gusti sessuali esprima. Che cosa c’entrano con le capacità professionali? Un tubo, ma andate a spiegarlo al Partito Demente. Che infatti continua a perdere voti e iscritti. 
I suoi ex aficionados passano in forze alla Lega. Hanno provato anche con i grillini, ma è stata l’avventura di una notte: quando gli hanno preso le misure, hanno scelto altri lidi, oppure disertato le urne. Andate a sentire un po’ che cosa pensano delle “cirinnate” gli ex operai della defunta Fiat, quelli della Breda, della Magneti Marelli, delle acciaierie dismesse, degli zuccherifici emiliani. E i braccianti pugliesi, i pescatori di Mazara, la gente che tira a campare con meno di mille euro al mese. 
Bisognava aspettare la sveglia di Prodi alla vigilia delle elezioni in Emilia-Romagna che forse segneranno il tramonto definitivo del sol dell’avvenir? “Svegliati che si sta alzando la canzone popolare” era l’inno della campagna elettorale del Prof. Di popolare, di popolo, di gente comune, i pidioti non hanno più nulla di nulla. Ve l’immaginate il camionista comunista col pugno chiuso che sfila a fianco di un etereo compagno truccato da drag queen al Gay Pride? Beati voi che avete tanta fantasia! 
Loro, invece, non c’erano ancora arrivati. Ci voleva un Prodi-pensiero rimuginato a lungo perché un barlume di verità si aprisse nei neuroni di qualcuno, Cirinnà esclusa. Se il buon Romano non fosse apertamente “non comunista” rischierebbe di venire adesso etichettato come comunista-fascista. E’ una definizione interessante che ho sentito attribuire da comunisti-comunisti bolognesi a comunisti-alternativi, perché romagnoli. 
Si sono lamentati: «Sapessi quanti compagni a Ravenna, Forlì, Rimini e Riccione ce l’hanno con gli immigrati, le tasse, il reddito di cittadinanza, la Fornero, l’Europa, e dicono prima gli italiani...». 
Li ho interrotti: «In Romagna soltanto? Non esiste più l’ufficio studi del vostro efficientissimo partito? Vi siete accorti che in tutt’Italia è così da un pezzo?». Mi hanno guardato male: niente, mesi fa mi avevano dato tranquillamente del fascista, come usano fare con tutti coloro che non seguono i dettami della segreteria. E’ gente così, abituata a pensare col proprio cervello, vero? 
Il seguito della conversazione è stato: «Pensa per chi ho dovuto votare alle ultime elezioni: per Casini! Sono uscita dalla cabina elettorale che mi sentivo male». Scusa, non potevi votare per Giovedì Trippa? ho domandato ingenuamente. «Ma come? Il partito ha indicato Casini...». Una bella tempra di compagno, non c’è che dire. Pensi che Berlinguer sarebbe mai andato a braccetto con lui? Inutile continuare, da sempre hanno mandato le teste all’ammasso, il Partito è padrone, e se il Partito è in mano a dei deficienti… Impossibile! Il Partito ha sempre ragione. 
Sanno che il 26 gennaio si voterà per la Regione proprio in Emilia-Romagna? Come mai mettono già adesso le mani avanti, sostenendo che non si tratterà di un voto con valore nazionale? Si accorgono di quanto la gente li disdegna ormai? 
Gli emiliani fanno del razzismo d’accatto verso i loro compagni romagnoli, presi per i fondelli dalle madamine della Dotta Bologna che li giudicano gente grezza, volgare e stranamente sincera e non ipocrita. Il 27 gennaio se ne accorgeranno, probabilmente, di quanto pagano certe opinioni, certe politiche suicide, dimentiche che nel Ventennio Bologna era detta la Fascistissima, per poi tramutarsi con un oplà nell’avamposto del comunismo. La Romagna fu fascista allo stesso modo, però mandava a farsi friggere, spesso e volentieri, proprio il figlio del fabbro di Predappio. 
Nel frattempo quel zuzzurellone del segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, cosa trova da proporre ai simpatizzanti senza più bussola? Lo jus soli e lo jus culturae, proprio l’aria fritta che gli ha fatto buscare una brutta pleurite politica. Lo ha tuonato con piglio ducesco a Bologna, per opporsi all’avanzata dei “sovranisti” in terra sacra emiliano-romagnola, un’altra succulenta ricetta, la sua, come quella della sostituzione del comunismo operaista con la sua versione frufrù. 
Il bello è che non si vergognano nemmeno. Gliene ha cantate quattro perfino lo zimbello per eccellenza della politica italiana, Giggino Di Maio, ricordandogli come Venezia stia affondando e l’Ilva sia già affondata. Bella figura, compagnuccio Nicola! 
Il suo candidato governatore della Regione, Stefano Bonaccini, ha voglia di tenere insieme le macerie, scongiurando di far basta con l’odio, perché altrimenti ci rimette anche lui. Si faccia coraggio: i suoi superiori ci hanno già rimesso la faccia. 
Per non dire dei Cinque Stelle. Prima hanno cancellato la clausola di salvaguardia penale per la Arcelor Mittal, che a Taranto ogni giorno subisce perdite per due milioni di euro, poi si stupiscono che l’azienda intenda lasciare il nostro Paese di matti, dove una poverina di nome Barbara Lezzi, ex ministra grullina, propone l’allevamento dei mitili in sostituzione dell’acciaieria di Taranto. 
Poi ci si stupisce se gli imprenditori stranieri se ne vanno? Ma se i soldi non li porteranno loro, per l’Ilva come per l’Alitalia, da dove pensa di raggranellarli il nostro sagace e lungimirante governo? Scommettiamo che verrà a pescare nelle nostre tasche? In compenso ha “riempito” quelle dei pensionati: giorni fa hanno osato manifestare quelli con la “minima”, beneficiati di un aumento faraonico di cinquanta centesimi: che ingrati! 
Un altro luminare del PD, il governatore pugliese Michele Emiliano, ha avanzato il sospetto che gli indiani dell’Ilva abbiano in animo il proposito di far cadere il governo italiano. Come no, compagni! E’ l’ennesimo complotto delle forze reazionarie e imperialiste. A Nuova Dehli non sanno neppure se ce l’abbiamo, un governo, e dopo la vicenda dei due marò probabilmente ne dubitano. 
E’ invece probabile che nell’acciaieria si incenerisca Giuseppe Conte con tutti i filistei, e che l’acqua alta di Venezia faccia annegare l’esecutivo più balordo della storia, senza capo né coda, senz’arte né parte. Come il docente universitario ferrarese che ha gioito per la sciagura di Venezia, città adorata da tutto il mondo ma odiata in Italia, evidentemente, definita da costui un covo di evasori fiscali e di corrotti che non meritano alcuna solidarietà, governati come sono da decenni dalla Lega. Lo sa, caro professore, che in gennaio si voterà anche a Ferrara, dove la Lega pochi mesi fa si è già pappata il Comune fino a quel momento sempre rosso scarlatto? 
Tutti in proiettili di cui sopra saranno infilati nelle spingarde della Lega e del centro-destra nelle prossime settimane della campagna elettorale per un voto che, da un lato, può segnare il definitivo trionfo di Salvini, se sarà il primo a strappare la Regione-simbolo ai post comunisti, e dall’altro lato il tracollo di costoro nella persona di Zingaretti, che passerebbe alla storia (si fa per dire) come l’ultimo imperatore di Costantinopoli. 
I proiettili più micidiali contro le mura fino allora imperforabili della Terza Roma, il sultano Maometto II li sparò con il cannone più grande che si fosse mai visto, costruito da un fabbro ungherese di nome Orban: vi ricorda qualcuno, ungherese anche lui? A Bologna e dintorni Salvini non ha ancora infilato in canna proiettili come lo scandalo della compravendita dei bambini a Bibbiano, in un sistema criminale diffuso che sta emergendo poco per volta, parte della capillare rete di mutuo soccorso che da quelle parti tutti conoscono. 
Nel mondo cooperativo c’è già chi però prende le distanze. Claudio Levorato, presidente di Rekeep, già Manutencoop, gigante delle manutenzioni, ha detto chiaro che il suo gruppo si manterrà neutrale nello scontro fra Lega e Partito Democratico: <Gli imprenditori devono fare i conti con la realtà e con chi governa.> Una realtà che, evidentemente, sfugge a chi vive in un mondo dorato dove si dibatte di quote gay, di jus soli, di jus culturae e di foresta amazzonica. 
Per gli eredi di Gramsci, Togliatti, Berlinguer e D’Alema si sta mettendo maluccio, viste le loro guide. Salvini potrebbe stare fermo ad aspettare le geniali, miracolose mosse degli avversari, perché muovendosi potrebbe anche pestare qualche cacca. Il personaggio, però, è sanguigno, macho e determinato, una specie di romagnolo milanese la cui nuova vita è, non a caso, cominciata a Milano (appunto) Marittima (appunto, di nuovo). Vorrà stravincere, invece, in una terra ben più ardua da conquistare rispetto all’Umbria, e portare fra le braccia la bella statuina Lucia Borgonzoni al governo della Regione. 
Maometto il Conquistatore si prese Costantinopoli e, due secoli più tardi, i turchi erano a Vienna, eppure i cristiani divisi contavano fior di eroi. Ne vedete nel PD? 

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